I numeri dell’energia, senza propaganda

di Corrado Truffi e Filippo Zuliani.

foto: flokru

foto: flokru

Quarantaquattro terawattora (TWh) l’anno, il 15% del fabbisogno elettrico nazionale attuale. E’ questo l’ammontare di energia elettrica assicurato dall’appena defunto e già risorto piano nucleare di Berlusconi (1), fra poco più di dieci anni. Per uscire dalle secche di un dibattito oscillante fra paura ed accuse di emotività a chi contesta l’energia nucleare, eccesso di fiducia nelle energie rinnovabili e anti-berlusconismo elettorale, abbiamo provato a far di conto su questa magica cifra, 44TWh all’anno di energia elettrica. L’obbiettivo è dare numeri semplici ma efficaci sull’energia in vista del referendum sul nucleare prossimo venturo, senza i quali la decisione non potrebbe che essere presa su basi emotive o ideologiche. Sono numeri importanti ma colpevolmente assenti nel dibattito nazionale che rispondono a domande forse ovvie ma che giacciono inascoltate:

  • Qual è il costo di realizzazione e gestione delle centrali nucleari?
  • Quanta è l’energia prodotta dalle centrali nella vita prevista?
  • Quanta energia è producibile con un pari investimento nelle energie alternative?
  • Qual è l’impatto ambientale?
  • E la dipendenza dall’estero?
  • Altri problemi che dovremmo sapere?

Una rapida digressione prima di cominciare. Ci chiediamo: ma questi 44 TWh di energia elettrica servono davvero all’Italia da qui a dieci anni? In breve: molto probabilmente sì. Negli ultimi anni, infatti, in Italia sono state autorizzate o costruite un buon numero di centrali a gas. In pratica, abbiamo sostituito la quasi totale dipendenza dal petrolio per la produzione di energia elettrica con il gas, consegnandoci perfino ad un certo surplus di produzione elettrica nel breve termine. Sul lungo periodo però, dieci anni o più appunto, le cose possono cambiare significativamente per una serie di avvenimenti in corso già oggi. Ad esempio, il trend di crescita dei consumi di energia potrebbe continuare; oppure il picco del petrolio e la conseguente scarsità di carburanti potrebbero portare il prezzo della benzina alle stelle, spingendo il settore della mobilità in modo massiccio verso l’elettricità (treni, tram, filobus e soprattutto auto ibride o elettriche); oppure l’Italia potrebbe avere specifici problemi di approvvigionamento di petrolio e/o gas, data la significativa dipendenza delle importazioni da paesi particolarmente instabili come la Libia. Tutte ipotesi realistiche, ragion per cui aumentare la produzione di energia elettrica non è affatto insensato. Ora, il passo successivo: come produrre questi 44 TWh l’anno?

Escludiamo le fonti fossili perché producono la CO2 e sono responsabili del riscaldamento globale. Confrontiamo allora le tre tecnologie di produzione elettrica attualmente in competizione sul mercato e al centro del dibattito italiano: nucleare, solare fotovoltaico ed eolico. A margine abbiamo aggiunto anche i numeri dell’eolico off-shore e del solare a concentrazione, quello sponsorizzato da Rubbia, ma va specificato che questi impianti sono attualmente allo stadio pilota e i costi sono comprensibilmente fuori scala. Non abbiamo invece considerato l’aumento di produzione idroelettrica per un motivo semplice: seppure anch’essa rinnovabile, l’energia idroelettrica in Italia è sostanzialmente già arrivata a livello di saturazione della capacità produttiva (2). Stessa cosa per il geotermico convenzionale. Sono escluse dal confronto anche tecnologie ancora allo stato di ricerca o di sperimentazione, come il geotermico di terza generazione o il Kite-gen, l’eolico d’alta quota, tecnologie molto promettenti sulle quali la ricerca italiana dovrebbe investire massicciamente ed è invece colpevolmente assente.

Ecco allora qua sotto i numeri dell’energia a confronto in una tabellina riassuntiva. Guardatela bene, che è semplice ma importante. Poi facciamo qualche commento.

Il costo

Cominciamo dalla parte forse più importante: il costo. Come si vede dalla tabella, il nucleare, tenuto conto di spese di costruzione, uranio minerale, gestione delle scorie high radiation e il decommissiong finale è sempre il più basso tra le soluzioni in esame. E’ infine interessante notare come i costi dell’uranio e di gestione delle scorie pesino in misura molto contenuta sul totale.

L’eolico fornisce risultati paragonabili al nucleare con orizzonte a 20 anni. Tuttavia, ragionando sui 40 anni (il ciclo vita nominale delle centrali nucleari), il costo dell’eolico risulta doppio di quello del nucleare. In altri termini, impegnarsi con una centrale nucleare significa aprire un mutuo con scadenza a 40 anni. Se qualcosa va storto prima, si perdono molti soldi. Impegnarsi con le pale eoliche invece significa minimizzare il rischio che qualcosa vada storto – è statisticamente improbabile che 10.000 pale su 10.000 vadano in avaria – ma scommettere pesantemente sulla ricerca tecnologica. Se in 20 anni non vengono trovate soluzioni migliori per la produzione di energia dal vento, e nella ricerca può benissimo succedere, bisogna ricostruire le torri eoliche daccapo e spenderci il doppio dei soldi.

