Il silenzio sulla crisi

di Filippo Zuliani e Corrado Truffi

cd0fa743-3889-4665-b369-cbeedd45902f_mw800_mh600Apparentemente si parla molto della crisi economica mondiale, ma l’impressione è che lo si faccia senza andare al cuore del problema. La necessità di una nuova regolazione dei mercati finanziari, la mole e il tipo di investimenti per uscirne, la constatazione del mutamento dei rapporti di potere nella geopolitica mondiale sono infatti aspetti sì importanti ma collaterali. Quanto alle ricette, poi, con un’ostinazione da ciechi si ripropongono da un lato l’eterna vulgata dei predicatori delle “riforme strutturali” anche in un quadro totalmente cambiato, dall’altro un frettoloso e un po’ falso ritorno ad un keynesismo senza Keynes. Noi che scriviamo crediamo che la crisi mondiale abbia un’origine diversa, generata dall’intrinseca connessione tra le quantità finanziarie e la durezza della materia e dell’energia. In questa luce, suggeriamo una interpretazione che potrebbe aiutare la sinistra riformista a trasmettere un messaggio grintoso, perfino ottimista, sul futuro che ci aspetta.

Cos’e’ questa crisi, dunque? La crisi é di fatto la storia di un paese, gli USA, che durante i due governi Bush (e in parte anche prima) ha prodotto e consumato a non finire, alimentando il suo deficit pubblico e privato e finanziandolo con le risorse del resto del mondo. In quegli anni l’economia mondiale ha girato a ritmi doppi di quelli abituali, ritmi rivelatisi poi insostenibili per il pianeta. Il prezzo pagato è stato il progressivo avverarsi delle previsioni sui limiti strutturali della crescita e sull’insostenibilità del modello di sviluppo basato sulle energie fossili (carbone, petrolio e anche gas naturale). Oggi, anche chi ha sempre negato la teoria del picco di Hubbert sulla produzione di petrolio è costretto ad ammettere che siamo nel pieno di quello stesso picco, con un petrolio sempre piú raro e drammaticamente costoso.
Depauperate le risorse naturali e con un’offerta di energia che non può crescere abbastanza per ragioni strutturali e geopolitiche, la tensione da domanda ha portato i prezzi dell’energia alle stelle, trascinando con sé anche i prezzi delle altre materie prime. Incapace di sostenere tali prezzi, il mercato è collassato. Come spesso avviene, l’innesco del collasso è avvenuto per via finanziaria. Il finanziamento della crescita degli anni scorsi è stato infatti largamente garantito dalla moltiplicazione abnorme della “leva finanziaria” (i famosi derivati), cosicché quando la crescita della domanda si è bloccata, tutto il “giocattolo” della finanza si è incartato su se stesso. La crisi delle banche ha quindi raggiunto il mercato reale. Oggi iniziano i fallimenti, i licenziamenti e un rapido, inesorabile arresto della produzione e degli investimenti. Il prezzo dell’energia (e delle altre materie prime) scende per mancanza di domanda. La spiegazione comune al calo dei prezzi dell’energia è che “prima” i prezzi troppo alti fossero dovuti alla speculazione, e che il prezzo “vero” dell’energia è quello attuale. Prezzo basso, tutto sommato, di cui molti si rallegrano.

La realtà é molto più drammatica e purtroppo largamente sottovalutata dal governo Berlusconi. Il prezzo attuale dell’energia è artificiosamente basso perché non c’è sufficiente domanda. Si tratta di un classico rimbalzo, di un eccesso di domanda che si tramuta in un eccesso temporaneo di offerta. Tuttavia questo eccesso di offerta rende più problematici gli investimenti per individuare nuovi giacimenti “marginali”, proprio quando tali investimenti sarebbero necessari dato che tutto segnala che siamo in pieno “picco” del petrolio. Si profilano dunque all’orizzonte ulteriori guai: se e quando la domanda risalirà il prezzo del petrolio schizzerà subito in alto (diciamo circa 80$, tutt’altro che economico). Molto difficilmente, dunque, la produzione crescerà vigorosamente già nel 2010 come molti auspicano.

