Esiste un limite alla crescita?

di Terenzio Longobardi.

Di 55Laney69

Quest’anno ricorre il 40° anniversario dalla pubblicazione del celeberrimo rapporto del Club di Roma, predisposto da un gruppo di lavoro scientifico del Massachusetts Institute of Technology (MIT) guidato da Dennis Meadows. Superando la mia naturale avversione per la lingua inglese, ho scritto il titolo in originale, perché la traduzione in italiano “I limiti dello sviluppo” fu imprecisa e fuorviante, dovendo invece essere “I limiti alla crescita”.

Ma furono proprio le inconcepibili conclusioni sintetizzate nel titolo, cioè che vi fossero dei limiti fisici ed economici alla continua crescita esponenziale dei consumi e della produzione, che scatenarono una serie di esegesi critiche da parte di economisti e sedicenti esperti, condite spesso da vere e proprie “bufale” e leggende metropolitane, per sminuirne i risultati e il messaggio di allarme. Una di queste, ad esempio, fu letteralmente l’invenzione dell’esaurimento delle risorse nel 2000, ma basta andare a vedere lo scenario peggiore dello studio, il “modello standard”, per rendersi conto della palese menzogna.

Questa operazione mediatica, probabilmente sostenuta da corposi interessi, purtroppo riuscì, e ancora oggi gran parte del mondo economico e politico è convinto della sostanziale infondatezza dello studio e continua a ripetere “a pappagallo” critiche false non corrispondenti ai contenuti del rapporto. A questi critici superficiali consiglio vivamente di leggere (cosa che evidentemente non hanno mai fatto) attentamente non solo “The limits to growth”, ma anche gli aggiornamenti successivi (“Beyond the Limits” e “Limits to Growth: the 30- year Update”), anche questi tradotti malamente in italiano. Ma gli specialisti, se ne hanno voglia e preparazione, dovrebbero inoltre leggere con altrettanta attenzione “Dynamics of Growth in a Finite World” (1972, Meadows ed altri), che contiene tutte le equazioni differenziali del modello di calcolo World 3. Modello, è bene precisare, la cui complessità richiese ben cinque anni di elaborazioni solo per aggiungere agricoltura e risorse al già complesso modello di Jay Forrester (senza considerare i tempi delle versioni successive del 1992 e 2002).

Ma per i non specialisti è sufficiente guardare il grafico allegato tratto da uno studio di Graham Turner del CSIRO (Commonwelth Scietific and Industrial Research Organisation), che ha riportato sulle curve del rapporto originario i dati reali del periodo 1970 – 2000, per capire l’elevato valore predittivo del modello World 3 – anche al di là delle stesse attese degli autori -, che sbugiarda palesemente 40 anni di false stroncature. Infatti, le curve di previsione di Limits to Growth approssimano in maniera sorprendente l’andamento reale successivo dei parametri analizzati.

Nel secondo grafico, inoltre, potete vedere lo “scenario standard” tratto direttamente da Limits to Growth, che descrive l’andamento delle grandezze più significative del sistema mondo, “nell’ipotesi che né i fondamentali valori umani né il funzionamento del sistema popolazione-capitale subiranno nel futuro alcun cambiamento sostanziale rispetto agli ultimi cento anni”. Tali grandezze sono: popolazione (numero totale di individui); prodotto industriale pro capite (dollari equivalenti pro capite all’anno); alimenti pro capite (kg di grano equivalenti pro capite all’anno); inquinamento (riferito al livello 1970, posto uguale a 1); risorse naturali non rinnovabili (espresse come frazione delle riserve valutate nel 1900). Potete notare che gli autori volutamente non hanno riportato le scale delle grandezze in ordinate, mentre in ascisse figurano solo i valori estremi della scala dei tempi. “Questo per scoraggiare la tendenza a leggere questi tracciati come vere e proprie predizioni”.

