“Germanizzazione dell’Europa”, un destino ineluttabile (per ora)

di Francesco Molica.

"Angela Merkel: Queen of Europe" di  dullhunk

“Angela Merkel: Queen of Europe” di dullhunk

 

“Uno spettro è tornato ad aggirarsi per l’Europa: quello della potenza tedesca”, scrive lo storico britannico Brendan Simms parafrasando il celeberrimo incipit del Manifesto di Marx e Engels. Difficile dargli torto. L’interminabile agonia dell’euro ha divelto senza pietà gli antichi e consolidati equilibri di potere che lungo più di mezzo secolo hanno guidato, mattone dopo mattone, la costruzione del cantiere comunitario. Il vuoto che ne è scaturito – vuoto d’idee, di visioni, di soluzioni e in ultima analisi di leadership – ha spalancato una prateria feconda per la naturale egemonia di Berlino. Per la creazione di un “impero per caso”, nella efficace definizione di Ulrich Beck, “non più basato sulla forza militare, bensì su quella economica”: una fondamentale trasformazione del paesaggio del potere europeo” che peraltro alberga un paradosso esplosivo. Come annota Simmens, il progetto comunitario è stato concepito sulle rovine del secondo conflitto mondiale proprio per sublimare le pulsioni espansionistiche del leviatano tedesco nell’irenico abbraccio di una costruzione sovrannazionale. E invece, sessant’anni dopo, quella stessa costruzione ha consegnato alla Germania una solida supremazia sul continente. Angela Merkel, volente o nolente, si ripassa tra le mani lo scettro dei destini europei, è l’arbitro esclusivo di qualsiasi decisione che ormai, solo per convenienza geografica, viene presa a Bruxelles.

La germanizzazione dell’Europa, come l’ha battezzata impropriamente certa vulgata giornalistica, non è certo una novità dell’ultima ora. È per lo meno dalla firma del Fiscal Compact, e prima ancora dall’avvitamento della crisi dell’euro, che sui cieli europei si è affacciato un “nuovo ordine”. Ma solo negli ultimi mesi esso si è sedimentato, attraverso uno slancio che non potrà essere frenato, e tanto meno invertito in un futuro più o meno vicino. Cosicché conviene che gli avversari del rigore di rito merkeliano, le cui fila non cessano d’ingrossarsi, si rassegnino all’ineluttabilità della montante influenza tedesca.  Semplicemente perché non s’intravvedono al momento vere e proprie forze capaci di farle da contrappeso o di sostituirvisi.

Da un lato le due istituzioni europee che negli anni hanno promosso e custodito l’ortodossia sovranazionale – il Parlamento e la Commissione – sono state sospinte alla periferia del sistema decisionale comunitario, infragilite da leadership rarefatte (con la sola eccezione di Martin Schulz) ben prima che “lo stato d’eccezione” venuto a determinarsi con la crisi desse agli stati membri un’occasione storica per prevaricarle.

Ma più decisiva è stata l’uscita di scena dei due paesi che, nel bene o nel male, hanno giocato un ruolo di primo piano, assieme a Berlino, nella vicenda dell’integrazione europea: il Regno Unito e la Francia. Il primo, sotto il thatcherismo di ritorno di Cameron, deve ormai pagare dazio alle mai sopite fregole euroscettiche del suo elettorato (e di parte delle sue elite) con un volontario esilio dalle stanze dei bottoni di Bruxelles. E questo graduale allontanamento, non è un mistero, potrebbe nel volgere di poco tempo tradursi in un allentamento del vincolo con l’Europa o addirittura in una rinuncia al club europeo.

Quanto alla Francia, è proprio lei che in ultimo ha spianato la strada all’unilateralismo della Germania. L’asse franco-tedesco, quello che vedeva Parigi indicare la direzione politica e la Germania sostenerla con la propria potenza economica, è andato in frantumi da tempo. Sarkozy era riuscito a tenerlo in vita artificialmente per tamponare la crescente asimmetria di potere a favore di Berlino. Il tanto vituperato Merkozy non era altro che un disperato tentativo e al contempo un escamotage per mascherare almeno a livello simbolico la perdita d’influenza della Francia. Anche se, come ebbe a dire Romano Prodi, era già chiaro a tutti che “Merkel decideva e Sarkozy teneva le conferenze stampa per spiegare le decisioni della Cancelliera”. François Hollande, per sua parte e non senza ragione, fin da inizio mandato ha preteso imboccare una cammino meno conciliante (anche per una chiara differenza di visione politica), tentando piuttosto di posizionarsi come capofila di un modello alternativo a quello del rigore patrocinato dalla Germania. Tentando, cioè, di ristabilire il peso della Francia.

Ma non aveva fatto i conti con l’oste: non possiede la forza politica ed economica, e forse nemmeno il carisma, per portare avanti questo disegno. Perché se gli argini della Germania, in larga parte grazie alla spinta riformista dell’ultimo governo Schroeder, dopo un primo cedimento hanno resistito bene al vortice recessivo in cui è precipitata l’Eurozona, la Francia è invece da più parti additata come il prossimo malato d’Europa: anzi “una bomba ad orologeria al cuore dell’Europa” titolò qualche tempo fa l’Economist (non senza un filo d’enfasi). E questo si riflette anche e inevitabilmente sulla sua forza negoziale a Bruxelles. Hollande, più per via della congiuntura economica che per propri demeriti personali, si è rapidamente guadagnato la maglia nera di presidente più impopolare della Quinta Repubblica.

Al contrario, Angela Merkel è e resta il politico più amato nel proprio paese. Il divario insomma non cessa di accrescersi. E se si pensa che paesi come Spagna e Italia per ragioni diverse possono ormai contare su un credito molto ridotto al tavolo negoziale del Consiglio Ue, mentre l’asse degli stati del Nord è tutto schierato a difesa della Merkel, si capisce come il “dominio” di Berlino non dovrebbe subire, almeno per ora, increspature o arretramenti. Nemmeno con le elezioni politiche che il paese celebrerà in settembre e dalle quali dovrebbe uscire, nella migliore delle ipotesi, un governo di larghe intese (con i social-democratici), pur sempre capitanato dalla Merkel.

 

2 Commenti

  1. Lunga vita ad Angela Merkel, e lunga vita all’egemonia tedesca in Europa!

  2. Sì sì, vediamo un po’ quante altre nazioni dovranno fallire prima che ci si renda conto che questa “egemonia tedesca” è un “abbraccio del boa”…

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