Il costo stimato del solare fotovoltaico, invece, è 5-10 volte più alto di nucleare ed eolico. Certo, il costo dei pannelli tende a decrescere con l’aumentare delle quantità prodotte, ed è lecito attendersi mutamenti tecnologici sostanziali nel solare fotovoltaico o termodinamico. Tuttavia, volendo produrre 44 TWh di energia elettrica all’anno, il fotovoltaico allo stato attuale non è ancora un’alternativa dal punto di vista dei costi. Salvo, evidentemente, decidere di spendere senza limiti tagliando corposamente altre voci del bilancio statale (pensioni, sanità, assistenza sociale eccetera).

Impatto ambientale

Dal punto di vista della pura superficie occupata, le centrali nucleari sono l’opzione migliore. La superficie necessaria agli impianti nucleari infatti è circa 10 volte inferiore al solare fotovoltaico e circa 80 volte minore dell’eolico. Il problema del nucleare però è il costo in caso di disastro. Dopo l’incidente a Fukushima, infatti, nell’area probabilmente resteranno solo vecchi e poveri che non possono andarsene. Chi aveva comprato una casa ha visto l’investimento polverizzarsi, le aziende con sede e capannoni nella zona se ne andranno. Insomma, è un danno economico incalcolabile, oltre che ambientale, che forse nemmeno uno stato intero può garantire. Certo, si potrebbero costruire gli impianti nucleari tenendo libera una zona di sicurezza del raggio di 30 km in caso di necessità, ma in tal caso ci vorrebbero circa 12.000 km2 di territorio libero, mezza Sicilia. Roba che nemmeno in Texas si sognano.

I numeri più sorprendenti però vengono dalle rinnovabili: lo spazio occupato dal solare fotovoltaico è sostanzialmente irrilevante mentre quello dell’eolico è sterminato. Per produrre i soliti 44TWh all’anno di energia basterebbero infatti poco più di 700 km2 di pannelli. Per avere qualche termine di paragone concreto, la superficie dell’Italia intera ammonta a 300.000 km2 e la Valle d’Aosta ne misura circa 3.000. Senza voler occupare terreno utile, l’ammontare di “terre marginali” in Italia – terreni non utilizzabili per l’agricoltura o altri usi – è stimato a circa 23.000 Km2 (3). I 700 km2 necessari al solare fotovoltaico sono poca cosa a confronto. È’ dunque evidente quanto le polemiche degli ambientalisti d’antan sulla competizione del solare con l’agricoltura o a danno dell’ambiente siano infondate. Non ci fossero i problemi di costo, il solare fotovoltaico sarebbe la soluzione a tutti i nostri problemi energetici.

L’ingombro delle pale eoliche è invece davvero notevole. Certo, non si tratta di un ingombro esclusivo, dato che nei pressi delle pale eoliche si può coltivare o fare altre cose. Tuttavia i numeri indicano più di 4.000 km2 di superficie necessari per oltre 10.000 torri eoliche per produrre i soliti 44TWh all’anno. Non stiamo parlando di piccoli ventilatori da piazzare sul tetto di casa. Stiamo parlando di torri alte ben oltre 100 metri, con pale dal diametro di 70 per 1100 tonnellate di cemento, acciaio e alluminio ciascuna. Gli ambientalisti le chiamano ecomostri, non senza qualche ragione. Installandone anche solo la metà, usando solare, biomasse o risparmio energetico per il rimanente cinquanta per cento dell’energia, si tratta comunque di 5.000 torri. Sono oltre 6 milioni di tonnellate di cemento e acciaio, l’equivalente di 20 Empire State Building da costruire in Puglia, Sardegna e Sicilia, le regioni italiane dove è concentrato il potenziale eolico sfruttabile. Impressionati? Bene, vuol dire che avete chiari i termini del problema.

E se usassimo per l’eolico le stesse “terre marginali” del solare fotovoltaico? Non così in fretta. Se è vero che il sole splende ovunque, non è vero che tutte le terre marginali sono ventose. L’eolico non può essere impiantato ovunque, ma è limitato alle zone naturalmente ventose. Queste sono quasi sempre sui crinali, il che significa che i campi eolici hanno per forza di cose un grande impatto visivo. La sindrome nimby (non-nel-mio-giardino), specialmente in Italia, è sempre dietro l’angolo.

Limiti e dipendenza delle risorse

L’energia nucleare non fa diminuire la nostra dipendenza energetica dall’estero perché dobbiamo importare l’uranio. Questa frase è stata ripetuta fino allo sfinimento dagli anti-nuclearisti nei dibattiti televisivi. Peccato che le cose non stiano proprio così. E’ vero che il grosso della produzione di uranio è in mano a pochi paesi, ma circa il 40 per cento della produzione mondiale viene da due paesi civilissimi quali Canada e Australia, e la temutissima Russia si ferma all’8 per cento. Questo tacendo del fatto che l’idea dell’indipendenza energetica in sé ha poco senso nell’epoca del mercato globale. Il prezzo di mercato dell’uranio sul lungo periodo è fermo ai 73 dollari alla libbra, nonostante i problemi a Fukushima. Inoltre, i numeri in tabella evidenziano come il costo dell’uranio minerale sul totale è contenuto, e lo rimarrebbe anche se il prezzo raddoppiasse. Certo, le scorte di uranio non sono infinite, e su questo punto hanno ragioni gli anti-nuclearisti. Sulla disponibilità a lungo termine del minerale è in corso un ampio dibattito nella comunità scientifica ma, al momento, è impossibile trarre delle conclusioni sull’effettiva entità delle risorse di uranio o sostenere con certezza che siamo in una situazione di picco della produzione, come invece è assodato per il petrolio.