Per essere luminoso, il nostro futuro energetico ha bisogno di un cambiamento vigoroso. Vanno infatti notate due persistenze importanti nel nostro passato ma di stretta attualità. La prima è la correlazione fra EROEI – rapporto fra energia ricavata ed energia consumata per produrla – e storia economica moderna. Non ci sarebbe stata la rivoluzione industriale senza una disponibilità di energia ad alto ritorno, con livelli mai provati prima nella storia umana. In altri termini, senza il carbone non ci sarebbe stata né tecnologia né forze del mercato sufficienti per costruire il mondo come lo conosciamo oggi. Senza petrolio nemmeno la seconda rivoluzione industriale avrebbe mai potuto avere luogo. Sfortunatamente carbone e petrolio non sono infiniti. Il ciclo di estrazione di ogni fonte fossile segue infatti il modello di Hubbert: all’inizio l’EROEI cresce come conseguenza dell’abbondanza, poi tende a scendere per l’eccessivo sfruttamento. Quando l’EROEI scende troppo scoppia una crisi economica, generata da condizioni energetiche insufficienti a sostenere il modello di crescita industriale. Oggi, la drammaticitá di quest’ultima fase é sotto gli occhi di tutti. Per uscirne, dunque, é necessario sostituire la fonte energetica in rapido declino con un’altra dall’EROEI piú alto.

La seconda persistenza importante del nostro passato è la correlazione fra politiche economiche egemoni e successione delle crisi economiche dell’ultimo secolo. La crisi del ’29 fu infatti preceduta da due grandi fatti, uno ideologico e l’altro concreto: la teoria economica classica, fondata sull’analisi della “ricchezza delle nazioni” e della formazione e distribuzione del valore, venne sostituita da una nuova teoria dominante, quella neoclassica, fondata sul gioco della domanda e offerta e sull’ipotesi dell’equilibrio generale che si forma sul libero mercato in condizioni di concorrenza perfetta. Alla fine di un periodo di rapido sviluppo, la realtà economica della prima globalizzazione portò ad una colossale concentrazione del reddito ed aumento delle diseguaglianze e, conseguentemente, alla crisi da domanda che generò il crack del ’29.

La crisi di oggi è stata preparata da un’analoga coppia di eventi: la teoria economica dominante negli anni del miracolo economico del dopoguerra era quella di Keynes, la teoria della domanda effettiva. Questa teoria è stata sconfitta, prima tramite lenta “digestione” entro il paradigma neoclassico, poi con un deciso ritorno all’idea neoliberista del mercato perfetto con un unico meccanismo di regolazione pubblico: l’offerta di moneta. Parallelamente, la seconda globalizzazione ha portato all’ennesima concentrazione di ricchezza e all’aumento di diseguaglianze nei paesi ricchi, fino all’attuale crack da scarsità di domanda effettiva. C’è un legame fra queste due correlazioni: la sconfitta della teoria economica keynesiana degli anni 70 è la sconfitta della politica socialdemocratica di redistribuzione del reddito, di sviluppo dello stato sociale e di politica attiva di bilancio, determinata largamente dai costi del lavoro e della “rigidità del salario reale”. Questo almeno secondo la spiegazione ufficiale. Col senno di poi, invece, è molto probabile che quella crisi fosse un primo palesarsi dello stesso meccanismo odierno: era un’inflazione da riduzione di EROEI o, in altri termini, da esplosione dei costi dell’energia. Era il petrolio meno produttivo, non il lavoro troppo costoso. Non soprende dunque constatare che da quella crisi si uscì anche grazie ad una rivoluzione di efficienza energetica, tramite trasferimento del valore aggiunto verso i servizi.