È evidente che il valore della simulazione ha un carattere qualitativo e non quantitativo e serve a rappresentare una tendenza. Comunque, siccome da quando il libro è uscito, nel 1972, l’umanità non ha praticato nessuna delle raccomandazioni in esso contenute, per puro esercizio accademico, si può provare a sovrapporre al grafico alcuni valori noti, citati nel testo, relativi alla popolazione, cioè 1600 milioni per l’anno 1900 e 3500 milioni per l’anno 1970 e una stima grossolana del valore previsto per l’anno 2010, circa 6500 milioni. Quindi, la stima della popolazione sembrerebbe essere azzeccata in pieno. Ma andiamo avanti, ed esaminiamo le curve del prodotto industriale e degli alimenti procapite. Negli anni che stiamo vivendo ci saremmo dovuti trovare su un picco a forma di pianoro a cui sarebbe seguito un rapido collasso. Leggiamo cosa dice il Rapporto: “È chiaro che questo tracciato corrisponde alla condizione di superamento dei limiti naturali, con successivo collasso provocato dall’esaurimento delle risorse naturali non rinnovabili. Il capitale industriale cresce fino a un livello che richiede un afflusso enorme di materie prime, per cui il processo di crescita è accompagnato dal progressivo depauperamento delle riserve; ma ciò provoca una lievitazione dei prezzi delle materie prime, per ottenere le quali occorre impegnare frazioni crescenti di capitale, a discapito degli investimenti. Alla fine gli investimenti non riescono più a seguire il passo del deprezzamento del capitale, e si verifica il collasso della base industriale e quindi dell’agricoltura e dei servizi, dato che questi settori dipendono in maniera essenziale dai beni prodotti dall’industria (fertilizzanti, insetticidi, attrezzature ospedaliere, calcolatori e soprattutto energia per la meccanizzazione). Per un breve periodo di tempo la situazione rimane a un livello critico poiché la popolazione, a causa dei ritardi che caratterizzano il ciclo riproduttivo e i processi di assestamento sociale, continua a crescere; ma la carenza di alimenti e di servizi sanitari provoca un rapido incremento dell’indice di mortalità e il livello di popolazione si abbassa”.

A questo punto della lettura, è forte la tentazione di leggere proprio la situazione che stiamo vivendo, con la crisi dei prezzi delle materie prime, la recessione economica e la riduzione della disponibilità alimentare procapite. Ma non facciamoci prendere da queste suggestioni catastrofistiche e passiamo a un altro dei tanti scenari alternativi contenuti nel Rapporto, quello dell’ “ottimismo tecnologico”, esemplificato nel terzo grafico, che considera l’ipotesi di miglioramento tecnologico nel settore dell’energia.

Nel grafico “sono riportate le curve che illustrano il comportamento del sistema mondiale nell’ipotesi, ottimistica, che l’energia nuc1eare risolverà tutti i problemi del settore “risorse naturali”. Precisamente, si è ammesso che la possibilità di utilizzare minerali più poveri o di sfruttare i giacimenti dei fondali marini consenta di raddoppiare le riserve, e inoltre che, a partire dal 1975, vengano adottati dei programmi di recupero e riutilizzazione dei materiali gia usati, in modo da ridurre a un quarto del valore attuale il fabbisogno di risorse vergini per unità di prodotto industriale. Entrambe le ipotesi sono eccessivamente ottimistiche, ma proprio per questo esse consentono di verificare in maniera definitiva la fondatezza della tanto conclamata fiducia nel prossimo avvento dell’energia nucleare. Come si vede, …si riesce in tal modo a scongiurare il sopravvenire di un’improvvisa carenza di materie prime, ma… lo sviluppo è arrestato dall’enorme aumento dell’inquinamento… Una disponibilità illimitata di risorse, pertanto, non sembra rappresentare la soluzione per mantenere lo sviluppo del sistema mondiale”.

Poi gli autori provano in tutte le maniere a sovrapporre a questo scenario altri scenari di “ottimismo tecnologico” nei settori della lotta all’inquinamento, della produzione di alimenti, del controllo delle nascite. Non c’è niente da fare, si riesce solo a procrastinare la data del superamento dei limiti e del collasso.