Ora vediamo le rinnovabili. Di sole in Italia ne abbiamo in abbondanza, mentre la situazione del vento è più complessa. La potenza eolica attualmente installata in Italia è di circa 6 GW. Sull’effettiva ampiezza del potenziale eolico italiano non vi sono ancora certezze assolute. Le stime più ottimistiche (4) parlano di 30-35 GW. Tolti i 6 GW già installati rimarrebbero circa 25 GW, che è quel che serve per produrre i famosi 44 TWh all’anno di energia elettrica, come indicato nella nostra tabella. Stime più prudenti (5) però sostengono che non sia possibile andare oltre i 16 GW totali. Il che vuol dire che sfruttando il vento potremmo produrre al massimo solo 18 TWh dei 44 che ci servono. Meno della metà, insomma. Inoltre va aggiunto che se il nucleare ci porta a dipendere dai paesi produttori d’uranio le rinnovabili implicano una parziale ma perniciosa dipendenza dalle terre rare, il 97% delle quali è esportato dalla Cina.

I problemi: scorie nucleari e intermittenza delle rinnovabili

Le scorie nucleari sono una di quelle questioni su cui la disinformazione tocca i massimi storici. Quante scorie produrrebbero con le centrali nucleari che il governo in carica vorrebbe installare in Italia per i soliti 44 Twh all’anno? Numeri alla mano, sono circa 80 tonnellate di scorie high radiation all’anno, quelle da trattare con guanti protettivi triplo strato. Per mettere la cosa in proporzione, questo numero andrebbe confrontato con i 5 milioni di tonnellate all’anno di rifiuti pericolosi che produciamo con tutto il resto (processi chimici, industriali, eccetera). In termini di volume sono 60 metri cubi all’anno. In 40 anni di attività, le centrali nucleari produrrebbero dunque 2400 metri cubi di scorie radioattive. Meno del volume di una piscina olimpica. Sia ben chiaro, non stiamo dicendo che le scorie non siano un problema, perchè le scorie nucleari sono un problema. Stiamo dicendo che i numeri ritornano una dimensione del problema molto meno apocalittica di quel che passa sui media: niente cave zeppe di scorie e niente montagne grandi come l’Everest di bidoni radioattivi pronti a esplodere, come si vede sui blockbuster catastrofici di Hollywood. Va aggiunto, però, che ufficialmente non esiste un mercato internazionale per le scorie nucleari. Ogni paese è responsabile per lo smaltimento dei propri rifiuti radioattivi in base al principio dell’autosufficienza nella gestione ambientale, che richiede che la maggior parte dei rifiuti debbano essere trattati o smaltiti all’interno della regione in cui è prodotta. Insomma, la responsabilità è nostra.

Nel caso delle energie rinnovabili la questione critica è quella dell’intermittenza della produzione di energia. In pratica esiste di fatto una sola opzione praticata e praticabile: stoccare l’energia rinnovabile in enormi bacini idroelettrici. La Danimarca è forse il paese più all’avanguardia in tal senso: l’energia prodotta del vento eccedente i consumi viene venduta all’estero sottocosto, dove viene usata per pompare a monte l’acqua dei bacini idroelettrici. Quando vento e sole sono assenti e la produzione di energia rinnovabile non basta a coprire i consumi, la Danimarca compra energia dall’estero, generata usando i bacini idroelettrici di cui sopra. In pratica, la Danimarca paga per stoccare energia rinnovabile nei bacini idroelettrici oltreconfine, dato che quelli presenti in Danimarca non sarebbero sufficienti. E’ ovvio che l’approccio danese non è esportabile globalmente, per la semplice ragione che non vi sarebbero bacini per tutti, però è un approccio possibile localmente. Nel caso dell’Italia, i bacini esistenti in suolo nazionale non sono nemmeno lontanamente sufficienti allo scopo. Certo, possiamo costruirne altri. Il problema è che i bacini di pompaggio sono costosi, devastano il territorio e sono pericolosi in caso di terremoto (meno di una centrale nucleare, certo, ma si parla comunque di milioni di metri cubi d’acqua capaci di spazzare via interi centri abitati). In più, è improbabile che il nostro territorio abbia il potenziale necessario a costruire altri bacini, dato che stiamo già sfruttatando abbondantemente centrali idroelettriche e stazioni di pompaggio. Insomma, torniamo dritti al problema della dipendenza dall’estero, stavolta per lo stoccaggio di energia rinnovabile.

Un’altra soluzione per l’intermittenza è la smart grid, la rete intelligente. In breve, la smart grid è la rete che pemetterebbe di comandare in remoto gli elettrodomestici e tutto il resto, adattandoli all’intermittenza delle fonti rinnovabili. L’argomento è troppo complesso per parlarne estesamente. Qui ci limitiamo a osservare che in Italia abbiamo oggi 4 reti ad alta tensione solo debolmente interconnesse (2 continentali, nord e sud, e 2 sulle isole) che rendono complicato portare il vento prodotto in Puglia e Sicilia verso i consumi del nord. Certo, la rete italiana è vecchia e va rifatta comunque (6), il che implica un ulteriore esborso per i cittadini. Non sarebbe corretto imputare l’intero costo della rete intelligente alle rinnovabili ma è vero anche il contrario, e cioè che ci sono investimenti specifici e non trascurabili da finanziare per usare l’eolico.

