E se Vendola fosse il prossimo commissario europeo?

di Francesco Molica.

Vendola by elevenItaly

Vendola by elevenItaly

Ammettiamolo pure.  Con il paese in tumulto in vista delle politiche di febbraio, attaccare a fare congetture sul nome del prossimo commissario europeo espresso in quota italiana può apparire come un esercizio estemporaneo. Solo fino ad un certo punto, però. Perché la prestigiosa nomina dipenderà in buona sostanza proprio da come verranno a ridisegnarsi i contorni di un paesaggio politico a tratti ancora liquido – al centro e a destra in special modo. E a maggior ragione sarà determinata dall’esito delle imminenti urne: dalle strategie elettorali di oggi e dalle alleanze istituzionali di domani. Un altro fattore potrebbe e dovrebbe, inoltre, incidere. Monti o non Monti, l’esecutivo che verrà è pregato di non sperperare il capitale di credibilità accumulato dal primo ministro uscente per ridare lustro internazionale al Belpaese dopo un decennio di irrilevanza e sberleffi, cristallizzatisi nel ghigno complice del duo Merkozy. E dunque largo ad una personalità provvista del profilo e del prestigio appropriati.

Poi, in un glaciale mattino di novembre, ti viene lo sfizio di acquistare La Repubblica e voilà! Sfogliando sovrappensiero il quotidiano fondato da Scalfari, inciampi in un bell’articoletto ad alta concentrazione di gossip politico stando al quale – udite, udite! – un pretendente alla poltrona di commissario, che sarà assegnata a ridosso dell’estate 2014, ci sarebbe già. Nell’ipotesi assai verosimile che il PD vinca la partita elettorale, recita il pezzo, andrebbe ad effetto un accordo stretto tra Bersani e Sel per paracadutare a Bruxelles niente popò di meno che… Nichi Vendola. Davvero? Non può essere. Allora, incuriosito e in parte allarmato, ti armi di cellulare e rubrica telefonica e scomodi una manciata di contatti fidati in quel di Puglia. E tutti giù a confermare l’indiscrezione. “Da prendere con le pinze”, precisano, “ma qui la notizia gira da un po’”. A quel punto, passi la voce al tuo entourage italo-italiano che lavora nel settore degli affari europei. E (quasi) tutti giù a inorridire: “Che c’entra Vendola con la Commissione?”.

A quanto pare, c’entra eccome. Il governatore ha messo gli occhi su Bruxelles da più di un lustro: sin dal primo mandato ha cominciato a coltivare una fitta tela di rapporti con l’universo delle istituzioni Ue. Questa lungimirante “strategia di posizionamento”, naturalmente, poteva essere dispiegata con successo solo a condizione di essere coadiuvata dal sostegno di una struttura amministrativa efficiente e credibile. Vendola ha quindi provveduto a rifare il look all’antenna regionale della Puglia presso l’Ue, potenziandola sia in termini di personale che di risorse. Tanto da tramutarla – gliene va dato atto – in una delle realtà più dinamiche dell’affollato crogiuolo di uffici di rappresentanza italiani attivi nella capitale europea. Il che, se comparato all’inerzia delle altre regioni, in specie quelle del Mezzogiorno, è tutto oro che luccica.  Perché è un dato di fatto che l’antica indifferenza della politica italiana per le questioni europee dilaga anche e soprattutto nelle amministrazioni locali. E’ infatti cosa assai rara imbattersi in un presidente di regione nelle contrade comunitarie. Ma non quello pugliese. Il quale, per par suo, vola a Bruxelles quasi ogni due mesi. E ad ogni novella visita non lesina di certo gli sforzi per prendersi la sua buona dose di visibilità: eccolo partecipare qui ad iniziative politiche di alto profilo, intervenire lì a conferenze tematiche, o ancora andare a colloquio con questo o quel commissario europeo. Sino a ritagliarsi un ruolo istituzionale di tutto rispetto avendo firmato diversi rapporti in seno al Comitato delle Regioni, di cui è membro. Alcuni rumors, tra l’altro, segnalano che il capo di Sel avrebbe sviluppato un vero e proprio legame affettivo con la città. E dunque, aggiungono le malelingue, sarebbe proprio in virtù di questa “infatuazione” che gli sarebbe venuto il pallino di fare il commissario.

Ad ogni buon conto, ammesso che la speculazione di Repubblica sia veritiera, e anche qualora i risultati delle prossime elezioni politiche la rendano concretamente viabile, il percorso verso la Commissione appare disseminato di ostacoli. Per prima cosa, è lecito sollevare qualche dubbio sulla compatibilità del presidente della Puglia con l’ambita carica istituzionale europea. Per almeno due valide ragioni. La conoscenza delle lingue straniere, anzitutto. Almeno un’infarinatura d’inglese è imperativa per chiunque agogni una poltrona al Berlaymont. E per la verità non ci risulta che Vendola coltivi pacifici rapporti con l’idioma di Sua Maestà. Certo, potrebbe ribattere qualcuno guardando al caso di Antonio Tajani, si tratta di un dettaglio sul quale si potrebbe sorvolare. Ma, in un contesto compiutamente anglofono quale è quello delle istituzioni Ue, resta comunque un pesante handicap. D’altro canto, svolgere la funzione di commissario richiede sulla carta una buona dimestichezza con la bizantina macchina legislativa e burocratica europea. Vendola, a giudicare dal tenore dei suoi numerosi interventi pubblici a Bruxelles, sembra ancora poco consapevole della complessità di questa realtà. Il che non significa che non arrivi a padroneggiarla con un po’ di studio ed esperienza sul campo.

