Piazza Fontana, senza Stato, senza politica

di Corrado Truffi.

"Chi è Stato?" di QuiLeccoLibera

Io c’ero. Il 12 dicembre 1969 avevo 12 anni, un fratello maggiore che “faceva il ’68”, un padre sindacalista che aveva appena firmato il contratto degli edili, il primo in ordine di tempo dell’autunno caldo, dopo notti di furibonde trattative e giorni e giorni di scioperi, e che nel 1972 avrebbe organizzato una manifestazione per spezzare il dilagare dei boia chi molla a Reggio Calabria, pagata con un bel po’ di bombe sui treni. E alla fine del decennio, il 2 agosto 1980, io c’ero anche alla stazione di Bologna, su un treno che mi riportava dal Veneto a Roma, bloccato nella campagna per ore e poi passato su un binario lontano, in mezzo al caos e alla distruzione della stazione.

Io c’ero e ricordo molte cose, anche se nel ’69 ero solo un ragazzino, perché di Piazza Fontana si parlava molto in famiglia, perché in quei giorni e nei giorni successivi mio padre non c’era quasi mai. Io c’ero, e quindi capisco il rovello e l’indignazione di molti che erano più coinvolti di me a sentire certe ricostruzioni della storia delle stragi e della strategia della tensione. A sentire dare credito alla bufala del “due di tutto“.

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Ma non è di questo che voglio parlare. Chi vuole capire come sono andate storicamente le cose (perché la verità giudiziaria è purtroppo incompleta), ha a disposizione ottimi testi e, in questi giorni, anche ottimi articoli di giornale che rimettono in chiaro le proporzioni della vicenda. Voglio parlare di come, in tutti quegli anni di periodiche stragi, anni iniziati proprio da quella bomba, si sia consumata una trasformazione importante nel modo di vedere la politica e lo Stato da parte di molti, troppi di noi. E voglio parlare di come ora, col senno dell’esplodere dell’antipolitica, e con la consapevolezza dello scarso senso dello Stato degli Italiani, quella trasformazione possa in qualche misura spiegare il pantano del presente.

Raccolgo i pezzi di questo discorso, sia pure rischiando lo schematismo di un affresco troppo rapido. Quando comincia la strategia della tensione, la sinistra italiana, comunista e socialista, e il movimento sindacale, sono ancora largamente e convintamente istituzionali, checché se ne possa dire. La svolta di Salerno di Togliatti ha significato non solo la realista scelta di giocare la forza del PCI entro le regole della democrazia occidentale, in ragione della divisione del mondo della guerra fredda. Ha significato, più ancora, che la pratica politica e sindacale si è posta l’obiettivo di trasformare lo Stato, di riformarlo, di trasformare i rapporti di forza. E con ciò ha dato per scontato che lo Stato e le istituzioni repubblicane fossero qualcosa in cui ci si potesse riconoscere. Non che non vi fossero remore, non che non vi fosse diffidenza, quasi sempre del resto assai ben motivata, verso le persone concrete che incarnavano lo Stato degli anni ’50 e ’60. Sono parte del vissuto della mia famiglia le storie del PCI che faceva dormire fuori casa i suoi dirigenti (mio padre incluso) in certi momenti di tensione, quando si percepiva il “rumore di sciabole”. Ma un conto sono le persone e il potere dominante, un conto l’istituzione.

Vorrei dire che in quegli anni, chi era ben poco istituzionale, chi era ben lontano dal riconoscersi nello Stato repubblicano, era sopratutto la destra. La destra fascista camuffata nel MSI, la destra qualunquista di Giannini che, dopo l’esaurirsi del suo movimento, si è comunque diffusa come senso comune nel modo di pensare di una vasta piccola borghesia reazionaria. E la “destra” (ma il termine qui è approssimativo) economica di certi capitalisti italiani che, a ogni piccola tensione del mercato del lavoro, si precipitavano a fare lo “sciopero del capitale” (ossia a portare i soldi in Svizzera …). Una genia di piccoli e grandi evasori viene direttamente da lì.