Tirando le somme

Quarattaquattro terawattora di energia elettrica all’anno. Eravamo partiti da qui. E siamo arrivati, in sintesi, a questo:

Nucleare: occupa pochissimo territorio. Produce energia in modo costante. Ha il costo migliore con orizzonte a 40 anni. Il rischio di morire per incidente nucleare è bassissimo, 400 volte inferiore al rischio di crepare per un banale incidente d’auto. Se però accade un guaio ad una centrale nucleare – e non v’è modo di predirlo – potete dire addio a 1000 chilometri quadrati di territorio e al loro valore commerciale, causa radiazioni permanenti per molti anni. Roba che solo il bilancio di uno stato intero può garantire dal punto di vista economico, e non senza dolori. Questo ovviamente, tralasciando tutti gli aspetti umani, dolori e sofferenze, della questione.

Solare fotovoltaico: occupazione del territorio del tutto ragionevole. Eventuali problemi non-nel-mio-giardino (nimby) sarebbero solo strumentalizzazioni. Produce energia intermittente. Costo elevatissimo. Alle condizioni attuali, il costo rende il solare fotovoltaico applicabile sulla scala dei 44 TWh all’anno solamente a patto di dolorosissimi tagli a sanità, pensioni, stato sociale e tutto il resto.

Eolico: enorme occupazione del territorio con notevole impatto ambientale. Produzione intermittente. Costo paragonabile al nucleare con orizzonte a 20 anni e scommessa pesante sulla ricerca con orizzonte a 40 anni. Se il progresso tecnologico ci consegnerà in futuro nuove soluzioni per un eolico più efficiente – come l’italianissimo Kite-gen, l’eolico d’alta quota – è la soluzione migliore. Se invece la ricerca di nuovi soluzioni non dà risultati apprezzabili – e non v’è modo di predirlo – il costo dell’eolico a 40 anni è doppio rispetto al nucleare.

Insomma, la conclusione è che produrre energia non è così facile come sembra. Tutte le soluzioni praticabili hanno precisi pro e contro. Alcuni vincoli sembrano insormontabili allo stato attuale delle tecnologie, il che sottolinea, ce ne fosse bisogno, l’importanza della ricerca. Quel che è importante, però, è aver maturato la consapevolezza che ogni soluzione, nessuna esclusa, comporta vantaggi e difficoltà di natura diversa; sapere cosa è ragionevole e cosa è auspicabile; aver ben chiaro che soluzioni diverse possono anche convivere – il concetto di mix energetico – e non sono escludenti. In breve, è importante avere gli elementi per scegliere sulla base di fatti e valutazioni ben motivate, e non sulla base di vaghe impressioni, propaganda elettorale, disinformazione mirata o valutazioni puramente ideologiche. ça va sans dire.

*****
Note in tabella:
(1) Impianto di riferimento: Olmedilla (Spagna)
(2) Impianto di riferimento: Whitelee (Scozia)
(3) Impianto di riferimento: Andasol-1 (Spagna)
(4) Impianto di riferimento: Hywind (Norvegia)
(5) Impianto di riferimento: Horn Reef (Danimarca)
(6) www.world-nuclear.org/info/inf03.html, costo uranio 73$/lb (2011).
(7) Costo dello smaltimento delle scorie in Inghilterra, Nuclear Engineeering International (2008).
(8) “Il costo dell’energia nucleare”, Domenico Coiante (2006).

Note a piè pagina:
(1) per gli amanti dei numeri: 4 centrali nucleari da 1600 MW l’una, attive per circa l’80% del tempo (7000 ore l’anno) producono appunto 44TWh l’anno.
(2) “Fonti rinnovabili in Italia e problematiche per l’applicazione”, Domenico Coiante – Amici della terra (2009).
(3) “Fotovoltaico e territorio”, Domenico Coiante (2010).
(4) “Lo sviluppo dell’eolico in Italia”, SPS Italia (2005) e studio indipendente dell’Università di Utrecht (2006).
(5) “Il potenziale eolico italiano”, ANEV-Associazione Nazionale Energia del Vento (2008).
(6) Piano Terna (2010).

87 Commenti

  1. @ Kaeel: i dati di base usati sono quelli dichiarati per gli impianti di riferimento citati in tabella, oppure sono quelli segnalati nelle note.
    Per quanto riguarda l’aspetto dei costi del nucleare e del fotovoltaico, la nostra analisi, effettuata appunto su impianti di riferimento e in modo semplificato, può ovviamente essere affinata. Ma, come dimostra questo nuovo articolo scritto da Filippo, le valutazioni del confronto non cambiano affatto: http://www.ilpost.it/filippozuliani/2011/05/20/quanto-costa-lenergia-davvero/

  2. Mauro

    Corrado Truffi:
    «come dimostra questo nuovo articolo scritto da Filippo, le valutazioni del confronto non cambiano affatto»
    In questo articolo avete detto che “Il costo stimato del solare fotovoltaico, invece, è 5-10 volte più alto di nucleare ed eolico”, in quello su Il Post il costo è meno del triplo (0,081 €/kWh contro 0,23 € kWh); tra cinque/dieci volte a tre volte le cose cambiano.
    Inoltre, in quell’articolo dite di considerare una vita delle centrali nucleari di quarant’anni e portate tra le fonti Analisi del costo di produzione del kWh nucleare, di Coiante; ma in quella fonte il costo stimato con una vita di quarant’anni è 0,094 €/kWh: +16%, non indifferente. Considerando questo costo, il rapporto fotovoltaico/nucleare passa a 2,46.
    Non ho chiaro come questa differenza di rapporti-costi dimostrerebbe che le valutazioni del confronto restano inalterate.