A questo punto, l’insegnamento che dovrebbe trarne la sinistra riformista ci sembra chiaro. Primo, smettere di farsi incantare dal pensiero di volta in volta dominante, e continuare nell’esercizio difficile ma appagante del pensiero critico. Secondo e più importante, guidare con idee e proposte un processo che dovrebbe comunque rappresentare l’unico possibile sbocco reale alla crisi in atto: l’avvio di una nuova rivoluzione energetica. Dopo il carbone, dopo il petrolio, le energie rinnovabili come volano dell’unico sviluppo possibile per la salvaguardia di un pianeta di dimensioni finite e delle generazioni che verranno. Negli USA, Obama sembra davvero intenzionato ad una vera svolta nella direzione della green economy. In Italia, il PD è deciso, forse non ancora con abbastanza convinzione, a imboccare una simile strada. Questa svolta non è solamente un’entusiasmante possibilità, rappresenta bensì un’impellente necessità sulla quale concentrare gli sforzi della nostra politica riformista.

16 Commenti

  1. Leo Perutz

    Pur non contestando le considerazioni sul ruolo strategico svolto dal fattore energia, faccio notare che, a mio avviso, nel vostro post manca un punto di snodo fondamentale che in realta’ non ha relazioni strette con il mercato energetico;
    La crisi finanziaria che ha agito da innesco ha mere radici capitalistiche: la necessita’ da parte dei grossi azionisti americani, guidati dalle banche d’affari, di trovare ed inventare nuove strade per gli investimenti di capitale, una volta venute meno le rendite a due cifre garantite dai titoli del tesoro. Strade che all’inizio sembravano essere viadotti di capitale a 8 corsie si sono rivelate improvvisamente essere delle trappole senza uscita. Quindi, va bene una nuova strategia energetica ma anche e soprattutto, come dice Obama: supervisioni statali, controlli e regole chiare, dure e trasparenti per il capitalismo e la finanza del XXI secolo.

  2. raoul

    Quando scrivete di energia mi piacete moltissimo, quando scrivete di economia proprio no. Un abbraccio

  3. Corrado Truffi

    Raoul, il problema è che non è più possibile tenere le due cose separate. Bisogna provare a connettrele davvero, e connettendole si hanno delle sorprese…

    Grazie dei complimenti “energetici”, comunque:))

  4. La crisi non è solo finanziaria ed economica. E’ la crisi della Civiltà Umana.
    Ecco.

  5. Filippo Zuliani

    Le critiche circostanziate del Minetti sono sempre un bijoux 🙂
    Grazie anche da me per i complimenti, comunque.

  6. Un articolo che mi piace perché fa venire parecchi dubbi. Ad esempio: è possibile un nuovo modello di sviluppo in un solo paese (o anche in un solo continente)?
    E ancora, le borse sono calate perché i proprietari di azioni hanno venduto, se hanno venduto hanno avuto in cambio liquidi, dove sono finite queste masse di liquidi e quando e per quali utilizzi le tireranno fuori? Dalle mie rudimentali nozioni di economia vedo il mercato come un sistema di vasi comunicanti.
    E l’energia? Anche qui ci devo riflettere ancora.

  7. orio

    Crisi economica, crisi energetica, sviluppo sostenibile ? e se prendesimo in seria considerazione la “decrescita” e facessimo a gara a ridurre il PIL lavorando a ridurre i consumi ed i bisogni superflui ? Intanto complimenti a Filippo e Corrado per l’impegno su temi così difficili!
    Orio.

  8. gio domilici

    e’ giusto e necessario parlare della crisi economica per capire e per trovare soluzioni che possano fare ripartire l’economia. Io penso che l’industria dell’energia possa dare una spinta importante all’economia ; l’indutria dell’energia deve , a mio parere, prendersi la responsabilità di far ripartire i motori dell’economia. Ho espresso la mia opinione sulla crisi all’interno del mio sito : http://www.menomalechenonlapensocomete.it/save2.htm
    noi tutti possiamo contribuire a trovare le soluzioni per rilanciare l’economia…parliamone tutti…complimenti per il blog…gio domilici

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