Napolitano e la rotta del governo

di Riccardo Spezia.

Di Luigi Rosa

Di Luigi Rosa

“Sulla base dei risultati elettorali – di cui non si può non prendere atto, piacciano oppur no – non c’è partito o coalizione (omogenea o presunta tale) che abbia chiesto voti per governare e ne abbia avuti a sufficienza per poterlo fare con le sole sue forze. Qualunque prospettiva si sia presentata agli elettori, o qualunque patto – se si preferisce questa espressione – si sia stretto con i propri elettori, non si possono non fare i conti con i risultati complessivi delle elezioni. Essi indicano tassativamente la necessità di intese tra forze diverse per far nascere e per far vivere un governo oggi in Italia”.

Non poteva essere più chiaro in questo passaggio del suo mirabile discorso d’insediamento (che si può e si deve ascoltare in forma integrale[i]) il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Che finisca il tempo dei giochini, delle dichiarazioni, dello scandalizzarsi. Si facciano i conti con la realtà, in ogni campo. La realtà del risultato elettorale per la formazione del governo, la realtà economico-sociale per gli interventi sul settore produttivo e di bilancio, la realtà internazionale per l’impegno dell’Italia in Europa e nella comunità internazionale.

Mentre scrivo in questa serata dall’altra parte dell’oceano, dopo aver ascoltato finalmente il discorso integrale di questa mattina, mentre in Italia è notte fonda e mi arriva flebile l’eco delle reazioni suscitate, non posso non apprezzare l’ultimo dei Titani. L’ultimo rappresentante di una razza politica oramai in via di estinzione. Una razza che non esiste più. Mi ricorda il principe di Salina, quando, salutando il messo cui rifiutò l’offerta della nomina a senatore del neonato Regno d’Italia, disse la celebre frase: “Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra”. Ecco, guardando i leader attuali e quelli che leader vogliono diventare, non si può non riconoscere in loro solamente sciacalli, iene e pecore. Una generazione che ha costruito la Repubblica, quella di Napolitano, fatta di persone che sanno distinguere lo scontro politico dal necessario dialogo che è basilare in ogni democrazia. L’elenco è lungo, si perde nei decenni passati: da Togliatti a De Gasperi, da Fanfani a Moro, da Pertini a Ciampi, solo per citarne alcuni. Di nuovi leoni non se ne vedono all’orizzonte, ognuno impegnato a lanciare la frasetta più azzeccata, la più linkata, quella che suscita maggiori approvazioni (approvazioni fatue, di quelle del genere: “Guarda che bravo, dovrebbero essere tutti come lui”), ma che non fanno altro che velare la realtà con la dialettica. Sofismi e capziosità che alimentano le sterili note politiche di giornali e telegiornali.

Ora questo parlamento tanto inetto quanto rinnovato sarà sotto la tutela di uno splendido ottantottenne che, a dispetto dell’età, capisce il mondo molto più di eletti che potrebbero essere suoi nipoti. Lo capiranno, forse, o se non lo capiranno faranno finta di averlo capito. E formeranno un governo, l’unico naturalmente possibile. L’unico che abbia un senso, perché è la realtà che gli dà senso: un governo composto da PD (o quel che ne rimarrà), PDL e Scelta Civica. E, parafrasando Napolitano, chi lo additerà come inciucio, mostrerà non scaltrezza e rigore ma di far parte di quanti hanno fatto regredire la politica: “Il fatto che in Italia si sia diffusa una sorta di orrore per ogni ipotesi di intese, alleanze, mediazioni, convergenze tra forze politiche diverse, è segno di una regressione”, ha giustamente e saggiamente detto oggi il Presidente. I fatti dicono questo. Quanti li negano sono o ciechi o in cattiva fede. Non è mai male ricordare che, subito dopo le elezioni, il segretario del PD Bersani ha come prima cosa teso la mano al Movimento 5 Stelle. Mi era sembrata un’operazione difficile. Ci ha forse giustamente provato, ma la risposta è stata no. Un no anche imbarazzante (ci ricordiamo quanto sia stato penoso l’incontro tra Bersani e i capogruppo di camera e senato del M5S?). Col senno di poi, ha giustamente, ancora una volta, detto oggi il Presidente: “Volere il cambiamento, ciascuno interpretando a suo modo i consensi espressi dagli elettori, dice poco e non porta lontano”. Lo slogan per cui “il cambiamento si fa con il Movimento 5 Stelle”, oltre ad essere vuoto, non ha portato da nessuna parte. È un principio naturale quello secondo il quale per fare un accordo bisogna volerlo in due. A qual pro continuare ancora a chiedere un accordo PD-M5S? Si scontra con il principio di realtà. È come volere che ci sia il mare a Milano.