  3. Mauro, se confronti i numeri in tabella il rapporto tra costo fotovoltaico e nucleare e’ circa quattro.

  4. Mauro

    Certo, ma proprio per quello non mi trovo d’accordo col dire che l’altro articolo dimostra che le considerazioni sul confronto non cambiano affatto; forse non era chiaro, ma nel mio precedente commento mi stavo riferendo – citando il pezzo sul 5-10 volte – anche al limite inferiore, ossia le cinque volte.
    In questo articolo, prendendo a riferimento i quarant’anni, il rapporto solare/nucleare è 4,35; prendendo i numeri dell’altro articolo, si passa al 2,84, ossia -34,7%; se consideriamo il costo dato da Coiante per i quarant’anni – ossia 0,094 €/kWh – e non quello dato per i sessanta, arriviamo a 2,45, ossia -43,7%. Anche considerando come costo del fotovoltaico il caso peggiore, ossia i 0,0301 €/kWh del Nord, arriviamo a un rapporto 3,2, ossia -26,4%.
    Una diminuzione del rapporto di circa 25-45% non mi pare dimostrare che “le valutazioni del confronto non cambiano affatto”: resta il fatto che il fotovoltaico costa di piú, vero; ma quantitativamente cambia, e non poco.
    Questo senza contare che il fotovoltaico non si limita a evitare la spesa per il combustibile, la diminuisce (ogni Wh generato col solare, è un Wh in meno di combustibile che devo consumare e quindi acquistare), cosa che fa parte di una serie di considerazioni secondo cui il fotovoltaico avrebbe l’effetto di diminuire la bolletta (vedi studio lí citato).
    Inoltre, nella tabella dell’altro articolo per il nucleare si conta un -9% dovuto alle emissioni, il triplo che per il fotovoltaico, ma come segnalato in miei commenti passati la filiera nucleare emette (nel solo 2001 e nella sola filiera di arricchimento statunitense, oltre 400 tonnellate di CFC-114, equivalenti a oltre 4 000 000 di tonnellate di CO2): quel -9% ne tiene conto?

  5. Mauro

    Sulla grid parity.

  6. @Mauro
    – Il valore di Coiante a 40 anni con tasso annuale dell’interesse reale al 5%, lo stesso usato per il solare, e’ 8.5. In ogni caso ho usato il valore migliore sia per il nucleare che per il solare. Leggile le note e le referenze che metto a fine articolo, che’ le metto per quello.
    – lo studio che citi sui prezzi tratta, appunto, di prezzi e non di costo di produzione. Ma mi pare che tu, come tanti, non abbia chiara la differenza. Vedro’ di scriverci un articolo sopra.
    – l’emissione delle filiera nucleare, come quella di tutte le altre filiere energetiche, e’ una di quelle cose su cui c’e’ il disaccordo piu’ totale. Ragion per cui non e’ incluso nel modello standard della IEA.
    – sul link della grid parity ti ho risposto sul mio blog, che’ con questo articolo non centra.
    Saluti

  7. Mauro

    Filippo Zuliani:
    «Il valore di Coiante a 40 anni con tasso annuale dell’interesse reale al 5%, lo stesso usato per il solare, e’ 8.5. In ogni caso ho usato il valore migliore sia per il nucleare che per il solare»
    Questo l’ho chiaro, semplicemente trovo non sia chiaro citare i quaran’tanni di vita per poi prendere senza esplicitarlo – anzi dicendo il contrario – un costo che si riferisce a un’altra durata, che oltretutto almeno attualmente nella pratica non trova riscontro (fonte: http://aspoitalia.blogspot.com/2011/03/vita-operativa-dei-reattori-nucleari.html).
    La confusione è aumentata dalle note, dove c’è scritto: “Forchetta del costo del kWh nucleare: 8.1 centesimi (40 anni di vita delle centrali) – 9.5 centesimi (60 anni)”, mentre i dati sono diversi (8,1 per sessant’anni e 9,4 per quarant’anni), almeno stando a Coiante; la nota si riferisce a un’altra fonte? Se sí, quale? Se no, c’è un errore?
    Non contesto che sia stato preso il valore migliore, è scritto chiaramente; solo, i dati non mi sembrano chiarissimi.

    Comunque, torno a ripetere il punto del mio intervento: anche prendendo i dati esattamente come forniti, si passa da un rapporto 4,35 presentato in questo articolo a uno 2,84, ossia -34,7%, presentato nell’altro; ovviamente, una simile differenza si ripercuote anche sul tempo necessario per raggiungere il pareggio con le altre fonti.
    Quello che sto sostenendo è che una simile differenza non dimostra che “le valutazioni del confronto non cambiano affatto”. Anzi: mi pare che cambino pesantemente.

    Mettiamoci numeri, invece che rimanere su rapporti e percentuali, cosí da avere un’idea in Euro di quanto le cose cambino; prendiamo i 29 741 MWp della tabella e i 6000 €/kW dati nell’altro articolo per il nucleare. Con i numeri di questo articolo, otteniamo, per costruire quella potenza di fotovoltaico, 776 240 100 000 €, ossia circa 776 G€.
    Con i numeri dell’altro articolo, 506 786 640 000, ossia circa 507 G€.
    Differenza: 269 453 460 000, ossia circa 269 G€.
    La finanziaria 2010 era di 8,9 G€ (fonte: http://www.corriere.it/economia/09_dicembre_05/finanziaria-maxiemendamento_e79d58e2-e18c-11de-95f6-00144f02aabc.shtml).
    Quindi, la diminuzione è di circa trenta finanziarie.

