Il Ddl Mucchetti non coglie nel segno, ma le polemiche ancora meno

di Marco Campione.

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Nella discussione dei giorni scorsi sulla proposta di Mucchetti e Zanda sull’incompatibilità per i titolari di concessioni governative si è fatto a mio avviso l’errore di sovrapporre due piani non totalmente sovrapponibili: il giudizio di merito e la polemica politica spicciola. Avviene sempre, ma questa volta il giudizio di merito è pressoché scomparso e ci si è limitati a beccarsi a vicenda sul nulla o quasi. Non penso che la forma non sia anche sostanza, sia chiaro. Ma la sostanza non è data solo dalla forma.

Personalmente, ad esempio, penso che quel provvedimento sia sbagliato, ma considero molte delle polemiche di queste ore pretestuose. E così molte delle persone con cui mi sono confrontato e che si sforzano di mantenere un minimo del necessario distacco nell’affrontare le questioni complesse quale è questa.

Perché sbagliato? È ovviamente giusto intervenire in materia, ma si è deciso di farlo solo su uno specifico aspetto dei mille conflitti di interessi italiani (quello del titolare di concessioni da parte dello Stato) e non in modo organico. Ed è inutile negarlo: lo si fa innanzi tutto perché Berlusconi esiste. Attualmente la norma prevede l’ineleggibilità, ma tutte le interpretazioni date fino ad ora hanno deciso che Berlusconi non si trova nelle condizioni previste dalla norma. Evidentemente ai proponenti ciò dev’essere apparsa come la “contraddizione che nol consente”.

E qui c’è il primo errore di Mucchetti e Zanda (e della difesa che ne ha fatto Epifani): non si può intervenire su una norma oggetto di una discussione in corso (quella sulla ineleggibilità di Berlusconi) e poi lamentarsi se altri la leggono come una norma legata a quella discussione. Se il punto è quello di aggiornare le norme sul conflitto di interessi si doveva intervenire non solo sulla legge del ’57 sulle concessioni ma anche su quella Frattini che in Italia regola il conflitto di interessi.

Seconda obiezione, più specifica. Si scarta il blind trust perché secondo i proponenti non risolverebbe il conflitto. Tesi antica e molto cara agli antiberlusconiani di professione (uno dei cancri della politica di questo paese), ma tesi inaccettabile per una forza riformista. Imporre la vendita (vietandola peraltro ai famigliari) è a mio avviso sbagliato. Se non fosse parola abusata direi illiberale. E infatti il blind trust è strumento tipico delle democrazie liberali. Si dirà: ma nel caso di Berlusconi siamo praticamente al monopolio. Vero, ma allora si dovrebbe intervenire sulle sue proprietà mediante una seria legge antitrust. La sensazione è che si sia voluto dare il proverbiale colpo al cerchio e alla botte insieme. Legittimo, ma – come si è visto – inefficace dal punto di vista comunicativo.

Vengo così alle polemiche e alle accuse di voler favorire Berlusconi. Sono polemiche insensate. Questa norma, seppur sbagliata, resta una norma atta a regolare un conflitto di interessi. Grillo è arrivato a dire che è pro Berlusconi: va bene l’ansia da polemica, ma dipingere una norma sul conflitto di interessi come una norma a favore di Berlusconi e che mette a repentaglio la democrazia è davvero demenziale. Il senso del limite lo si è superato da tempo, in Italia, ma qui siamo oltre il senso del ridicolo. Anche perché Berlusconi voterà contro. E quel giorno cosa diremo: che Berlusconi ha salvato la democrazia?

Vi è infine un altro aspetto a mio avviso intollerabile. Ed è perfettamente descritto da Stefano Menichini su Europa di qualche giorno fa:

«I nostri elettori non capirebbero», ha detto Laura Puppato senza domandarsi se per caso non tocchi anche a lei spiegare le scelte del proprio partito agli elettori.

È questione che prescinde dal merito di questa vicenda e dalla sola Puppato, ovviamente. E che ha molto a che fare con le dinamiche dei giorni dell’elezione del Capo dello Stato, che hanno portato al “tradimento” di Prodi e dunque del Pd da parte di 101 parlamentari del Pd. Qual è il ruolo dell’eletto nei confronti dei suoi elettori? E più in generale di una classe dirigente?

Riflettiamoci se in futuro vogliamo provare a cambiare qualcosa in questo paese.

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