Il motivo, semplice quanto inaccettabile per una società fondata sulla religione della crescita, si legge nelle conclusioni: “Gli ottimisti tecnologici confidano che la tecnologia giungerà a rimuovere o ad allontanare i limiti allo sviluppo della popolazione e del capitale. Abbiamo dimostrato peraltro, nel modello del mondo, che l’applicazione della tecnologia ai problemi dell’esaurimento delle riserve naturali, dell’inquinamento, della mancanza di alimenti, non risolve il problema essenziale, quello cioè determinato da uno sviluppo esponenziale di un sistema finito e complesso. I nostri tentativi d’introdurre anche le più ottimistiche previsioni sugli effetti della tecnologia nel modello non impediscono il verificarsi del collasso finale della popolazione e dell’industria, in ogni caso non oltre il 2100”.

Cosa possiamo fare? Abbiamo perso quaranta anni senza comprendere la lezione di Limits to growth, tentando in tutti i modi di proseguire in un modello di vita insostenibile. Ora che i limiti di questo modello sono sempre più evidenti, dovremmo cominciare almeno ad assumere la consapevolezza dei pericoli che ci attendono ed operare per governare l’ormai inevitabile declino, orientandolo in una prospettiva di economia stazionaria.

Ci vorrebbero però politici saggi e lungimiranti che abbiano il coraggio di dire la verità alle ignare masse, come fece alla fine degli anni ‘70 il sempre poco compianto Enrico Berlinguer, che delineò con queste profetiche parole al Teatro Eliseo di Roma e al teatro Lirico di Milano la cosiddetta politica dell’austerità:

“…Questa esigenza nasce dalla consapevolezza che occorre dare un senso e uno scopo a quella politica di austerità che è una scelta obbligata e duratura, e che, al tempo stesso, è una condizione di salvezza per i popoli dell’occidente, io ritengo, in linea generale, ma, in modo particolare, per il popolo italiano. L’austerità non è oggi un mero strumento di politica economica cui si debba ricorrere per superare una difficoltà temporanea, congiunturale, per poter consentire la ripresa e il ripristino dei vecchi meccanismi economici e sociali. Questo è il modo con cui l’austerità viene concepita e presentata dai gruppi dominanti e dalle forze politiche conservatrici. Ma non è così per noi. Per noi l’austerità è il mezzo per contrastare alle radici e porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale e di fondo, non congiunturale, di quel sistema i cui caratteri distintivi sono lo spreco e lo sperpero, l’esaltazione di particolarismi e dell’individualismo più sfrenati, del consumismo più dissennato. L’austerità significa rigore, efficienza, serietà, e significa giustizia; cioè il contrario di tutto ciò che abbiamo conosciuto e pagato finora, e che ci ha portato alla crisi gravissima i cui guasti si accumulano da anni e che oggi si manifesta in Italia in tutta la sua drammatica portata…”.

“…L’austerità per definizione comporta restrizioni di certe disponibilità a cui ci si è abituati, rinunce a certi vantaggi acquisiti: ma noi siamo convinti che non è detto affatto che la sostituzione di certe abitudini attuali con altre, più rigorose e non sperperatrici, conduca a un peggioramento della qualità e della umanità della vita. Una società più austera può essere una società più giusta, meno diseguale, realmente più libera, più democratica, più umana. (…)

La politica di austerità (…) può recidere alla base la possibilità di continuare a fondare lo sviluppo economico italiano su quel dissennato gonfiamento del solo consumo privato, che è fonte di parassitismi e di privilegi, e può invece condurre verso un assetto economico e sociale ispirato e guidato dai principi della massima produttività generale, della razionalità, del rigore, della giustizia, del godimento di beni autentici, quali sono la cultura, l’istruzione, la salute, un libero e sano rapporto con la natura”.

 

Ringrazio Alberto Di Fazio, dalle cui discussioni sulla lista “Petrolio” ho tratto, in qualche parte dell’articolo, ispirazione.

 

 

6 Commenti

  1. Terenzio, sapresti spiegare le ipotesi e gli assunti del modello originale di “Limit of Growth”? Insomma, tutti gli articoli che ho letto sull’argomento mostrano il grafico finale ma nessuno descrive il metodo. Si fa presto a dire “equazioni differenziali”, magari per impressionare i peones, ma chi si e’ fatto l’esame di Analisi Matematica 2 sa benissimo che le soluzioni delle equazioni differenziali sono una bestia pelosa, in cui basta cambiare un paio di condizioni al contorno per cambiare tutto.

