Le elezioni italiane e i riflessi sul Parlamento europeo

di Francesco Molica.

STRASBURGO by nuovoric - riccardo serini

STRASBURGO by nuovoric – riccardo serini

Scrutate dal lontano osservatorio di Bruxelles, le elezioni di domenica 24 febbraio hanno acceso una moltitudine d’incognite. In particolare su come i mutamenti e le novità prodottisi nel nostro quadro politico lungo il percorso di avvicinamento al voto, e in certa misura accelerati dalla parentesi del governo tecnico, si proietteranno sulla conformazione del prossimo Parlamento europeo, che sarà eletto nel maggio del 2014. Con l’agonia della Seconda Repubblica, antichi equilibri sono andati in pezzi. Nuovi soggetti si sono affacciati sulla ribalta. Abbiamo assistito a inedite fusioni, smottamenti e riallineamenti.

Come sarà assorbito tutto ciò da un emiciclo, quello di Strasburgo, che in definitiva resta organizzato su linee ideologiche tradizionali, che ben poco si attagliano alle cangianti geometrie del panorama nostrano? In un tripudio di anomalie. A cominciare dalla più macroscopica, che si annida dentro il cartello di partiti più potente e influente del Vecchio Continente: quello dei Popolari europei.

Allo stato attuale, nel gruppo parlamentare del PPE sono accasate sia le forze dell’asse cattolico-montiano che il Pdl. Il fastidio esibito dai vertici del gruppo nei confronti di Berlusconi, sfociato in una formale scomunica e nel concomitante endorsement a Monti, non risolve l’impasse. In qualche modo la ingarbuglia, a fortiori tenuto conto dell’esito del voto. La vicenda, a ben vedere, genera un curioso paradosso che forse non ha precedenti negli annali di Bruxelles.

Il PPE ha fatto il tifo per un leader (Monti) che formalmente non ha ancora aderito ai suoi ranghi, contro un altro (Berlusconi) che al contrario vi fa parte dal 1998. E la coabitazione in seno alla stessa famiglia di due soggetti così distanti per stile e proposta politica, e sicuramente votati a incrociare le armi con raddoppiata veemenza nel corso della legislatura che verrà, minaccia di divenire esplosiva. Di certo causerà imbarazzo, perché destinata a trascinarsi nel tempo. Le speculazioni circolate il mese scorso su un siluramento del Pdl da parte del PPE sono infatti inverosimili.

E poi, come la mettiamo con l’anima più liberale della coalizione montiana, nella fattispecie incarnata da futuristi ed ex Pd (quindi da una fetta consistente di Scelta Civica, per altro rinvigorita dalla disfatta elettorale di Fli e Udc)? Accetteranno di essere inglobati in una formazione europea con cui hanno ben poco in comune?

Non ci metteremmo la mano sul fuoco. Non a caso l’unico “montiano” (e futurista) doc che oggi siede a Strasburgo – Gianluca Susta, in provenienza dal Partito Democratico –  è ancora legato al gruppo dei Socialisti e Democratici europei (che fa capo al PSE). Per ora la delegazione “montiana” del PPE (che da un paio di settimane si è ribattezzata Popolari per l’Europa) è per sua parte formata esclusivamente da deputati in quota Udc e Fli, o da ex Pdl. La fotografia è quanto mai sgranata. E diversi sono gli scenari che potrebbero aprirsi. Una bella frittata italiana, che gli osservatori stranieri (per non parlare di quelli anglosassoni) faticheranno ancora una volta a decodificare.

Soffermandoci a destra, anche la Lega sembra lanciata verso inediti e ignoti approdi. Sin da inizio legislatura si è federata al partito britannico dello Ukip dando vita al gruppo parlamentare dell’Europa della Libertà e della Democrazia. Niente di più che un matrimonio d’interesse tenuto insieme da una comune (e assai folcloristica) matrice euroscettica. Sennonché, dopo la caduta del cerchio magico, la “nuova” Lega ha cominciato a inseguire una clamorosa svolta sull’Unione europea. Che sia una mera operazione di facciata o il parto di un genuino ravvedimento, non è dato sapere. Fatto sta che ultimamente Maroni non perde occasione per dichiarare la propria fede europeista (purché sia un federalismo di regioni e non di stati), al punto da aver recuperato la figura di Altiero Spinelli (sic!) tra i riferimenti del suo partito.

Senz’ombra di dubbio questo revirement porterà presto o tardi alla rottura con lo Ukip del pirotecnico Nigel Farage, la cui retorica eurofoba non cessa invece di inasprirsi, avvolta com’è nell’ambizione di un exploit elettorale non più velleitario in un Regno Unito sempre più ostile all’Ue. Il che presenta un enigma di difficile, forse impossibile soluzione. In quale gruppo europeo potranno trovare asilo gli epigoni di Miglio di recente folgorati sulla via di Bruxelles? Probabilmente in nessuno, almeno a dar retta ai precedenti. Ché la Lega in Europa è considerata a tutti gli effetti una formazione infrequentabile (perfino l’altrettanto infrequentabile Farage ha dichiarato in più frangenti di considerarla tale). Così per Maroni si aprirebbero ancora una volta le porte della sgangherata compagine dei non-iscritti (aka il gruppo misto di Strasburgo).

Non sarebbe però l’unica delegazione italiana a finire in questo strano limbo popolato da veri e propri ufo politici, estremisti di destra e deputati “senza dio”. Quasi sicuramente ci sarà anche il Movimento 5 Stelle, la cui connotazione ferocemente anti-establishment e naturaliter post-ideologica, esaltata dall’ostilità a qualsiasi alleanza, non lascia molti spazi di manovra.

Non che le cose a sinistra vadano meglio. Ammesso e non concesso che all’orizzonte del 2014 Sel e gli arancioni di Ingroia siano in grado di conservare un quoziente elettorale sufficiente a incassare almeno uno scampolo di rappresentanza a Strasburgo (cosa assai difficile), si troverebbero al cospetto di un bel rompicapo. Il connubio tra frammenti della sinistra post-comunista, diessina e ambientalista su cui si fonda l’alleanza Arcobaleno abbraccia tre cartelli europei diversi (per l’appunto quello Socialista, quello della Sinistra unitaria e quello dei Verdi). E la particolarità è che questo triplice riferimento è richiamato sin nel simbolo di Sel. Che fare allora? Lasciare che ciascuno degli eurodeputati eletti nella lista di Vendola se ne vada con il proprio gruppo di riferimento, così azzerando l’influenza del partito in Europa?

Anche il movimento di Ingroia potrebbe soffrire un’analoga vertenza. L’Idv, che pure forma una parte consistente del movimento “arancione”, in Europa sta con i Liberali. Laddove l’altra componente rilevante di Rivoluzione Civile (Rifondazione Comunista e il Partito dei Comunisti Italiani) è affiliata alla Sinistra unitaria. Ancora una volta, lo scenario più probabile è ognuno per sé…

Inutile lanciarsi in altre congetture. L’esercizio è ozioso. Certo è che la frammentazione e la confusione che regnano nel nostro paesaggio politico, se riportate sulla scena europea, si accentuano sino a livelli parossistici.

 

 

 

 

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