Elezioni europee, cronaca di un disastro annunciato

di Francesco Molica.

El Corazón de Europa by David Fernández

El Corazón de Europa by David Fernández

Per il secondo anno consecutivo il Pew Reasearch Center ha passato allo scandaglio gli umori dell’opinione pubblica nei confronti del progetto europeo. Il verdetto è raggelante. La diffusa sfiducia certificata appena dodici mesi fa dall’Istituto demoscopico statunitense ha oggi subito un ulteriore e vertiginoso tracollo. Tanto per citare un valore tra i più emblematici allineati dalla nuova ricerca, meno di un terzo del campione intervistato giudica l’appartenenza al club europeo di un qualche giovamento per l’economia del proprio paese. Anche tra quelle che un tempo erano considerate inespugnabili roccaforti europeiste, come la Spagna e l’Italia, il sostegno al processo d’integrazione comunitario è sprofondato ad abissi percentuali impensabili appena qualche anno fa, addirittura sotto la soglia del 20%. E perfino dove la crisi non ha potuto piantare i propri tentacoli velenosi infiammando il malcontento e la disperazione, ad esempio tra i giovani tedeschi, alligna proterva la tentazione di disfarsi dell’Euro. Provate a leggere il bollettino di guerra stilato dal Pew Research Institute (lo trovate qui) con lo sguardo rivolto alle prossime elezioni europee (che si celebreranno tra il 22 e il 25 maggio 2014), e ne otterrete uno scenario da incubo.

Ci sono due fantasmi che negli ultimi vent’anni hanno cominciato ad aggirarsi – al principio un po’ in sordina – nell’urna europea. Il primo, il più temuto e (maldestramente) combattuto dall’establishment di Bruxelles, è quello dell’astensionismo. Il tasso di partecipazione, pur registrando sensibili differenze da paese a paese, ha lasciato sul terreno quasi 20 punti percentuali tra il 1979 (il battesimo di fuoco delle elezioni per il Parlamento di Strasburgo) e l’ultima tornata tenutasi nel 2007. Ad un’ispezione più attenta, quest’emorragia non ha mai cessato di approfondirsi, d’inanellare un primato negativo dietro l’altro, come condannata a rotolare su un piano inclinato. Quattro anni fa, solo il 43% degli aventi diritto si è recato al seggio. Un dato in sé allarmante, se si pensa che a partire dal Trattato di Maastricht del 1992 (e forse ancora prima dall’Atto Unico europeo del 1986) l’Ue ha fagocitato nuove e importantissime quote di sovranità, proprio mentre la sfera di legittimità popolare entro la quale esercitarle andava via via restringendosi. Le cause di questo cortocircuito sono arci-conosciute: incapacità da parte delle istituzioni europee d’interloquire e interfacciarsi con l’opinione pubblica, partiti nazionali che incentrano le loro campagne per le europee su tematiche domestiche facendole apparire come elezioni di secondo rango, “politicizzazione” latente o peggio inesistente contesto comunitario (come denuncia il politologo Simon Hix), e via enumerando.

Ma tutto questo accadeva al di qua del crinale della crisi. Da allora, sul crepuscolo di credibilità in cui i partiti tradizionali erano entrati sin dalla fine degli anni ’80, sono calate le tenebre di una notte profonda. La disaffezione o peggio l’astio nei confronti delle istituzioni sono deflagrati. La scelta (non di rado imposta da Bruxelles) da parte dei decisori politici di placare la febbre dei mercati a suon di rigore ha dato fuoco alle polveri del malcontento, in particolare nella cintura dei paesi meridionali dell’Ue finiti sotto lo schiaffo dell’emergenza debitoria. Così in Spagna, Italia, Grecia, la malattia dell’astensione ha ormai contaminato anche le elezioni nazionali. Figurarsi come potrebbe metastatizzare in quelle europee dove già incubava da tempo.

Il risultato, in prospettiva, è che le prossime elezioni europee potrebbero scrivere la più cupa pagina di democrazia dell’ultimo mezzo secolo, incenerendo anche le previsioni di partecipazione più pessimiste. E non si tratterebbe solo di una questione di numeri. L’astensione avrebbe un connotato qualitativo diverso rispetto al passato: non più l’espressione di una pronunciata apatia nei confronti dell’Ue più che altro occasionata da un deficit d’informazione. Bensì un cosciente atto di protesta contro le sue politiche.

Il guaio è che un alto tasso di astensione molto spesso coincide con una progressione elettorale delle cosiddette forze antisistema o di matrice estremistica. Ecco l’altro fantasma, ancor più terrificante. Le elezioni europee, in passato, hanno già offerto un terreno di riscatto per le succitate forze o movimenti: il motivo è che siccome l’elettore è portato ad attribuire un’importanza secondaria, spesso residuale, al voto per il Parlamento europeo, si sente autorizzato ad assumere un comportamento di voto meno responsabile, fuggendo verso gli “estremi” e i “populismi”.

Certo, questo fenomeno fino a non molto tempo fa (e a parte alcune illustri eccezioni) si consumava entro confini temporali e percentuali piuttosto limitati, e in genere si dissolveva con le successive elezioni politiche e legislative. Ma dal 2007 ad oggi l’avanzata delle formazioni populiste si è fatta inarrestabile, ha fatto irruzione nelle stanze del potere, tiene sotto scacco governi. E pur venendo da tradizioni e storie diverse, alle volte antitetiche, esse hanno trovato un formidabile comun denominatore proprio nell’aperta ostilità al disegno europeo, quindi nell’euroscetticismo.

Si faccia, a questo punto, un secondo utilissimo esercizio. Si provi a proiettare gli eccezionali score ottenuti alle ultimissime elezioni locali o nazionali da queste forze (in Olanda, Belgio, Finlandia, Grecia, Francia, Danimarca, Svezia, Regno Unito, per non parlare dei paesi dell’Est) sulla composizione del prossimo Parlamento europeo. Quella cinquantina di deputati euroscettici che oggi siedono a Strasburgo, che salgono a cento se si vuole includere nella partita anche il gruppo parlamentare fondato nel 2007 dai Conservatori inglesi, verrebbe a moltiplicarsi per tre, forse per quattro. Come dice l’europarlamentare liberare Graham Watson: “sappiamo tutti che nel prossimo parlamento ci sarà tra un quarto e un quinto di deputati euroscettici o populisti”. E cioè che diventeranno una minoranza influente, capace d’incidere sulla traiettoria delle politiche discusse a Strasburgo, di rallentarle e dirottarle. E, diciamoci la verità, con l’astensione alle stelle e il dilagare dei populisti, il Parlamento europeo verrebbe sospinto con raddoppiata forza ai margini del processo decisionale europeo. A tutto vantaggio degli stati membri.

 

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