Diceva Giorgio Amendola (non a caso il padre politico di Giorgio Napolitano) in un libro-intervista sull’antifascismo[ii] a proposito dell’Aventino: “Invece l’altra accusa all’Aventino può apparire giustificata: quella di intransigenza morale, di astrattismo […] L’Aventino, praticamente, con l’intransigenza voluta in gran parte da Giovanni Amendola, si precluse la strada dell’accordo con le opposizioni restate nell’aula, quelle di Giolitti, di Orlando e di Salandra”. Napolitano sa bene che quando si afferma una questione morale come principio (come secondo Giorgio fece il padre Giovanni pensando che un accordo in aula non si sarebbe comunque trovato) si pone “un ostacolo insormontabile alla ricerca di un compromesso”. Il compromesso, inteso chiaramente come dialogo e sintesi tra forze politiche e forze sociali che da esse sono rappresentante, è la base di una società democratica. Perché la democrazia non è la dittatura di una maggioranza. Questo ce lo ricordiamo bene quando siamo all’opposizione. Dovremmo tenerlo sempre presente.

Adesso quindi il governo PD-PDL-SC è l’unico possibile. Questo forse avrebbe portato la morte del PD se fatto prima di questi drammatici (e scellerati) giorni di votazione per il presidente della Repubblica (e mi riferisco ai successivi impallinamenti di Marini e Prodi e all’afasia politica che ne è conseguita da parte del partito, che è maggioranza relativa in parlamento). Oggi questo problema rischia di essere minore. Il PD ne è uscito talmente lacerato, mostrando l’inettitudine di vecchi leader e al tempo stesso l’insolenza di se-dicenti nuovi, che non potrà certo opporsi. E le conseguenze sulla sua sopravvivenza e tenuta oramai sono quasi indipendenti dal governo che si costituirà (per dirla chiaramente “la frittata è fatta”, oramai chi lo critica per “inciuci” lo farebbe comunque, bisogna rispondere con la forza delle azioni alle facili strida di chi si lava le mani restando puro e solitario sulla cima del monte).

Ma facciamo un passo indietro. Già in campagna elettorale pensavo che, a fronte di una probabile non-maggioranza al Senato di PD-SEL, sarebbe stata cosa saggia costituire un governo alleandosi con il centro di Monti, soprattutto con quelle forze di rinnovamento che fanno parte della galassia di forze politiche che si è ritrovata intorno a Scelta Civica. E questo traspariva anche dalle dichiarazioni di Bersani. Perciò non si può non dire che chi ha votato PD non abbia votato anche per un governo che andasse oltre la coalizione ‘Italia Bene Comune’. Ora, quest’apertura non è stata possibile perché non sufficiente, lo dicono i numeri brutali degli eletti: aggiungere ai senatori di PD e SEL, quelli di SC non basta a costituire una maggioranza. Quindi bisogna guardare oltre. E chi dice che accordarsi andrebbe contro il mandato elettorale non è solo regressivo (e vagamente populista: come si può interpretare il senso di un voto? Il cardine della democrazia rappresentativa è che si eleggono dei rappresentanti cui spetta il compito di agire liberamente), ma è anche falso. Il leader della coalizione, non un Carneade, non ha smesso di ripetere in campagna elettorale che avrebbe cercato altri alleati dopo il voto.