Il punto, a ben vedere, è però un altro.  I veri rischi si annidano altrove. I trascorsi comunisti del governatore pugliese farebbero alzare non pochi sopraccigli tra i banchi dell’Europarlamento, in particolare tra i deputati provenienti dall’ex blocco sovietico. I quali, già all’epoca in cui D’Alema correva per lo scranno di Alto rappresentante agli Affari Esteri, ingaggiarono una feroce campagna contro il nostro ex primo ministro a motivo proprio del suo passato di dirigente del PCI. E poi il caso Buttiglione vi ricorda qualcosa? Altrimenti detto: il via libera del Parlamento europeo alla nomina di Vendola non è scontato. Pure a superare questo scoglio, l’ultimo problema che si porrebbe è quello del portafoglio. L’Italia, in quanto paese fondatore, ha in genere diritto ad un dicastero di rilievo, ma il profilo di Vendola sembra poco consono alla maggior parte delle poltrone più ambite. Escludendo quelle legate agli affari economici, ma anche quelle più tecniche (Società dell’Informazione, ad esempio), non resterebbe molta scelta. Qualche tempo fa, ospite del talk Otto e Mezzo, Carlo De Benedetti ha proposto la nomina di Vendola a commissario per le Pari Opportunità. Tuttavia, questa competenza al momento rientra sotto l’ombrello della Giustizia, dicastero stabilmente presidiato dal centrodestra europeo. Resterebbero quindi in campo gli affari sociali (storica prerogativa dei partiti socialisti), che però non hanno un gran peso istituzionale, e le politiche regionali. Ed è sicuramente se assegnato a quest’ultimo portafoglio che Vendola potrebbe fare bene, smentendo tutti quei detrattori (di certo parecchi) che, sia a casa nostra sia in Europa, tenteranno di fermare la sua ipotetica nomina o di indebolirla.

 

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2 Commenti

  1. Jacopo

    articolo che sprizza da tutti i pori un complesso di superiorità e un’arroganza impressionanti. ammesso (ma speriamo, non concesso: vendola per ora serve in italia) che vendola abbia l’aspirazione di diventare commissario europeo, si può tirare fuori motivi più pretestuosi e inconsistenti per criticarne la candidatura? è possibile una volta tanto fare una critica seria, circostanziata, senza atteggiarsi sempre a professorini, col rischio di fare figure non dignitosissime. perchè, se seguiamo questo schema (“vendola non sa l’inglese”; “vendola deve imparare” “vendola non conosce le procedure”), prendiamo il nome di qualche renziano a caso, visto che questa testata è di chiara simpatia renziana, e divertiamoci un po’. chi sarebbero, quelli adatti? simona bonafè? roberto reggi? giorgio gori? l’ormai ex pietro ichino (sarebbe un’ottima occaisone per lui di studiarsi davvero la flex-security, visto che per ora la sua agenda è rimasta ferma a quindici anni fa)? il matteo nazionale (tanto li abbiamo abituati a berlusconi…)?
    insomma, se si fa una critica, sarebbe giusto farla in modo costruttivo. si può dire, sempre che si abbia l’onestà intellettuale per farlo (cosa a quanto pare non scontata): vendola non vorrei che diventasse commissario perchè non condivido il suo pensiero politico. ma se la si butta su capacità personali, competenze, risultati dell’azione politica, vendola è una candidatura più che sensata. e nella scuderia di renzi, purtroppo, di soggetti con un curriculum di un certo livello se ne vdono pochi, per non dire nessuno…

  2. stradedifrancia

    Due osservazioni:

    1) Purtroppo nella maggior parte dei casi gli italiani mandati a Bruxelles non hanno mai brillato nelle lingue. Ora con le nuove leve, le cosa sono cambiate un po’. Però resta il dato di fatto e l’osservazione non va pertanto presa come una critica personale verso il Nichi nazionale. Basta farsi un giro per i palazzi delle istituzioni per constatarlo.

    2) Tempo al tempo. Ricordo ancora chi nel 2007 diceva che in caso di vittoria di Segolène contro Sarkozy, François Hollande sarebbe stato andato a Bruxelles a succedere a Barroso. Le cose poi sono andate un po’ diversamente. Idealmente ora ci vorrebbero dei commissari italiani alla Monti od alla Bonino, personali`ta di una certa levatura con una visione europea vera.

    Infine un piccolo OT, ‘sta cosa che alla commissione ci debba andare almeno un commissario per Stato è un po’ patetica. Vi immaginate se si applicasse lo stesso principio nei governi nazionali? Un ministro per regione, e Dio non voglia che una regione rimanga senza ministro! Dai, ci sono altri modi per contare a Bruxelles. Nell’UE bisognerebbe crescere.

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