Se la logica del rigore vacilla

di Francesco Molica.

Di 401(K) 2013

Di 401(K) 2013

E se l’implacabile logica del rigore difesa con tanto fervore dalla Germania e dai suoi alleati settentrionali stesse subendo una discreta torsione? Se avesse cominciato a incrinarsi? Alcune avvisaglie, qui e là, inducono a ritenerlo plausibile. Occhio alla penna, però. Non è che Angela Merkel abbia d’incanto seppellito, o quanto meno messo in parentesi, la propria granitica fede nella religione dei conti in ordine. È piuttosto accaduto che l’attualità europea delle ultime settimane si sia popolata di variabili inattese su cui appare difficile (e anche poco raccomandabile) intervenire in punta di ultimatum o sanzioni, e a quanto pare – vedasi Cipro – neppure di memorandum. Detto in altro modo, dalla tolda di comando di Bruxelles non è mai partito un vero e proprio “contrordine compagni” sull’austerità. E tuttavia l’esigenza di sbottonare in certa misura il corsetto dei vincoli di bilancio previsti dal patto di stabilità, per quanto invisa a Berlino e seguaci, si è fatta così pressante da obbligarli a sborsare qualche timida concessione. Innanzitutto perché c’è di mezzo un macigno chiamato Francia. A inizio marzo Parigi ha infatti dovuto alzare bandiera bianca sulle prospettive di chiudere il 2013 con un deficit in rapporto al Pil eguale o inferiore all’asticella del 3%.

Per ora il governo socialista non ha l’animo d’inforcare le cesoie per avventurarsi in una manovra correttiva che ne affosserebbe l’ultimo sgualcito margine di popolarità. Senza contare che la cavalcata di François Hollande verso l’Eliseo deve parte del suo successo a un programma economico segnatamente espansivo. Di qui l’ineluttabile sforamento dei parametri di Maastricht. Uno scenario che, a voler seguire la lettera del Fiscal Compact, dovrebbe far scattare seduta stante la mannaia disciplinare della Commissione. Solo che la Francia non è un paese tra i tanti. Così l’esecutivo di Bruxelles ha già lasciato trasparire che non prenderà alcun provvedimento, e la Germania ha tacitamente accondisceso. Morale della favola: non sono trascorsi nemmeno tre mesi dall’entrata a regime del trattato che nell’ambizioso disegno della cancelleria tedesca avrebbe dovuto blindare una volta e per sempre il patto di stabilità e già si chiude un occhio sull’applicazione del suo quadro sanzionatorio, creando un significativo precedente.

Le cui ricadute non possono essere minimizzate. Basta, infatti, riandare con la memoria al 2003, quando proprio una violazione analoga (perpetrata da Germania e Francia) spianò la strada al bengodi generale della spesa sovrana libera. Il guaio, a ben vedere, è che quello francese è lungi dall’essere un caso isolato. Passino pure Spagna e Portogallo: entrambi hanno ottenuto dalla Commissione una proroga di un anno (al 2014) sulla correzione del deficit contro l’impegno di riforme supplementari, ma anche come premio per gli sforzi draconiani di consolidamento fatti fin qui. Ma anche il Belgio potrebbe mancare l’obiettivo 3%. Il governo del paese è impegnato in faticosi negoziati per trovare 2,8 miliardi necessari a centrare l’ambito target, e non è affatto scontato che riesca nell’improba impresa.

Peccato poi che anche i falchi del nord abbiano i propri scheletri nell’armadio. L’Olanda, il cui Primo Ministro Mark Rutte un paio di anni fa dalle colonne del Financial Times invocava punizioni esemplari per i paesi che non si attenevano alla disciplina di bilancio, è destinata a “sforare” sia nel 2013 che nel 2014. E la lista dei paesi reprobi – c’è da scommettere – si allungherà a misura che la recessione si inasprisce.

Appare quindi evidente come a queste condizioni Bruxelles sia nuovamente obbligata a mostrare una certa flessibilità, ovvero ad armarsi di tolleranza. Non a caso, a margine dell’ultimo Consiglio Ue, Angela Merkel ha aperto alla richiesta italiana di scorporare gli investimenti produttivi dal calcolo del deficit. Pochi giorni dopo, i commissari Tajani e Rehn si sono detti disponibili ad annoverare un eventuale piano di rimborso dei pantagruelici debiti commerciali della PA italiana tra quelle “circostanze attenuanti” previste dal patto di stabilità (promessa successivamente smentita). Infine, è piovuta la tegola di Cipro, che porta con sé il rischio di riaprire l’ennesima emergenza su scala europea. E, per quanto la Commissione nell’ultima settimana abbia provato a dissipare in ogni maniera l’impressione di aver optato per una maggiore “elasticità” (ad esempio, segnalando che non concederà altre deroghe dopo quelle a Francia, Spagna e Portogallo), è difficile crederle fino in fondo. Non fosse perché apparirebbe politicamente complicato negare a paesi come ad esempio l’Olanda la stessa indulgenza usata con altri stati. Bruxelles sta cominciando lentamente a comprenderlo, più che altro perché messa con le spalle al muro da dinamiche che non si lasciano facilmente addomesticare. Ora, però, il passo successivo sarebbe quello di tradurre in atti e misure concrete le belle parole sulla crescita.

 

 

5 Commenti

  1. Fil

    “Tradurre in atti e misure concrete le belle parole sulla crescita”. Questo e’ proprio il punto importante.
    Ed e’ su questo, a mio modo di vedere, che l’esperimento montiano e’ fallito in Italia. Far quadrare i conti va benissimo, dopo anni di spesa senza controlli. Ben vengano quindi una maggiore prudenza e, perchè no, una certa rigidità.
    Pero’ tutto questo rischia semplicemente di stritolare l’economia se non si accompagna a riforme strutturali in grado di creare le condizioni per una maggiore crescita futura.
    Che fine hanno fatto (per citare l’esempio italiano) la riforma della PA, il taglio delle province, le liberalizzazioni e la riforma del mercato del lavoro? Poca cosa e’ rimasta degli iniziali proclami. E cosi’ Monti è stato percepito semplicemente come un ottimo ragionere, incapace pero’ di guardare ai problemi del brevissimo termine (e giustamente a mio parere, nonostate le speranze inizialmente riposte in lui). E alle ultime elezioni le conseguenze si sono viste.

  2. Fil

    Errata corrige, penultima frase: “incapace pero’ di guardare AL DI LA’ dei problemi a brevissimo termine”. Questo intendevo dire, altrimenti non ha senso…

  3. Tolleranza va bene, ma non lassismo.

    Il rispetto dei vincoli va garantito sempre e comunque.

  4. Ma se i vincoli sono sbagliati?

  5. In tutta verità, sono convinto anch’io che i vincoli in oggetto costituiscano una “ultrasemplificazione” dei vincoli che sarebbero necessari (basti pensare solo ai debiti del settore privato, alla situazione del sistema bancario, ecc.), però fra tante “oversimplication” che ci sono in giro sono fra i più sensati.

    E però il maggiore problema sta nel significato che viene dato all’austerità, come se “ci facesse piacere”: in realtà sappiamo che ci sono famelici mercatanti pronti all’attacco, non è così? Avete i numeri di telefono di tutti costoro, e riuscite a convincerli a lasciarci in pace? Perché, se non è così, non vedo quali spazi ci siano.

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