L’austerità degli altri e la crisi sociale dei PIGS

di Francesco Molica.

Atene is burning - Corteo 6 dicembre 09 by Cau Napoli Collettivo

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Consolidamento fiscale e stabilità politica formano una coppia a dir poco litigiosa, che è ancor più defatigante tenere unita nell’ormai acclarato crepuscolo di legittimità e credibilità in cui è precipitato un buon numero di democrazie europee. Le cronache più recenti del Portogallo ce ne hanno restituito solo l’ultima amara dimostrazione. L’implosione della coalizione al governo in quel di Lisbona, e le frenetiche manovre – pare andate a buon fine – per resuscitarla, confermano che un eccessivo zelo per il rigore (quello somministrato al paese dal premier Passos Coelho sotto lo schiaffo della Troika) alla lunga soffia sulle braci dell’entropia istituzionale e sociale.

Nei palazzi del potere lusitano si è purtroppo consumato un melodramma che in quest’ultimo travagliato lustro abbiamo tutti potuto osservare a molte altre latitudini del continente. Dalla Grecia all’Irlanda, passando per la Spagna, l’austerità di volta in volta ha infiammato le piazze, decimato il capitale elettorale di partiti un secondo prima saldamente in sella, sfasciato governi e allevato populismi di destra e sinistra. E l’incendio è ben lungi dall’essere circoscritto. Paesi come Francia e Olanda, certamente meno esposti agli effetti collaterali della devastante crisi debitoria e/o bancaria, hanno potuto per ora mettersi al riparo da questo tumultuoso epilogo solo persuadendo i gendarmi di Bruxelles e Francoforte a chiudere un occhio sulla pedissequa osservanza dei criteri di Maastricht.

Sembrerà poi un paradosso, ma proprio colei che si suole (giustamente?!) additare come la principale mandante delle ricette rigoriste adottate dai paesi dell’area euro (talvolta volenti, molto più spesso nolenti), parliamo ovviamente di Angela Merkel, è forse il politico europeo più cosciente delle loro velenose controindicazioni, del fatto che “di austerità si muore”, per parafrasare l’ultimo saggio di Lorenzo Bini Smaghi. Non a caso, se c’è un paese che in questi anni ha premurosamente evitato d’impaurire o fare infuriare l’opinione pubblica nazionale facendo uso di creme dimagranti per la spesa pubblica, questo è proprio la Germania. E non a caso se c’è un primo ministro che è rimasto sulla breccia senza subire neppure uno scossone, con il vento del gradimento popolare (quasi) sempre in poppa, laddove le teste dei propri colleghi stranieri ruzzolavano in serie ghigliottinate dalla collera popolare per le raffiche di tagli scelti o imposti, ebbene, questa è proprio Angela Merkel.

Diciamo subito che la Germania è tra quei pochi fortunati che, al di qua del crinale della crisi, ha potuto permettersi scelte economiche moderatamente espansive – donna Angela in patria è sovente accusata di fare politiche di centrosinistra, sapevatelo! – mentre precettava i colleghi stranieri agli indigesti sacrifici dei conti in ordine. Non fosse perché al di là del Reno il “lavoro sporco”, per così dire, lo aveva già fatto Gerard Schroeder con la sua Agenda 2000, un corpulento piano di tagli al welfare e riforme liberiste che, se ha riconciliato il paese i con mercati, d’altronde ha posato una pietra tombale sulla carriera politica dell’ex cancelliere social-democratico, alienandogli il favore di una parte della base. E dunque spianando la via ai gloriosi anni di rendita del suo successore.

Ciò detto, la contraddizione in cui sguazza Angela ultimamente ha assunto le dimensioni del classico elefante nella stanza. Anche l’autorevole Spiegel non ha potuto trattenersi dal denunciarlo: “Angela predica l’austerità all’estero, e pratica una politica espansiva in casa propria”. Senza soffermarsi sul bilancio del suo secondo e ultimo quinquennato, basta gettare uno sguardo alle ultime mosse esibite dall’inossidabile cancelliere. In vista delle elezioni politiche, per far man bassa di voti, la Merkel ha promesso un vasto piano di rilancio sociale che secondo il quotidiano economico Handelsblatt vale quasi 30 miliardi di euro, e prevede ad esempio l’aumento di vari sussidi, una pensione supplementare per le casalinghe, l’introduzione di un salario minimo per alcuni settori e nuove misure per fissare un tetto agli affitti.

Un vero e proprio libro dei sogni per le economie sfibrate dai memorandum della troika o costrette a improbabili equilibrismi contabili per centrare i parametri di spesa sempre più blindati dal superpatto di stabilità. Altro che i redivivi traumi derivanti dall’iperinflazione di Weimar. Merkel e i suoi accoliti conoscono la storia del proprio paese molto meglio di quanto gli rinfaccino i teodofori del keynesismo, da Krugman e in giù. E sanno bene che a spingere il paese nelle braccia dei boia nazisti non fu tanto l’imprudenza fiscale (e ancor di più monetaria) praticata dal governo tedesco tra il 1921 e il 1923, bensì il successivo percorso di austerità cieca intrapreso dal cancelliere Bruning dopo la crisi del ’29. Ma questo non importa. Per ora, come scrive Les Echos, lascia perplessi “il contrasto tra la pozione amara che Angela Merkel impone ai suoi vicini e le promesse del suo partito”. Una doppia morale in piena regola.

 

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