Emigrazione. Un nuovo tsunami investe l’Europa

di Francesco Molica.

Di European Parliament

Giovani, giovanissimi, sul ciglio della mezza età o, nientemeno, della senilità. Portano in dote retroterra professionali qualificati, altamente qualificati, o sovente nessuno dei due. Ma, in questa precisa contingenza, poco importa quale sia il loro profilo demografico o socio-economico: quando si è in procinto di espatriare con la speme di un “lavoro” rinchiusa nella proverbiale valigia di cartone, certe differenze si eclissano.

Il pantano recessivo in cui sprofonda e agonizza la cintura periferica dell’eurozona sta riscrivendo le rotte migratorie “del” ma anche “dal” Vecchio Continente. Le ambizioni della carta di Schengen, occorre precisarlo, hanno ben poco a che vedere con questo processo unidirezionale. Perché esso non è il coronamento di quella libertà a muoversi e lavorare in Europa tanto cara allo spirito di Maastricht, bensì il frutto amaro di una drammatica necessità.  

Dall’Irlanda alla Spagna, dalla Grecia all’Italia, i paesi caduti come tessere del domino sotto i colpi di coda della crisi si riscoprono oggi esportatori netti di forza lavoro. Se calato in un’ottica di lunga gittata, il fenomeno segna il compimento di un movimento circolare. Sono tutte contrade che, dopo una felice parentesi, vengono restituite alla propria storica condizione di terre d’emigrazione. Una condizione che per il momento non accenna schiarite.

Al contrario. Stando alle ultime previsioni diffuse dalla Commissione europea a inizio novembre, l’andamento percentuale della disoccupazione nel club euro continuerà a salire lungo tutto il 2013: sino all’11,8%, con picchi del 26,6% in Spagna e del 24% in Grecia. Magari è il caso di sorvolare sui dati relativi alla tranche di popolazione più giovane per non scatenare convulsioni nel lettore medio di questa rivista. Ma va detto che appena un semestre fa l’esecutivo di Bruxelles aveva scodellato stime di quasi un punto percentuale più basse (attorno all’11%). A dimostrazione che la realtà corre più lesta delle proiezioni, ancorché pessimistiche, degli economisti.

Il quadro seguita quindi a incupirsi. E dietro di esso si dispiega un nuovo tsunami migratorio. Da manuale il caso della Spagna, che nei tempi d’oro del boom edilizio fagocitava mano d’opera straniera al ritmo di 700mila unità all’anno (la popolazione straniera nella penisola iberica è passata nello scorso decennio dal 2 al 12%!). Tanto da aver spinto l’allora prima ministro Zapatero ha varare nel 2005 la più vasta sanatoria mai vista in Europa, regolarizzando in una volta oltre 600mila clandestini. Quei tempi radiosi sembrano ormai lontanissimi. Secondo quanto riporta oggi l’istituto di statistica spagnolo, la popolazione iberica nel solo periodo compreso tra gennaio e settembre ha perso 138mila unità: il triplo di quanto rilevato un anno fa. E forse molto meno di quanto sarà documentato tra un anno.

Ma, a riprova che il cancro dell’emigrazione si è da tempo metastatizzato nel corpo spagnolo, basti ricordare che la cifra di abitanti che hanno abbandonato il paese aveva già subito un’accelerazione del 20% tra il 2008 e il 2011. Tantissimi giovani soprattutto, tenuto conto che quasi uno su due annaspa nel limbo della disoccupazione. E, stando all’OSCE, il 44% di “chi ce la fa” si deve accontentare di un posto poco qualificato (il doppio della media europea).

Ancor prima di Madrid, è stata Dublino a dare il via al nuovo esodo europeo. L’Irlanda, complice una miscela esplosiva di azzardi finanziari ed edilizi (senza dimenticare un impianto fiscale favorevole alle imprese), nello scorso decennio veleggiava su livelli di crescita quasi “cinesi”. E tanto e inedito fasto economico, in maniera analoga alla Spagna, si era trasformato in un formidabile magnete di forza lavoro straniera, in provenienza soprattutto dai nuovi stati membri dell’est europeo. Sembrava insomma che la lunga e tormentata via crucis della diaspora irlandese fosse stata archiviata una volta e per sempre. Invece il trend si è rovesciato con tale virulenza che, secondo quando accertato dall’Istituto statistico nazionale, l’isola di smeraldo nel 2011 ha lambito valori migratori secondi solo a quelli registrati durante la “Grande Carestia” che stritolò il paese nel 1845! In cifre significa una media di 11 partenze al giorno, oltre 3mila al mese, e fino a 76mila all’anno includendo nel dato anche i “non nazionali”. Anche se il cielo sopra Dublino mostra alcune significative schiarite, circa 8mila disoccupati si sono iscritti lo scorso 8 ottobre al forum “working abroad” organizzato per metterli in contatto con datori di lavoro australiani, neozelandesi, canadesi.

Tutte mete ormai molto gettonate tra i nuovi migranti comunitari. Come lo sono, del resto, i paesi asiatici e… perfino molte ex colonie. Si pensi alla nuova diaspora portoghese, che viaggia in massa alla volta dell’Angola, del Mozambico e, naturalmente, del Brasile. Nel 2011 qualcosa come 120mila cittadini lusitani, in maggioranza giovani e qualificati (il tasso di disoccupazione tra gli under 30 si aggira attorno al 36%), ha scelto la via dell’emigrazione – gli stessi livelli da record degli anni ’60 -, addirittura con la benedizione pubblica del primo ministro Pedro Passos Coelho. Che, proprio nel dicembre scorso, sollevò un polverone invitando pubblicamente i disoccupati ad abbandonare il paese. Ovvero affermando quello che molti suoi colleghi probabilmente pensano in privato: perché l’emigrazione, se non altro, contribuisce ad alleggerire il carico sempre più insostenibile dei welfare nei paesi più colpiti dalla crisi. Fatto sta che la popolazione in età da lavoro proprio in questi paesi (Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna, Italia: li chiamano “GIPSI”) si è ridotta dallo 0,1 allo 0,9% in un solo anno.

È pur vero che la frazione più rilevante dei nuovi migranti punta verso i paesi “core” della zona euro, Germania in testa. Tanto per fare un esempio, la percentuale di cittadini greci che si stabiliscono in Svezia è raddoppiata nell’arco degli ultimi dodici mesi e proiezioni indicano che il trend continuerà a rafforzarsi. Oppure è sufficiente rammentare come i corsi di tedesco organizzati dal Goethe Institute in stati come il Portogallo o la Spagna registrino da tempo il tutto esaurito.

E, tuttavia, anche in quei rioni dell’Unione europea che sono scampati all’odierno avvitamento recessivo si profila un lento deterioramento dell’outlook economico alimentato dal rallentamento globale. Nelle ultime due settimane l’occhio censore degli economisti si è spostato sulla Francia, e potrebbe non tardare a spingersi verso Paesi Bassi, Finlandia e la stessa Germania. Il legame perverso tra disoccupazione ed emigrazione merita quindi di essere affrontato a livello europeo, e alla svelta.

Gli stati membri potrebbero e dovrebbero mettere da parte le stucchevoli baruffe sui dettagli tecnici della supervisione bancaria o su insignificanti porzioni del bilancio per riprendere il progetto delorsiano di una grande agenda sociale su scala comunitaria. Detto così sembra una velleitaria petizione di principio. Eppure il problema c’è ed è esplosivo, se perfino la placida Svizzera si profonde in spettacolari esercitazioni militari per fronteggiare un’eventuale invasione di profughi provenienti dall’area euro…

 

 

 

 

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