    Ora: non capisco come con una simile diminuzione si possa dire che “le valutazioni del confronto non cambiano affatto”: non ti trovi d’accordo con quest’affermazione di Corrado Truffi (ultimo commento della prima pagina); oppure ti trovi d’accordo, caso in cui ti chiederei di spiegarmi perché: l’analisi, nonostante i numeri, era qualitativa? O cosa?
    Non contesto che il fotovoltaico costi rilevantemente piú del nucleare; ma non concordo col dire che le valutazioni sul confronto restano inalterate.

    Su costo/prezzo: ho chiara la differenza, ho solo voluto riportare un articolo che mi pare interessante.

  8. Giorgio

    Complimenti per l’articolo ma soprattutto per la disponibilità ad accogliere commenti.
    Mi piacerebbe in particolare se voi rispondeste a quanto commentato da Francesco Cerisoli il 12 05 2011.
    Pare che il deposito di scorie di Onkalo sia costato 3 miliardi e dovrà essere vigilato per 100.000 anni!
    Ricordo che il deposito di Asse in Germania ha subito un imprevisto e dovrà essere spostato quindi ricostruito! http://www.reteclima.it/in-germania-si-rimuovono-le-scorie-nucleari-dalla-miniera-di-asse
    Supponiamo che ad Onkalo ciò possa avvenire ogni mille anni, e forse sono fin troppo cautelativo, significa che il solo costo dei depositi di scorie potrebbe essere di 300 miliardi!!!!
    Io sono molto incompetente, e posso sbagliare grossolanamente, ma mi pare che i tempi di decadimento delle scorie facciano chiaramente capire che qualsiasi analisi sui costi del nucleare è sbagliata se non tiene conto del debito che si lascia alle generazioni future.

  9. in una vecchia pubblicazione dell’enel(primi anni 2000 c’era un confronto dei costi tra le varie fonti energetiche fatto da un istituto di ricerca americano il quale evidenziava che il nucleare,pur costando inizialmente meno di altre tipologie di produzione,alla fine ,per lo smaltimento delle scorie,andava a costare quanto i piu’ tradizionali(idrico e termico)

  10. Francesco Cerisoli

    Quindi la Merkel (ma Schroeder prima di lei, anche) ha fatto una cazzata e la Germania si sta sparando sui piedi?

  11. Ivan Cogliati

    Volevo innanzitutto fare un plauso alla discussione. Non credo che chi scrive qui siano tutti ingegneri o professori, sarebbe bello quindi che questo fosse anche il piano del dibattito altrove…Io volevo solo suggerire una rapida visione delle prime due tabelle nel link qui sotto. Si tratta di wikipedia, ma sappiate che la referenza originaria è la U.S Energy Information Administration (2010) http://en.wikipedia.org/wiki/Cost_of_electricity_by_source
    Da notare che le stime di costo comprendono anche i costi del capitale e la manutenzione nonchè, nel caso delle rinnovabili, maggiori costi di trasmissione dovuti alla necessità di una migliore rete elettrica. Le condizioni ambientali americane di vento e sole sono sicuramente diverse da quelle italiane, si consideri in questo caso la tabella 2 con valori max e min dovuti a differenze tra diverse regioni degli states.

  12. Marco Buseghin

    Una provocazione: è pensabile che in Italia una centrale nucleare venga costruita con capitale privato? L’incertezza dell’investimento (i governi cambiano, così come le scelte energetiche degli stessi, ne abbiamo la prova in questi giorni) mi fa propendere per il no. Quindi, una centrale in Italia verrebbe costruita con fondi pubblici, apertamente o indirettamente. Si tratta di un investimento che possiamo permetterci, nell’attuale condizione? Al di là della redditività della scelta nel lungo periodo, il bilancio statale può caricarsi di una spesa del genere in un periodo di tagli come quello che ci aspetta?

    Non mi piacciono le etichette: “nuclearista” e “anti-nuclearista”, che vuol dire? Differenziare le proprie fonti energetiche ha sempre senso, così come fare ricerca in tutte le direzioni (e non è pensabile che un ragazzo si metta a studiare in un campo che sa essere “proibito”; avremo ricerca nucleare seria solo se ci saranno prospettive occupazionali in Italia nel nucleare e lo stesso vale per le altre fonti). Ma proprio perché non ho alcun motivo di oppormi alla costruzione di centrali nucleari in sé, non apprezzo la linea politica del Governo: che non è volta a creare le condizioni per attirale capitale estero in un progetto di costruzione di centrali, bensì a capitalizzare il voto pro-nucleare, punto e basta.

  13. – Una provocazione: è pensabile che in Italia una centrale nucleare venga costruita con capitale privato?

    Ne dubito. Una centrale nucleare costa un botto, prende 10 anni per essere completata e prende un botto al cubo di tempo di ritorno d’investimento. Il costo del kwh nucleare va per l’80% in costi di installazione, al contrario del gas che va in costo del combustibile (il gas) sul mercato. Ergo, il nucleare completamente privato e’ una bischerata.