È ovvio che in campagna elettorale ogni partito, o coalizione, voglia vincere e prospetti una visione del governo che vorrebbe. Ma poi i cittadini votano ed eleggono i propri rappresentanti. A questi, tramite l’intermediazione dei partiti politici, spetta il compito di formare maggioranze di governo e opposizioni. Questi non sono i “principi dell’inciucio” ma semplice rispetto e applicazione della Costituzione, quella che spesso sventolano gli stessi che oggi si scandalizzano. Quindi, quando in un sistema pseudo-maggioritario (o meglio sarebbe chiamarlo di coalizioni contrapposte) nessuno può governare in autonomia, la soluzione unica e ragionevole è quella di governare insieme. Così è successo per il primo cancellierato di Angela Merkel: non aveva la maggioranza necessaria e ha dovuto governare in coalizione con i social-democratici. Certo, bisogna trovare il modo di vincolare la strana-coalizione a governare stabilmente. In Germania questo è successo (hanno governato un’intera legislatura, inconcepibile nelle bufere italiche), in Italia potrebbe mai succedere? Purtroppo temo di no. Per questo la strana coalizione non potrà essere alla tedesca, ma spero almeno che, forse solamente grazie alle strigliate di Napolitano, il governo riuscirà a fare qualcosa di utile: sia gestire il difficile momento economico-produttivo, sia fare in modo che l’impasse politica non si riproduca. Napolitano è stato chiaro e chiaro è il ruolo che le commissioni di saggi avranno nel prossimo futuro: segnare la rotta. Ai parlamentari passare dai progetti alle azioni. Difficile dire come questo avverrà. Posso auspicare due semplici punti:

1. Che sia un governo politico. Ovvero dove le forze politiche contribuiscano con i propri esponenti, per non lavarsi poi le mani delle decisioni prese. Perché si dovrà “dare un colpo al cerchio e uno alla botte”. Sarà un governo frutto di un compromesso e quindi non potrà fare ciò che ogni gruppo singolarmente vuole. Probabilmente in materia economica seguirà la rotta del governo Monti. Sicuramente Napolitano sarà il garante della vocazione europea dell’esecutivo.

2. Cambiare la legge elettorale. Napolitano auspica anche una revisione del bicameralismo perfetto, ma peccherei di ottimismo se pensassi che riusciranno a cambiare anche questo. Già il cambiamento della legge elettorale, che non sono mai riusciti a fare in questi anni, sarebbe un buon risultato. Come? Non voglio scatenare la solita rincorsa di modelli elettorali di cui sento parlare almeno dal 1992. Quello che auspico è solamente una legge che riesca a “imporre” all’elettorato una democrazia basata sulla condivisione tra le forze politiche (o almeno tra quelle che formano un rinnovato “arco costituzionale”), che in un certo senso smussi gli angoli e, seppure in una sana dialettica, faccia sì che si scaldino i cuori senza però infiammare gli animi. Forse è troppo chiedere ciò da una legge elettorale, ma è il modo più semplice che può essere usato dal quadro istituzionale per agevolare un’uscita dalla crisi politica in questo senso. I Costituenti l’avevano capito e avevano disegnato un intero sistema (Costituzione e Leggi) che agevolava il dialogo a discapito dello scontro, che induceva alla condivisione delle responsabilità.