Dal 1969 in poi, dal momento in cui si comincia, ahimè per assai valide ragioni, a chiamare  la bomba di Piazza Fontana Strage di Stato, la fiducia “istituzionale” della sinistra cala verticalmente. Principalmente in due sensi. Da un lato, l’ideologia marxista nelle sue versioni più caricaturali staliniste maoiste albanesi trova fertile terreno e motivazione nell’evidenza che lo Stato “borghese” nemmeno rispetta i patti della democrazia formale, ma fa di tutto per inquinare, depistare, reprimere. E, più in generale, tutta una generazione di militanti (e allora, vi prego di credermi per chi non c’era, davvero si era quasi tutti, in un modo o nell’altro, militanti) si convince che dello Stato non c’è mai da fidarsi. Le istituzioni sono marce. Dall’altro lato, anche la sinistra più moderata (il PCI), nel corpo allora vastissimo dei suoi militanti, perde fiducia e si convince che con il “doppio Stato” dello stragismo c’è ben poco da scherzare. In un certo senso, anche la strategia del compromesso storico di Berlinguer, esplicitamente motivata da un ragionamento sul golpe cileno e sulle condizioni geopolitiche che impediscono al PCI di andare al governo sic et simpliciter in caso di vittoria elettorale, è un segnale di sconfitta e sfiducia. L’ipotesi di Berlinguer, in fondo, è che solo il compromesso con il pezzo “buono” della democrazia cristiana possa salvarci dalla vittoria delle forze occulte che giocano all’interno dello Stato.

Eppure, pur in questo contesto di generale sfiducia e sospetto nel significato stesso di Stato, la grande spinta propulsiva delle lotte del ’68 e dell’autunno caldo, nel quadro di un’Italia con tantissimi problemi ma comunque ancora complessivamente in crescita (in crescita economica, in crescita di idee, in crescita di livello di istruzione medio, di apertura mentale e culturale…), ha fruttato una serie di risultati che sono il vero segno positivo dei così detti “anni di piombo”, un grande recupero: le leggi sul divorzio e sull’aborto, la riforma sanitaria, l’abolizione dei manicomi, la buona amministrazione degli enti locali della fascia “rossa” delle regioni del centro-nord e, per quella via, la costruzione di un particolarissimo ma efficace stato sociale partecipativo. Sono stati questi risultati a fornire la forza per una tenuta anche psicologica di chi ha, in quegli stessi anni, dovuto assumersi l’onere di lottare contro il terrorismo delle brigate rosse senza poter dimenticare il doppio Stato e il terrorismo nero che lo Stato deviato coltivava.

Ma la Repubblica è pur sempre rimasta una debole cosa. Del “senso dello Stato” della destra si è detto prima, e nel corso di tutti quegli anni – di tutti questi anni – da quel lato molto poco è cambiato. E il senso delle istituzioni della sinistra, minato in radice dalle stragi e dal loro essere stragi di Stato, in gran parte non ha retto sotto i duplici colpi dell’affievolirsi dell’impegno ideologico e dell’affermarsi di una nuova modernità politico-affaristica che aveva assai più appeal nel nuovo contesto mondiale. La famosa Milano da bere, finita come sappiamo nel finto lavacro di mani pulite, ci consegna dritti dritti nella non esaltante situazione attuale.

Quella situazione attuale che si può leggere molto bene nella somiglianza enorme dei titoli e delle campagne de Il Fatto e di Libero: senza più ideali forti, destra forcaiola e sinistra estrema orfana di sogni si ritrovano unite nella cieca anti politica e nel rifiuto delle istituzioni democratiche, ben più che dei “politici”. E così si salda perfettamente il qualunquismo e la mancanza di senso dello Stato della debole borghesia italica, con il ribellismo inutile e anch’esso antistatale della sinistra sempre perdente.

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La strategia della tensione è dunque, purtroppo, ben peggio di un tentativo di svolta reazionaria, di una dimostrazione di debolezza delle istituzioni repubblicane. È sopratutto uno dei motivi – forse il principale nel dopoguerra – che spiega come mai abbiamo una sinistra spesso così inutilmente ribellistica e poco concreta. Per il buon motivo che, di fronte a un doppio stato così evidente, si finisce per costruire ogni propria opinione dietro un filtro di fondato scetticismo.

Un popolo senza speranza dunque? Non necessariamente. Quel che ho chiamato il grande recupero può ripetersi. Le tracce ci sono e sono evidenti, anche se a volte contraddittorie. La popolarità della lotta all’evasione si intreccia certo con il lato forcaiolo dell’antipolitica, ma è anche un segnale di una nuova crescente richiesta di senso dello stato. Il consenso al governo Monti ha ormai tratti di schizofrenia (contro la riforma del lavoro ma per Monti, contro l’aumento delle tasse ma per Monti, ecc.). Eppure, segnala la voglia di molti di poter finalmente riconoscersi in un governo e, per questa via, in una Istituzione credibile. La stessa enfasi mediatica sul merito e la competenza, con tutti i suoi limiti ideologici ben discussi anche sui Mille, è un pezzo di questa ricerca di costruire una comunità condivisa attorno a uno Stato.