    – Si tratta di un investimento che possiamo permetterci, nell’attuale condizione?

    Questo lo sa solo Tremonti che ha i numeri dei conti dello stato in mano. Pero’ la domanda e’ mal posta. Dovrebbe essere: posto che vogliamo dotarci di 44 TWh di energia all’anno, qual e’ il modo piu’ economico (e sicuro) per ottenerli?

  14. Michele

    Ringrazio tutti per la discussione aperta.
    Vorrei riportare questo rapporto americano che ha bloccato la realizzazione di una centrale in itinere.
    Ritenete che sia sbagliato? Si parla di un cross-over storico del costo dell’energia solare rispetto a quella nucleare.
    http://www.ncwarn.org/wp-content/uploads/2010/07/NCW-SolarReport_final1.pdf
    Michele

  15. Difficile rispondere a tutti, e ancora grazie per l’attenzione e per i molti link interessanti. Come già promesso, arriveranno nuovi articoli di approfondimento e risposta sia da me sia da Filippo. Intanto però, sulla valutazione del costo del fotovoltaico a confronto con il nucleare, consiglio vivamente Coiante su Aspo:
    qui in particolare sul fotovoltaico, dove si vede che la grid parity è un obiettivo raggiungibile ma ancora lontano: http://aspoitalia.blogspot.com/2011/05/la-grid-parity-del-fotovoltaico.html.

  16. Michele

    Caro corrado

    la grid parity è lontana ma pochissimi anni.
    I costi sono in discesa evidente da qualunque grafico presente nei vari rapporti, mentre i costi del nucleare sono in salita. Il crossover ci sarà.
    E in quel momento i tedeschi avranno la fetta più grossa del business delle smart grid e delle reti intelligenti di distribuzione (700miliardi di Euro). Non credo che la nazione con l’esportazione più alta al mondo di beni prodotti internamente si butti a capofitto in un businness basato su numeri sbagliati.
    Inoltre una cosa di cui si parla poco: durante le ore di picco, in cui l’energia elettrica costa di più, il nucleare viene venduto a un valore triplo rispetto al normale prezzo di vendita. Guarda caso in quello stesso momento la produzione solare è elevata e permette di produrre energia a basso costo.
    Sarà per questo che il nucleare fa la guerra alle rinnovabili?

  17. @Michele
    la grid parity è lontana ma pochissimi anni.

    veramente sono ancora almeno 9 anni, nella migliore delle opzioni e senza tenere conto dei limiti tecnologici (un articolo sta arrivando).

    E no, il nucleare non fa la guerra alle rinnovabili ne’ viceversa. Sono i sostenitori politicizzati che lo fanno. Non e’ un’idea stupida pensare che in futuro ci potra’ (dovra’?) essere spazio per entrarmi.

  18. Michele

    @Filippo

    ok
    ma parlando di orizzonti temporali, le centrali nucleari eventualmente in itinere cominceranno a produrre a ritmo serrato giusto tra 9-10 anni (stando ai tempi delle centrali in costruzione attualmente), (guarda caso 10 anni è il tempo di dismissione delle centrali tedesche e svizzere…)
    mentre c’è la capacità di installare una buona e robusta rete fotovoltaica in pochissimi anni che produrrebbe energia da subito, con costi di manutenzione esigui.
    C’è infatti da considerare che, a parte qualche inverter bruciacchiato, un pannello PV di buona qualità è garantito 20 anni ma dura tranquillamente 30-35, ed è in parte riciclabile.
    Il ROI (return of Investment) che ormai occorre sempre considerare in un businness plan è sicuramente a favore del solare integrato in una rete intelligente con altre tecnologie a basso impatto ambientale, a basso spreco (perchè tanto è lì che dobbiamo andare, siamo troppi e consumiamo troppo e male….)

    Ciao
    Michele

  19. @Michele
    non cosi’ in fretta. Se tutto va come deve e il costo di produzione del solare cala fino a raggiungere quello del nucleare in 10 anni, vuol dire che produrre un kwh di solare costa come un produrre un kwh di nucleare, combustibile, manutenzione e tutto il resto inclusi.

    Il problema comune ma simmetrico di nucleare e rinnovabili e’ che l’approvvigionamento energetico e’ difficilmente modulabile in base alla richiesta. Altrimenti detto, il nucleare non lo puoi spegnere di notte e il solare e’ attivo solo quando c’e’ il sole. Volendo guardare le cose oggettivamente secondo me le due tecnologie possono benissimo condividere. Oserei quasi dire che devono, se vogliamo rottamare completamente gas, carbone e petrolio.

  20. Simone

    Ciao a tutti, sono ingegnere, quindi avvezzo ai numeri. Tuttavia in questa discussione mi piacerebbe che ci si allontanasse da un approccio puramente quantitativo o che per lo meno si usasse tale approccio in maniera più macroscopica.

    Mi spiego meglio. In analisi del rischio si considera tale fattore (il Rischio) pari al prodotto tra la probabilità che un evento accada per l’impatto che lo stesso evento andrà a manifestare.

    Legato il richio a queste due componenti, quella probabilistica e quella che misura l’effetto, ci si rende presto conto del fatto che basta che una sola di queste grandezze tenda a infinito affinchè il prodotto (se non adeguatamente compensato dall’altro fattore) faccia lo stesso.

    Ritengo che non esistano condizioni di sicurezza che possano abbassare il fattore probabilistico relativo ad un incidente nucleare fino a valori numerici così bassi da rendere irrilevante il prodotto con la misura delle conseguenze da esso apportate e quindi il Rischio complessivo.

