Fracking e shale gas in Italia

di Energisauro e Filippo Zuliani.

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Lo shale gas e il fracking delle rocce certamente costituiscono uno dei temi energetici oggi più dibattuto in Europa, oltre che criticato aspramente dagli ambientalisti. Il dibattito si è acceso in Italia qualche settimana fa, quando il premier Letta ha affermato che è necessario avere un atteggiamento aperto e non penalizzante per lo sfruttamento delle fonti di energia prodotte in Europa, come lo shale gas.

Di che si parla? In poche parole, di risorse naturali del pianeta, in particolare di quelle fossili. Lo shale gas infatti è nient’altro che gas naturale intrappolato in rocce particolari – gli shale, appunto, sedimenti a grana fine contenenti argille e limi – che viene estratto tramite fatturazione idraulica (fracking) delle stesse utilizzando acqua e additivi chimici ad alte pressioni. Il Nord America, dal 2007 ad oggi, ha vissuto una autentica rivoluzione energetica grazie alla produzione di shale gas da fracking: mentre la produzione dei pozzi tradizionali diminuiva del 12%, quella da shale gas cresceva fino a raggiungere i 240 Miliardi di metri cubi. Numeri alla mano, stiamo parlando del consumo annuale di Italia, Germania, Francia e Spagna messe insieme, più qualcosa per quando fa freddo. Il vantaggio dello shale gas peró è soprattutto economico: grazie alla produzione da shale, i costi del gas statunitense sono rimasti molto bassi tanto che le industrie americane hanno beneficiato, e continuano a farlo, di prezzi 4 volte più bassi che non in Europa.

In Europa come siamo messi? Presto detto. Le riserve di shale gas nel sottosuolo europeo sono di dimensioni considerevoli e, considerato il preoccupante declino della produzione dei pozzi nel Mare del Nord, il parlamento europeo si è mostrato aperto allo sviluppo della tecnologia del fracking in Europa. Per chiarire le diverse problematiche sollevate dall’esperienza americana, in primis quella ambientale, il Joint Research Center, il centro studi della Commissione Europea, ha svolto nel 2012 analisi approfondite sugli aspetti ambientali e economici dello shale gas. Ne sono emersi alcuni spunti decisamente interessanti, talvolta in controtendenza alla vulgata comune, ahimè, spesso trattati superficialmente dai media italiani. Vediamoli.

Contaminazione delle falde acquifere. I giacimenti di shale gas generalmente si trovano a profondità maggiori delle falde acquifere. Ergo, è probabile che la contaminazione delle falde acquifere da addidivi chimici per fracking sia causata della scadente qualità dell’isolamento dei pozzi. Per minimizzare i rischi, il parlamento europeo dunque consiglia lo sviluppo delle riserve di shale gas situate a profondità maggiori di 600 m rispetto alle falde acquifere, oltre a rigidi controlli durante ogni fase del progetto di estrazione dello shale gas.

Utilizzo del suolo. Un pozzo di estrazione di shale gas occupa una superficie doppia rispetto ad uno tradizionale. Il vero problema è rappresentato però dalla produttività media dei pozzi. Nello studio del Joint Research Center si evidenzia che sono necessari circa 50 pozzi per estrarre la stessa quantità di energia di un giacimento tradizionale nel Mare del Nord. E’ ovvio che in America questa problematica non costituisca un grosso problema. In Europa, però, la disponibilità di suolo è ridotta. Il Parlamento Europeo rimanda quindi ai singoli Paesi riflessioni e decisioni in merito.

Consumo d’acqua. Per le operazioni di fracking, lo shale gas richiede ingenti quantità d’acqua, una parte delle quali non può essere recuperata, tanto che specifiche zone geografiche andrebbero incontro a seri rischi sulla disponibilità di acqua potabile. Nello studio vegono indicate misure di gestione acconcia dell’acqua potabile e possibili impieghi di acque alternative, ma fondamentalmente la disponibilità o meno di ingenti risorse acquifere varia molto tra i diversi Paesi europei.

