La strategia di Obama contro i cambiamenti climatici

di Terenzio Longobardi.

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Nei giorni scorsi il Presidente Obama ha presentato “urbi et orbi” il piano d’azione degli Stati Uniti per fronteggiare l’emergenza dei cambiamenti climatici e innovare il sistema energetico. L’evento ha fatto molto scalpore e qualcuno ha definito le proposte del presidente un “new deal per l’ambiente e l’energia”. Pertanto, ne analizzeremo sinteticamente i contenuti (il documento ufficiale è scaricabile qui), concludendo con alcune note di commento.

Il primo elemento rilevante è la presa d’atto definitiva dell’esistenza dei cambiamenti climatici ma, in maniera sorprendente, anche dell’attualità e irreversibilità di alcuni suoi effetti: “il cambiamento climatico non è più una minaccia lontana – stiamo già sentendo il suo impatto in tutto il paese e nel mondo. L’anno scorso è stato l’anno più caldo …. I 12 anni più caldi mai registrati si sono tutti verificati negli ultimi 15 anni. I tassi di asma sono raddoppiati negli ultimi 30 anni ed i nostri figli soffriranno di più gli attacchi di asma da inquinamento atmosferico. L’aumento delle inondazioni, ondate di calore e siccità hanno messo gli agricoltori fuori mercato, e ciò sta già alzando i prezzi del cibo drammaticamente. Questi cambiamenti determinano conseguenze di vasta portata e costi economici reali.”

Come vedremo successivamente, una parte consistente del documento affronta il tema degli interventi da attuare per mitigare gli effetti sul sistema sociale ed economico del cambiamento climatico.

Il secondo è la presa d’atto definitiva dell’origine antropica dei cambiamenti climatici, attestata da tempo dagli scienziati dell’IPCC, ma che gli Stati Uniti avevano da sempre negato o messo in dubbio. Il piano di misure illustrate da Obama, finalizzate allo sviluppo di sistemi energetici con minori emissioni di anidride carbonica e all’aumento dell’efficienza energetica in tutti i settori di consumo sanciscono proprio questo cambiamento di orientamento politico e culturale.

Il terzo elemento rilevante è la sottolineatura dei progressi che il paese sotto la presidenza Obama ha ottenuto nel campo della riduzione dei gas serra, con la solita venatura di orgoglio patriottico e di ottimismo tecnologico di stampo progressista: “Nel 2012, le emissioni di carbonio degli Stati Uniti sono scese al livello più basso in due decenni anche se l’economia ha continuato a crescere.” “l’amministrazione Obama sta mettendo in atto nuove severe regole per ridurre l’inquinamento di carbonio… così proteggiamo la salute dei nostri figli e spostiamo la nostra economia verso la fabbricazione americana di fonti pulite di energia che creeranno buoni posti di lavoro e abbasseranno le bollette domestiche di energia.”

Scopo finale di questo mutato atteggiamento non potrà che essere “guidare gli sforzi internazionali per combattere i cambiamenti climatici e prepararsi per il suo impatto”.

Sul piano operativo, il piano prevede di intervenire in tutti i settori per abbattere le emissioni di gas serra, ponendosi come obiettivo di “ridurre le emissioni di gas serra degli Stati Uniti nel range del 17 per cento rispetto ai livelli del 2005 entro il 2020”: aumentare la quota di produzione da energia rinnovabile, già raddoppiata durante l’amministrazione Obama, con un ulteriore raddoppio nel 2020, aumentare il ricorso al gas naturale come combustibile delle centrali elettriche, stabilire nuovi standard di inquinamento per le centrali elettriche, in particolare quelle a carbone, espandere e ammodernare la rete elettrica, incentivare la ricerca nei settori dei biocarburanti più avanzati, e delle tecnologie energetiche più innovative in termini di prevenzione, riduzione e sequestro delle emissioni di anidride carbonica, ulteriormente migliorare gli standard emissivi dei veicoli per il trasporto di merci e passeggeri, aumentare l’efficienza energetica nel settore civile, in particolare nelle abitazioni, ridurre le emissioni degli altri gas serra, come gli idrofluorocarburi e il metano, proteggere e ripristinare le foreste.