    Sul risultato, infatti, mi ha sempre perplesso non poco che il prodotto industriale pro capite sia misurato in dollari equivalenti pro capite all’anno. Mi perplime perche’ vorrebbe dire che tutte le teorie del valore d’uso e valore di scambio sono baggianate, oltre a buttare a mare tutte le questioni monetarie di svalutazione, inflazioni, eccetera. Anche dare un indicatore unico per l’inquinamento non lo capisco mica tanto: che tipo di inquinamento sarebbe? acqua, aria, sostanze cancerogene, emissioni radioattive, inquinanti, co2?

    Inoltre, a margine, il limite maggiore di “limit of growth” non e’ tanto il messaggio che lanciava – la finitezza della crescita materiale – quando il fatto che non, oltre la critica, non seppe proporre alcuna alternativa valida (no, la decrescita su base volontaria non e’ una alternativa valida).

  2. Terenzio Longobardi

    Beh, Filippo, mi pare di averlo detto nell’articolo. Per cercare di capire il “metodo” di LTG non basta leggere qualche articolo sull’argomento, ma studiare innanzitutto attentamente i tre volumi “divulgativi” e, dal punto di vista specialistico, il testo “Dynamics of Growth in a Finite World” (637 pagine !!!) che contiene una completa analisi del metodo scientifico e del sistema di equazioni differenziali che supportano il modello World 3 e che descrivono il complesso intreccio di azioni, retroazioni e interazioni tra le variabili globali analizzate (le equazioni differenziali ci sono davvero, non l’ho scritto per fare bella figura). Si tratta di un testo per specialisti di Dinamica dei sistemi, che è una vera e propria scienza, per la cui completa comprensione non basta essere ingegneri come me e te, ma occorrerebbe acquisire una specializzazione post universitaria in modellistica dei sistemi complessi, davvero ostica e complessa.
    Personalmente, non avendo né il tempo né la voglia di mettermi di nuovo a studiare, mi sono solo fatto una leggera infarinatura, avendo avuto la fortuna di leggere e ascoltare persone competenti.
    Da quello che ho capito, la variabile prodotto industriale mondiale (WIP) non è rappresentata da veri “dollari” e neanche convenzionali. E’ stato fatto prima uno studio del prodotto industriale fisico (che è la parte maggioritaria, il 95%), poi lo si è reso adimensionale, dividendolo per il valore in un dato anno di riferimento. Il nostro WIP plottato è il WIP fisico diviso per il suo valore del 1963 e moltiplicato per 100: WIP=100*WIPfis(t) /WIPfis (1963).
    Anche per la variabile inquinamento, si tratta di una media di valori pilota, normalizzata a un valore adimensionale. Una spiegazione semplificata rispetto ai contenuti del volumone scientifico, la puoi trovare nel primo aggiornamento di LTG, tradotto in italiano “Oltre i limiti dello sviluppo”, nell’appendice a pag. 280.
    Comunque, l’obiettivo del mio articolo non era quello di approfondire le basi scientifiche di LTG, non avendone le competenze, ma smentire le critiche superficiali dei suoi detrattori: finora, le “previsioni” di LTG sono sorprendentemente in linea con i dati realmente registrati e ciò rafforza la sensazione di fondatezza scientifica del modello. In futuro vedremo.
    Per quanto riguarda le “alternative valide” che non sarebbero state proposte da LTG, è difficile dire se sono valide, ma sono state perfettamente indicate, ad esempio nello Scenario 10 di Oltre i limiti dello sviluppo: riduzione della natalità, miglioramenti tecnologici, stabilizzazione e redistribuzione del prodotto industriale procapite. Il problema è che a causa della sostanziale non applicazione di queste raccomandazioni, le condizioni si sono talmente aggravate negli ultimi quarant’anni che invece di gestire una transizione, probabilmente ci troveremo costretti a tentare di governare un rovinoso declino.