Rischio di terremoti indotti. Contrariamente a diversi gruppi di scienziati che legano il terremoto in Oklahoma (magnitudo 5,7) alle tecniche di fatturazione idraulica, lo studio indica bassi valori di rischio e movimenti indotti per un massimo di 3 gradi di magnitudo. Ne avevamo già discusso l’anno scorso, dopo le polemiche sul terremoto in Emilia.

Traffico. Si stima che nei giorni di attività il traffico di camion possa superare i 250 viaggi al giorno per ogni singolo sito di estrazione, principalmente per trasportare acqua e prodotti per il fracking e acque sporche in uscita. Una scelta del sito accurata, tarata sulla presenza di infrastrutture di trasporto e eventuali tubazioni temporanee, per minimizzare il trasporto su gomma è fortemente raccomandata dal Parlamento Europeo.

Bolla speculativa. È innegabile: la caccia allo shale gas Americano ha portato alla rovina alcuni operatori del settore Oil&Gas, costretti a vendere il proprio gas a prezzi inferiori ai costi di estrazione. Questo è avvenuto principalmente per la carenza di infrastrutture: non avendo la possibilità (e i permessi) per esportare il gas tramite nave – sotto forma di Gas Naturale Liquefatto (GNL) – il gas prodotto in America è stato interamente consumato sul suolo americano. Si prevede che l’export di GNL dall’America avverrà solamente a partire dal 2017, intanto i produttori di gas americano dovranno barcamenarsi come meglio possono. Analogamente, il rischio economico per i potenziali produttori di shale gas europei è legato ai costi reali di estrazione che secondo il Joint Research Center oscillerebbero tra i 5 e i 12 $/MBtu contro un costo medio di 11 $ nel principale hub del gas europeo nel 2013.

Diritti minerari. La più evidente differenza tra USA e EU per lo sfruttamento dello shale gas si trova nei diritti sul suolo. Al contrario degli europei, i proprietari terrieri americani possiedono i diritti sulle risorse minerarie del sottosuolo. Questo fatto ha agevolato lo sviluppo estremo, talvolta persino eccesivo, al limite della speculazione (vedi sopra). Per quel che riguarda l’Europa, vi è il rischio opposto , e cioè che l’assenza di vantaggi per i diritti del suolo comporti una scarsa incentivazione per l’ottenimento dei permessi. Data anche la grande differenza di densità di popolazione tra America e Europa, molto difficilmente assisteremo ad uno sviluppo dello shale gas europeo paragonabile a quello americano.

Riserve. Le principali riserve di shale gas continentali sono concentrate in Polonia, Germania, Svezia, Inghilterra, Francia, Olanda, Norvegia, Danimarca e Austria. La Polonia è il Paese più attivo: già dal 2010 sta provando a sfruttare le proprie riserve ma alcune problematiche legate alla qualità del gas estratto hanno portato diverse compagnie petrolifere di esplorazione ad abbandonare i progetti. Spinto dalle crescenti proteste per le preoccupazioni ambientali, il governo francese ha proibito per i prossimi 5 anni qualsiasi operazione di fracking, nonostante possieda le riserve tra le maggiori in Europa di shale gas.

E in Italia? In Italia è molto probabile che il fracking non potrà mai essere utilizzato… per la semplice mancanza di rocce adatte allo scopo. La Strategia Energetica Nazionale di fresca pubblicazione (marzo 2013) indica chiaramente che “il Governo non intende perseguire lo sviluppo di progetti in aree sensibili in mare o in terraferma, ed in particolare quelli di shale gas”. L’atteggiamento aperto e non penalizzante dichiarato dal nostro presidente del Consiglio riguarda dunque molto l’Europa e ben poco l’Italia. Ambientalisti e allarmisti nostrani si mettano pure il cuore in pace invece di condurre campagne italiane anti-fracking, nel tentativo di spingere il Governo ad azioni inutili o perfino dannose su presupposti ideologici. Certo è che, vuoi per l’export dello shale gas americano, vuoi per la produzione europea, sarà davvero difficile tenere lo shale gas fuori dal mercato e dalle case italiane.