Un solo Stato, non più un doppio Stato. Per il quale ci sarà ancora molto da lavorare, ma che voglio credere possibile.

 

 

4 Commenti

  1. Francesco Cerisoli

    (Io non c’ero, nel 1969. E alla fine della stagione delle stragi avevo solo 8 anni)

    Corrado, ma non e’che alla fine ci dobbiamo scordare il doppio Stato, senza mai, veramente, eliminarlo? Tornare convinti a credere in uno Stato, una societa’ condivisa, senza saldare i conti con “l’altro” Stato, che si ripresenta sempre nelle stesse forme anche se con con etichette diverse? Perche’ alla fine io temo che davvero credere in Monti e sostenere lo stesso governo che sostengono Cicchitto e Gasparri sia ben oltre il compromesso storico che inseguiva Berlinguer.
    E’giusto cercare una nuova alleanza, a patto che si marchi una discontinuita’ con quello che c’e’ stato prima.
    Insomma, e’ vero che la Svolta di Salerno ha creato le premesse per il patto costituzionale: che si e’basato pero’ sul rifiuto incondizionato del fascismo.
    Saro’ un giacobino, ma mi sembra che al momento i conti siano tutti aperti…

  2. Non so. Mi sembra che tu dica due cose un po’ in contraddizione, se ho capito bene. Da un lato, dici che sarebbe meglio rassegnarci all’esistenza endemica di un doppio Stato, di qualcosa che interviene ogni volta a impedire le possibili svolte democratiche. Prenderne atto e andare avanti comunque. Dall’altro dici che il patto stipulato appoggiando il governo Monti – ben oltre il compromesso storico – non risolve perché “i conti sono tutti aperti”.
    Io credo che la strada fatta da Piazza Fontana ad oggi non sia poca. Lo Stato come istituzione è fatto di persone – funzionari, poliziotti, questori, magistrati – ben diversi da quelli della nettissima continuità coin lo Stato fascista che ci siamo portati dietro fino all’inizio degli anni ’70. Una cosa che non ho messo in evidenza nell’articolo, e che mi sovviene ora, è che nel “grande recupoero” degli anni ’70 bisogna mettere anche la progressiva trasformazione della magistratura e poi, pian piano dell’esercito e della polizia.
    Lo so che la Diaz è un fatto del 2001, ma non c’è dubbio che la progressiva costruzione di uno Stato e di un’amministrazione non “a priori” nemica di una parte politica e amica dell’altra, è un risultato in buona parte raggiunto. E però, non ancora accettato come tale perché, nel frattempo, allo Stato si sovrappone la corruzione, la casta, la politica come cosa sporca. Insomma, i vecchi miti dell’Umo qualunque dai quali mai ci si libera, anche in questo caso per buonissimi motivi – la constatazione di una classe politica francamente deprimente…
    Quel che resta oggi, mi sembra, non è più tanto il “doppio Stato” delle trame, ma quello del malaffare mafioso. Che forse è pure peggio, ma è tutt’altra cosa.

  3. Francesco Cerisoli

    Nessuna contraddizione Corrado, e’che la prima era una domanda ceh rivolgevo a te(dobbiamo scordarci del doppio Stato?), mentro dopo veneiva la constatazione(perche’fare parte di un partitio che sostiene il governo con Cicchitto e Gasparri mi sembra un po’questo, e altro che compromesso storico…).
    Poi boh, si, le bombe sono passate dai fascisti ai mafiosi, e ora e’un po’che non scoppiano. Contando i morti, andiamo meglio di 43 anni fa. Ci sarebbe anche da considerare un contesto che si chiama Europa, che ci ha molto aiutato, in questo senso.
    La continuita’fra doppio Stato fascista e mafioso, e ora semplicemente corrotto e’innegabile: saranno pure cambiate le facce (per fortuna ancora si muore a questo mondo, anche se ultranovantenni…), ma vediamo che i rimpiazzi sono sempre rponti.
    E quindi, senza fare i Travaglio, perche’non aprire gli armadi e guardare cosa c’é dentro?

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