    Infatti, come detto nell’articolo la misura delle conseguenze è così alta da poter essere considerata incalcolabile ed, a loro volta, molteplici sono le possibili cause di incidente: difetti di progetto, difetti di fabbricazione, difetti di manutenzione, attentati terroristici, attentati di origine criminale, eventi naturali non prevedibili…ecc. Tutti elementi indipendenti che si sommano probabilisticamente e la cui somma di probabilità rimane significativa.

    Concludendo, economicamente e finanziariamente potrebbe anche darsi che escludendo la probabilità di un incidente, il nucleare possa risultare conveniente. Il problema è proprio nel fatto che bisogna trascurare la probabilità di un incidente perchè tale conteggio sia consistente.

    Onestamente, anche in conseguenza di quanto dimostrato a Fukushima, non mi sento di escludere questa probabilità e non posso accettare le consequenze che ne deriverebbero ed il Rischio che per quanto detto rimane elevatissimo.

  21. @Simone. Io ero portato a sottovalutare il rischio nucleare (tempo fa ho scritto addirittura un pezzo contro le scelte nucleari del governo che si chiamava “Io non ho paura del nucleare”). Resto convinto che la percezione del rischio associato alle fonti fossili (inquinamento ambientale, polveri sottili e relative patologie mortali, cambio climatico) sia sottovalutata e che quel tipo di rischio sia probabilmente più grave del rischio nucleare (appunto, la probabilità dell’evento è certa – la benzina bruciata in città ci ammazza lentamente – anche se l’impatto unitario è più basso).
    Tuttavia, concordo con te che i numeri economici non sono tutto, non sono mai tutto. E per questo ho scritto questa prima riflessione a latere su tutta la faccenda: http://archivio.imille.org/2011/06/lo-zen-e-l%E2%80%99arte-della-dismissione-del-nucleare/

  22. Riccardo De Maria

    Simone, con questo ragionamento si dovrebbe vietare il permesso di circolazione delle automobili private perché è addirittura dimostrato sperimentalmente che produce migliaia di morti e feriti in tutto il mondo. E ci sono alternative, io vado in ufficio (10km) in bicicletta o in autobus quando piove e non posseggo un auto. Infatti voterei sì ad un referendum su questo, ma quanti lo farebbero…

  23. Mauro

    Corrado Truffi:
    la probabilità dell’evento è certa – la benzina bruciata in città ci ammazza lentamente – anche se l’impatto unitario è più basso

    L’evento non è certo: parlando di rischio di morte (malattia, ecc.) bisogna vedere la probabilità che l’evento si presenti grazie a quella causa; ossia: è vero che le emissioni ci ammazzano lentamente, ma qual è la probabilità che quelle emissioni causino ci ammazzino? È quello il numero che va considerato nel calcolare il rischio (e quello del cancro per il rischio di cancro, ecc.).
    Poi sì: il rischio delle emissioni è percepito di meno, e non a caso esiste anche il rischio percepito (calcolato come il rischio, ma il danno probabile è elevato a un fattore k indicante la percezione che c’è del rischio stesso); per contro, non ho chiaro quanto il rischio del nucleare sia percepito bene (nota: in entrambi i sensi: c’è chi pensa alle centrali come a delle bombe atomiche, e chi non sa che a Chernobyl la zona è ancora danneggiata pesantemente).

  24. Secondo me il nuovo articolo di Corrado chiarisce meglio i termini della questione

  25. Rudi

    Dopo la Germania ora anche la Svizzera …solo l’Italia in controtendenza? (ANSA) – ZURIGO, 8 GIU – I deputati svizzeri del Consiglio nazionale (Camera bassa del Parlamento) hanno approvato oggi i piani presentati dal governo per il progressivo abbandono del nucleare entro il 2034. Si apre cosi’ la via a un lungo processo politico che dovrebbe concludersi tra diversi mesi. La Svizzera ha cinque reattori nucleari. Secondo il piano governativo, il reattore di Beznau I dovra’ essere spento nel 2019, quelli di Beznau II e Muehleberg nel 2022, Goesgen nel 2029 e Leibstadt nel 2034.

  26. Giorgio

    @ Simone: complimenti per il tuo contributo! Io aggiugerei: non si dovrebbe considerare un ulteriore fattore moltiplicativo, cioè la durata del rischio?
    Forse si può ammettere che la probabilità di un incidente in una centrale nucleare, o nella gestione delle relative scorie, sia bassissimo, ma quanto perdura questo rischio?
    Moltiplichiamo una probabilità bassissima all’anno per centinaia di migliiaia di anni, direi che il prodotto non è più trascurabile, moltiplichiamolo per l’entità dell’impatto che tende all’infinito e confrontiamo il risultato con un’altra tecnologia. Penso che l’analisi del rischio non sarà mai vantaggiosa per il nucleare.

  27. Mauro

    Giorgio:
    non si dovrebbe considerare un ulteriore fattore moltiplicativo, cioè la durata del rischio?

    È da considerarsi nella valutazione del danno (quello che Simone ha chiamato “impatto”).

  28. Vi segnalo un mio articolo con alcune considerazioni sul nucleare:
    http://www.lucianogiustini.org/blog/archives/2011/06/alcune_considerazioni_sul_nucleare.shtml

Trackbacks / Pings

Lascia un commento

Subscribe without commenting