Quelli che: gli italiani sono una razza

Da secoli a una nazione democratica non si appartiene più per mera discendenza, bensì per cittadinanza. Un passo avanti storico rispetto all’ideologia reazionaria Blut und Boden, “sangue e terra”, perché la nazione non può venire ridotta al “pezzetto di terra dove si è nati e cresciuti” teorizzato da Justus Moser.
A furia di inseguire consensi promettendo “meno stranieri”, Berlusconi e Bossi rifiutano l’idea che possano esserci “più italiani” e “nuovi italiani”. La loro idea di italianità è ferma agli anni Trenta del secolo scorso: l’appartenenza razziale. Lungi dal farsi interpreti di un nuovo patriottismo, alla vigilia del centocinquantesimo anniversario dello Stato unitario, essi paventano come minacciosa l’eventualità che uno straniero possa diventare italiano se non per concessione arbitraria.
La divergenza emersa all’interno della destra, quindi, non riguarda solo la volontà o meno di integrare gli stranieri residenti attraverso una politica lineare dei diritti e dei doveri. La prossima discussione parlamentare renderà manifeste due opposte nozioni di cittadinanza. Ma non facciamo finta che siano entrambe compatibili con una democrazia in cui vivono già quattro milioni di immigrati.

Anche Gad Lerner si occupa del diritto di cittadinanza degli immigrati e della spaccatura che l’argomento provoca nel centro-destra.

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