Perché il PPE non espellerà Berlusconi (e il PDL)

di Francesco Molica.

"EPP Congress Bonn" di European People's Party – EPP

“EPP Congress Bonn” di European People’s Party – EPP

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Gli zeloti del berlusconismo possono restare tranquilli. L’ipotesi di un allontanamento di Berlusconi (e quindi del PDL) dal Partito Popolare Europeo è una mezza boutade. Una gonfiatura giornalistica. Una speculazione con le gambe corte. Certamente, la scomunica spiccata dal capogruppo dei popolari all’Europarlamento, il francese Joseph Daul, non può essere presa a cuor leggero. È piuttosto il rigurgito liberatorio di un sentimento impastato d’irritazione, imbarazzo e scorno che per lungo tempo ha percorso sottopelle il centrodestra europeo dinnanzi le bizzarrie del cavaliere. E che ultimamente si è tramutato in esplicita riprovazione da quando il Nostro, assecondando antiche pulsioni euroscettiche mai del tutto sopite, ha preso a impallinare Bruxelles un giorno sì e l’altro pure.

Tant’è vero che lo stesso Daul, incontrando la stampa a Strasburgo martedì 15 gennaio, non se l’è sentita di escludere a priori una possibile esclusione. “Faremo la sintesi dopo le elezioni”, ha comunque precisato. Traduzione: di qui a buttare dalla torre Berlusconi, e con lui la seconda delegazione più numerosa del PPE (è impensabile che si estrometta il leader e non il suo partito), ce ne passa.

Già, perché i numeri, quelli sì che contano. La grande famiglia politica dei popolari gode al momento di un rassicurante primato di rappresentanza in seno al Parlamento europeo, con oltre settanta deputati “di vantaggio” sugli storici rivali socialisti. Ma l’orizzonte delle elezioni europee non è poi così distante (primavera 2014) e un paesaggio politico parecchio cangiante e ballerino invita alla massima cautela. Il dogma del rigore, abbracciato in larga parte da governi di centrodestra, ne sta anche ridimensionando il peso elettorale seminando il discontento (e sovente gonfiando le vele dei movimenti eurofobi o autonomisti).

Il caso spagnolo è in questo momento il più emblematico. L’esecutivo guidato da Mariano Rajoy, tra i pilastri del popolarismo europeo, ha visto l’iniziale jackpot di popolarità sfaldarsi speditamente al ritmo delle durissime manovre correttive varate per arginare un deficit incontrollato. In Francia, l’UMP dell’ex Sarkozy (anch’esso in quota PPE) ha sfiorato il suicidio sotto il fuoco incrociato di una lotta fratricida per la leadership, prima che venisse stipulata una tregua armata. Dal Belgio all’Olanda, formazioni cristiano-democratiche che per decenni hanno espresso inossidabili maggioranze di governo sono ormai sospinte verso l’irrilevanza politica. Allora, dal punto di vista del PPE, meglio tenersi stretta la consistente compagine pidiellina (25 deputati o giù di lì), perché – non si sa mai – nella prossima legislatura potrebbe sempre rivelarsi numericamente indispensabile, e forse cruciale, per restare maggioranza a Strasburgo.

Fin qui la quantità. Ma cosa dire della qualità? Il PPE conta su una squadra ben più eterogenea e spuria di quanto le apparenze lascino credere. Di fianco a partiti rispettabilissimi, ve ne sono altri su cui si stagliano non poche ombre. All’est di Berlino, in particolare. Il Fidesz del premier ungherese Viktor Orban è stato più volte al centro della bufera mediatica per aver imbavagliato stampa e consulta nazionali, stravolgendo la costituzione del paese a proprio piacimento. Al punto da aver incassato l’esplicita condanna da Bruxelles. Eppure, il PPE non ha mai pensato di espellerlo, e tanto meno sospenderlo. Anche il presidente rumeno Traian Basescu (pure lui popolare) non è che vanti un profilo immacolato: è coinvolto in tre processi per corruzione (dietro i quali, secondo alcuni, ci sarebbe tuttavia una regia politica). E, se proprio vogliamo essere tignosi, neppure l’urlata retorica anti-immigrazione dell’ultimo Sarkozy pare molto in linea con i furono valori di De Gasperi e Adenauer.

Non si capisce dunque su quali basi il PPE dovrebbe dare il benservito al PDL e, ad esempio, non al ben più imbarazzante Fidesz. Fermo restando che, per dovere di cronaca, anche i socialisti europei hanno i loro scheletri nell’armadio. È l’Europa bellezza. Tutte o quasi le compagini parlamentari che siedono nell’emiciclo di Strasburgo devono scendere a compromessi con personalità o formazioni nazionali più o meno infrequentabili. O dalle credenziali politiche non esattamente coerenti con la linea dello stesso gruppo europeo al quale appartengono. Non è forse il caso di Mario Monti?

Nel corso della conferenza stampa incriminata, Daul lo ha indicato come candidato ufficiale del PPE. Eppure, il profilo (e anche lo stile) del primo ministro uscente lo avvicinano anche ad un’altra famiglia europea, quella dei Liberali. E lo stesso discorso vale per un numero assai importante di personalità inserite nelle liste di Scelta Civica. A cominciare da quelle di Italia Futura. Molte delle quali difficilmente accetterebbero di aderire un domani al PPE. Un’altra contraddizione che presto o tardi presenterà il proprio conto.

 

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

 

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