  3. la variabile prodotto industriale mondiale (WIP) non è rappresentata da veri “dollari” e neanche convenzionali. E’ stato fatto prima uno studio del prodotto industriale fisico (che è la parte maggioritaria, il 95%)

    Questa e’ la parte che mi convince di meno. Insomma, come si fa a dire che il produtto industriale fisico costituisce il 95% del prodotto mondiale? Ogni giorni si parla di speculazioni, derivati, scollamento dell’economia finanziaria da quella reale. Tempo fa l’Economist aveva fatto vedere come il peso nel PIL mondiale di prodotto fisico e derivati finanziari si sia spostato negli ultimi anni su questi ultimi, pesantemente. Gli autori stessi dicono “It is important to distinguish between money and the real things money stands for. The economy represented in World3 is the physical economy, the real things to which the earth’s limits apply, not the monetary economy. Industrial capital refers here to actual hardware —the machines and factories that produce manufactures products”. In altri termini, di economia non v’e’ traccia, dunque niente capitale lavoro e sostituibilita’ dei fattori di produzione, e si ammette che tutti abbiano accesso a tutto, data l’assenza di una relazione di domanda-offerta che regola l’accessibilita’ alle risorse naturali. Sotto queste premesse, non stupisce che il mondo simulato col modello World3 finisca velocemente in overshooting.

    Inoltre, i modelli matematici di sistemi complssi sono una cosa complicata – non ho la specilizzazione universitaria, ho studiato fisica oltre a ingegneria, ma me ne occupo per mestiere a livello aziendale – e riprodurre qualsiasi andamento reale e relativi sviluppi, aggiornando (o tweakando) alcuni parametri sensibili non e’ proprio una cosa impossibile, tuttaltro. Lo sa bene chiunque abbia fatto qualche esercizio di econometria, che troppo spesso si riduce a una esibizione di sterile aritmetica. Intendiamoci, non dico che sia quanto accade nel modello World3 de “I Limiti della Crescita”, dico che mi sarebbe piaciuto molto di piu’ capire la dinamica alla base del modello, per stimare con senno la robustezza delle conclusioni. L’ipse dixit non m’e’ mai piaciuto (deformazione professionale che mi deriva da quel poco di esperienza di ricerca universitaria che ho fatto).

    Sulle politiche alternative, lo scenario 10, le proposte sono comprensibili e anche un po’ ovvie. A me interessavano pero’ piu’ metodi e proposte. Insomma, riduzione della natalita’ vuol dire tante cose. Ad esempio, qualcuno potrebbe anche giustamente notare che la riduzione della natalita’ e’ gia’ in atto per il miglioramento delle condizioni mondiali, tanto che il peak child, il picco della nascite, s’e’ avuto nel 1990 e che se oggi siamo 7 miliardi e’ perche’ viviamo piu’ a lungo (su questo gli autori cosa consigliano?) Il miglioramento tecnologico e’ perseguito ogni giorno, promosso perfino dalle teorie economiche standard della crescita economica infinita come volano di benessere e ricchezza. Che poi la produzione industriale (merci) basata su risorse non rinnovabili non possa continuare all’infinito e’ abbastanza ovvio. Il riciclo e le fonti rinnovabili sono inclusi nel World3?

    La redistribuzione del prodotto industriale procapite pero’ mi intriga. Perche’ secondo gli autori una distrubuzione piu’ equa della ricchezza allevierebbe il problema dei limiti della crescita?

  4. Defcon70

    A proposito di “Perche’ secondo gli autori una distrubuzione piu’ equa della ricchezza allevierebbe il problema dei limiti della crescita?”

    Negli anni ’80 la Tatcher diceva: “certo, se ogni cinese vorrà un frigorifero…”. Non ci siamo realmente preoccupati dei limiti della crescita fino a quando i cinesi non hanno cominciato a comprare frigoriferi, ossia da quando è in atto il più grande processo di redistribuzione mondiale della ricchezza (a nostre spese, of course).

  5. Mattia

    “Inoltre, a margine, il limite maggiore di “limit of growth” non e’ tanto il messaggio che lanciava – la finitezza della crescita materiale – quando il fatto che non, oltre la critica, non seppe proporre alcuna alternativa valida (no, la decrescita su base volontaria non e’ una alternativa valida).”

    Un libro intitolato “i limiti della crescita” parla dei limiti della crescita e può anche non proporre alcuna alternativa valida, non capisco perché questo debba essere considerato un limite.

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