Sono ben consapevole delle difficoltà che fare un governo con il PDL comportano al PD. E la colpa del PD non è solamente quella di aver “non-vinto” le elezioni del 2013, ma soprattutto quella di non aver coltivato l’intelligenza tra il suo corpo elettorale, quanto piuttosto l’estremismo, la contrapposizione. Forse questo vulnus è fondante, purtroppo. Si potrebbe dover dare ragione a quanti sostengono che la vera ragione sociale dell’unità delle forze politiche del centro-sinistra, quelle che attraverso il lungo percorso dell’ulivo sono approdate alla formazione del PD, sia (e sia stata) l’avversione a Berlusconi. Maturare e compiere una svolta repentina del centro-sinistra in questa direzione potrebbe essere troppo, il partito potrebbe non reggerla. Le svolte vanno sempre preparate. E come sempre non si possono imputare agli elettori dei comportamenti quando dai dirigenti si è sempre soffiato nella direzione della contrapposizione. A sinistra avrebbero dovuto ricordarsi dell’insegnamento di Togliatti: “non andare troppo avanti, portare con sé, anche nella ricerca delle vie nuove, il grosso delle forze”. Ora è forse troppo tardi per il PD che conosciamo, difficile prevedere se si spaccherà o se resterà in qualche modo unito. Certo è che l’inevitabile governo con il PDL, sia per una certa iconografia che si porta con sé, sia per le azioni che questo governo farà necessariamente in termini di politica economica e sociale, sarà “una prova difficile perché urta contro la sedimentazione delle vecchie posizioni e delle vecchie conquiste ideali, nelle persone semplici che hanno il coraggio delle loro idee, che non vogliono cambiare, meno aduse degli intellettuali agli sviluppi e qualche volta anche ai trasformismi opportunistici delle posizioni politiche”, per concludere ancora con le parole di Giorgio Amendola[iii]. L’essersi cullati nel facile antiberlusconismo, l’aver strizzato l’occhio ai popoli viola ha creato un partito che se perde il suo riferimento rischia di perdere il collante del suo stare insieme. Bisognerebbe che il partito perciò, anziché discutere di traditori e ambiziosi, di espulsioni e indignazioni, utilizzasse le proprie risorse per fare il proprio mestiere: avere una visione del mondo che possa riflettersi poi in una unità interna che trascenda le inevitabili divisioni del contingente e che si possa trasferire come diretta conseguenza in azione di governo. Indipendentemente se questo governo sia o no un governo di coalizione. Quando si ha chiara la rotta si può governare con chiunque, anche con il PDL.

Al mio risveglio, quando in Italia è pomeriggio, mi accorgo che il PD allo sbando, alla vigilia di una direzione nazionale che sarà tanto difficile quanto pleonastica e autoreferenziale, propone a Renzi il boccone avvelenato. Chi fino a qualche mese fa lo additava come esterno al partito oggi lo invoca come primo ministro. La schizofrenia di questa fase politica è tale che tutto potrebbe accadere nelle prossime ore. L’unica garanzia che resta di una razionalità ci è data dall’istituzione più alta, il Quirinale, e dal suo inquilino che ha dovuto fare gli straordinari per fare il lavoro che persone molto più giovani e in forze di lui non hanno saputo o voluto fare.

 


[ii] Giorgio Amendola. Intervista sull’antifascismo (a cura di Piero Melograni) Editori Laterza. 1976.

[iii] Queste parole si riferiscono alla svolta unitaria del 1934, quando si firmò il patto di unità di azione di comunisti e socialisti, che fino ad allora si erano aspramente (e drammaticamente) combattuti. Le prendo in prestito per una semplice analogia, spero non troppo indebitamente.

 

 

1 Commento

  1. stefano

    Tutte le posizioni sono legittime, a patto che si reggano sull’onestà intellettuale: l’unica cosa che Bersani ha detto in campagna elettorale e su cui ha raccolto voti è “smacchieremo il giaguaro”. Un governo con il Pdl, al di là delle considerazioni di merito, è un tradimento di quella promessa elettorale. Forse inevitabile, forse giusto, forse anche evidenza del fallimento di quella promessa che non ha raccolto abbastanza voti, ma quello è, ed è intellettualmente disonesto spacciare l’intenzione pre-elettorale di cercare un accordo con le forze moderate (ie. Monti) per la giustificazione a posteriori di un governissimo col Pdl.

Lascia un commento

Subscribe without commenting