Concludendo, dal punto di vista economico lo shale gas sembra rappresentare una buona opportunità per diminuire la dipendenza europea dalle importazioni di gas russo e nord-africano. Certo, esistono problematiche ambientali che sarebbe colpevole trascurare ed esistono anche potenziali contromisure da studiare caso per caso, Paese per Paese, da istituti di ricerca imparziali e competenti. E’ preoccupante che in Italia non vi sia ancora alcun documento ufficiale ed imparziale a riguardo. Sinceramente non è nemmeno chiaro chi potrebbe o dovrebbe farsi carico della ricerca. Perfino l’ENEA, non risulta aver mai pubblicato qualcosa sul fracking.

E’ difficile immaginare uno sviluppo su larga scala di tale tecnologia in Europa e soprattutto nel Belpaese, vittima storica della sindrome Nimby (Not-in-My-Backyard, non nel mio giardino). Si spera soltanto che l’Italia cominci presto a studiare.

8 Commenti

  1. Fil

    Non sono d’accordo col taglio pro-shale gas dell’intero articolo, per un motivo molto semplice.
    Come indicato dall’articolista, “nello studio del Joint Research Center si evidenzia che sono necessari circa 50 pozzi per estrarre la stessa quantità di energia di un giacimento tradizionale nel Mare del Nord. E’ ovvio che in America questa problematica non costituisca un grosso problema. In Europa, però, la disponibilità di suolo è ridotta”. Il che e’ assolutamente vero ed e’ il motivo per cui lo shale gas in Europa non potrà mai decollare: non abbiamo ne’ le infrastrutture necessarie (cioe’ il numero di pozzi richiesti, per costruire i quali sarebbero necessari investimenti insostenibili), ne’ lo spazio fisico per farlo (al contrario degli USA, che hanno ampi spazi aperti dove sviluppare una tecnologia come questa).

    L’articolista inoltre ci dice che in Italia, anche volendo, non ci sono rocce adatte allo scopo.

    Ora, alla luce di queste semplici considerazioni, mi pare evidente che gli ambientalisti hanno tutte le ragioni del mondo per spingere il governo italiano a non investire in una tecnologia che, almeno da noi, non ha futuro. Per fortuna, nonostante Letta, questo e’ stato capito e messo per iscritto nella Strategia Energetica Nazionale.

    Conclusione: l’ironia sui presunti falsi allarmismi degli ambientalisti, indicati come persone che muovono da un punto di vista ideologico e che dovrebbero andare a studiare, e’ fuori luogo e sbagliata.

  2. Letta ha sempre dichiarato che la priorita’ dell’Italia sono le rinnovabili e si e’ detto aperto allo shale gas europeo, in linea con la Strategia Energetica Nazionale. Non hai manifestato l’intenzione di investire in fracking in Italia. Non vi e’ dunque alcun elemento fattuale per impegnare il governo e bandire dall’Italia una tecnologia che non ha utilizzi sul suolo nazionale.

  3. Ciao Fil, sinceramente non penso che abbiamo dato un taglio pro-shale gas a tutto l’articolo.
    Ci limitiamo a dire che, come al solito, prima di iniziare qualsiasi campagna contro lo sviluppo di ogni iniziativa, l’argomento vada studiato in tutti i suoi pro e contro.
    Lo shale gas comporta necessariamente delle valutazioni economico/energetico/ambientali ma possono nettamente variare da Paese a Paese.

  4. Defcon70

    Il punto più importante del post mi pare quello sul fatto che l’Italia deve ricominciare a studiare. Estremamente vero perché, se è vero che non esistono possibilità di uno sviluppo dell’unconventional shale gas in Italia è anche vero che abbiamo una certa quantità di un altro unconventional nel Sulcis, il Coal Bed Methane (CBM).

    Studi in questo caso ce ne sono, in particolare mi tornano in mente quelli della versione Enhanced (ECBM, si aumenta la produttività di metano dei pozzi iniettando CO2 e altri gas da combustione, quindi doppio vantaggio) fatti dall’INGV e partecipati anche dalla Fedora Quattrocchi. Siccome mi pare che ogni tanto commenti su iMille (o era su Il Post..?), lasciamo la parola a lei?

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