Per quanto riguarda la mitigazione degli effetti ambientali ed economici già in atto causati dall’effetto serra, Obama prevede infine l’istituzione di un’Agenzia per l’adattamento ai cambiamenti climatici.

Passiamo ora ad alcuni commenti critici. L’iniziativa di Obama è da valutare sicuramente come una svolta positiva, in relazione al tenace disimpegno di quel paese nei decenni passati, ma eviterei i toni trionfalistici. Non bisogna mai dimenticare che gli Stati Uniti, con il 5% della popolazione mondiale, consumano circa il 20% dell’energia totale e sono tra i principali emettitori di gas serra. Hanno consumi procapite circa il doppio di quelli europei e due volte e mezzo quelli italiani, a causa di stili di vita dissipativi assolutamente incompatibili con gli equilibri ecologici.

Nel dettaglio, prendendo a riferimento i dati energetici di British Petroleum, gli Stati Uniti oggi consumano 2209 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio), l’Unione Europea a 27 circa 1670 Mtep. Dividendo questi valori per i dati della popolazione ricavati dalle statistiche dell’ONU, ricaviamo dei consumi energetici procapite di 7 tep/ab per gli Stati Uniti, 3,3 tep/ab. per l’U.E. La Germania vale 3,8 tep/ab, la Francia 3,75 tep/ab, l’Italia 2,7 tep/ab. A determinare queste differenze, influiscono sicuramente stili di vita e modelli di comportamento più energivori, ma anche minore innovazione tecnologica perché, anche per quanto riguarda l’intensità energetica (il parametro che misura la quantità di energia consumata per produrre un’unità di PIL), l’Europa è più avanti, 104 tep/M$ contro 145 tep/M$ degli Stati Uniti (per il PIL ho preso a riferimento quello disponibile su Index Mundi). In particolare, i valori dell’intensità energetica sono per la Germania 99 tep/M$, per la Francia 109 tep/M$, per la tanto bistrattata, ma in effetti virtuosa Italia 87 tep/M$. Per la cronaca e per preoccupanti proiezioni future, la Cina consuma 2735 Mtep, procapite 2 tep/ab.

Inoltre, gli Stati Uniti nel passato hanno pervicacemente negato l’esistenza dei cambiamenti climatici e si sono rifiutati di firmare il Protocollo di Kyoto, siglato unilateralmente e poi rispettato  alla scadenza del 2012 dall’UE, che si propone ulteriori e più ambiziosi obiettivi per il 2020.

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Quindi, il presidente Obama sarebbe stato più apprezzabile e credibile se prima di presentare il suo piano si fosse scusato per gli errori e le responsabilità storiche del suo paese che, in questo campo, non può accampare alcun ruolo di guida e di autorità morale a livello internazionale, che  spetterebbe semmai all’Europa. In altri e più salaci termini, come ha commentato efficacemente un mio amico toscano, “Obama faccia poco il ganzo, sta facendo appena appena il suo dovere”.

Inoltre, i dati che ho illustrato brevemente in precedenza, fanno comprendere come gli Stati Uniti dispongano di maggiori margini di manovra rispetto all’Europa per quanto riguarda i miglioramenti tecnologici nel settore dell’efficienza energetica. La parziale conversione del proprio sistema energetico al gas naturale, favorita dallo sviluppo, tanto tumultuoso quanto effimero e impattante, delle estrazioni di shale gas, consente poi loro di utilizzare un ulteriore strumento di riduzione delle emissioni di anidride carbonica.

Infine, quanto all’ottimismo tecnologico in salsa americana, cioè la speranza che la tecnologia possa in eterno risolvere tutti i problemi ambientali garantendoci un perenne Bengodi, l’ho già confutata di recente su queste pagine elettroniche e non mi ripeto. Sarebbe molto più utile che gli americani (e l’intero mondo occidentale) cominciassero a pensare in termini di cambiamento degli stili di vita, un modo molto più efficace di adattarsi ai cambiamenti climatici. Ma siccome in termini di consenso politico questo discorso avrebbe possibilità di successo pressappoco nulle, per ora accontentiamoci di questa parziale conversione ambientalista del presidente degli Stati Uniti d’America.

 

 

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