Energia eolica ad alta quota

di Giancarlo Abbate.

Ormai tutti gli osservatori più attenti concordano che a medio o a lungo termine (20-50 anni) la quasi totalità dell’approvvigionamento energetico dovrà essere basato su fonti rinnovabili. Tuttavia la maggioranza di essi vede ostacoli insormontabili al raggiungimento di questo obiettivo a breve termine (<20 anni). L’energia eolica ad alta quota può aprire un nuovo ed insperato scenario.

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In questo articolo voglio esaminare una nuova tecnologia, basata su una fonte rinnovabile, che sta per affacciarsi sul mercato mondiale dell’energia, alla luce delle condizioni economiche e tecniche che sono oggi richieste per imporsi industrialmente. Si tratta della tecnologia messa a punto dall’azienda italiana KiteGen® Research Srl di Chieri (TO), che intende sfruttare l’energia eolica dei venti ad alta quota o venti troposferici, dai 600 m di altezza fino a 2-3 km (allo stato attuale il limite tecnologico è 9 km). Io sostengo che questa tecnologia soddisfa pienamente tutte le condizioni di cui sopra ma il mio scopo è non solo di portarla alla conoscenza del maggior numero possibile di tecnici ed esperti di energia e di policy-makers, ma anche di sollecitare il maggior numero possibile di obiezioni e di critiche, purché ragionevoli, poiché ritengo che rispondere in maniera pacata e documentata ad una critica sia il miglior modo per convincere l’interlocutore scettico ed inoltre le critiche giuste sono una buona spinta per meglio orientare l’ottimizzazione dello sviluppo della tecnologia. Con riferimento all’articolo recentemente pubblicato su imille, ogni volta che si incontra la parola “energia” in questo articolo la si può sostituire con la parola “exergia”.

La tecnologia KiteGen

Molti documenti illustrativi ad ogni livello di dettaglio sono disponibili sul sito dell’azienda KiteGen, fondata e guidata dall’Ing. Massimo Ippolito. Anche io ne ho già trattato brevemente in due miei precedenti articoli (uno pubblicato su imille qui). Le tecnologie proposte per sfruttare il vento in alta quota sono due, una chiamata KiteGen Stem e l’altra KiteGen Carousel ma quest’ultima al momento è ancora alla fase progettuale e perciò tratterò solo del KiteGen Stem. Il concetto è particolarmente semplice: un’ala in materiale flessibile, resistente e leggero, sagomata in modo da ottimizzarne l’aerodinamica, vola in alta quota spinta dal vento ed esercita una trazione sui cavi che la collegano al suolo. Questi cavi sono avvolti su un tamburo ruotante a sua volta collegato ad alternatori/motori elettrici. La trazione sui cavi mette in rotazione il tamburo e di conseguenza aziona la fase di produzione di energia elettrica da parte degli alternatori. Quando, terminata la fase di produzione, il cavo è completamente svolto, l’ala, o aquilone (in inglese kite), esegue una scivolata d’ala, ovvero è portata in situazione di non opporre resistenza al vento (come se fosse una bandiera) Il cavo è, dunque, rapidamente riavvolto con un minimo consumo di energia (fase passiva nella quale l’alternatore funzione come motore). Dopodiché ricomincia la fase attiva di produzione di energia e la vela va su e giù come uno yo-yo. Tamburo, alternatori, e tutta la centrale automatizzata di controllo e gestione sono all’interno di una tensostruttura denominata igloo (per la sua caratteristica forma) di 6,7 metri di altezza e diametro pari a 16 m che ospita anche tutti gli apparati elettrici necessari (inverter, batterie di super-condensatori, ecc.) per immettere in rete energia elettrica livellata e costante. Uno stelo metallico o in materiale composito (stem) di circa 24 metri si alza dalla sommità dell’igloo per garantire un’agevole gestione delle fasi di decollo e rientro dell’ala, nonché un notevole ampliamento dei margini di sicurezza e resistenza dell’ala in caso di forti ed improvvise folate di vento in quota. La sommità dello stem è dotato di una “testina” intelligente la quale, ruotando, asseconda l’allineamento tra movimenti dello stem e quelli dell’ala.  Un prototipo sperimentale, da 3 MW di potenza nominale, è stato impiantato dal 2011 in un’area del comune di Sommariva Perno (CN) ed è utilizzato per test tecnici e di messa a punto industriale. L’inizio della produzione industriale su piccola scala (50 macchine da 3 MW in 8-10 mesi) è programmato per questo autunno.

Disponibilità della fonte

Vi sono numerosi studi riguardanti il contenuto di energia dei venti terrestri (o corrispondentemente della potenza erogabile). Le stime non sono esattamente concordi ma quasi tutte danno come ordine di grandezza della potenza erogabile in alta quota 103 TW (nota: 1 TW, cioè un terawatt, è uguale ad un milione di MW, megawatt, o equivalentemente ad un miliardo di kW, chilowatt; nota 2: la potenza necessaria per mantenere l’attuale tenore di vita sulla Terra è circa 16-17 TW).

Un commento tecnico su quel “quasi” che compare nella seconda riga di questo paragrafo è necessario. In effetti molti autorevoli autori concordano sulla stima data sopra della potenza del vento ad alta quota (vedi ad es. i lavori di Hermann c/o The Global Climate and Energy Project (GCEP) alla Stanford University e quelli di Archer e Caldeira) ma c’è anche un articolo di un gruppo dell’Istituto Max Planck per la bio-geo-chimica di Jena (Germania) nel quale si sostiene che la stima corretta della potenza disponibile dal vento in alta quota è 100 volte inferiore, cioè dell’ordine della potenza attualmente necessaria sulla terra, inoltre l’estrazione di tutta l’energia disponibile provocherebbe sconvolgimenti climatici catastrofici. Queste affermazioni sono state confutate scientificamente, ad esempio nell’articolo di Marvel et al apparso su Nature Climate Change nel 2012, e non è questa la sede per un’analisi polemica dettagliata. Tuttavia, l’autorevolezza del Max Planck come istituzione scientifica mi induce a qualche riflessione generale sul lavoro di questi ricercatori e sulle sue conclusioni. Un generatore eolico in funzione svuota il flusso di vento di una parte della sua energia cinetica che deve essere perciò rifornita a valle del generatore. L’ipotesi degli scienziati del Max Planck di Jena è che sia molto più difficile rifornire di energia il vento in alta quota, rispetto al vento sulla superficie della Terra. La giustificazione “fisica” che ne danno è che, senza l’intervento umano, il vento ad alta quota (chiamato anche geostrofico) si muove quasi senza attrito, non perde energia e quindi non ha bisogno di recuperarla da altre zone di vento; l’estrazione umana di energia sarebbe perciò una grande perturbazione del suo stato naturale. Al contrario, in superficie il vento è continuamente frenato dall’attrito con le asperità del suolo, perde continuamente energia ed ha quindi bisogno di ricostituirla prendendola dal vento soprastante. L’intervento umano sarebbe perciò una perturbazione minore, quindi accettabile, del suo stato imperturbato. Questa giustificazione addotta dal gruppo tedesco è bizzarra, anti-intuitiva e soprattutto non ha alcun fondamento fisico. Essa attribuisce quasi una qualità “morale” al vento che, in superficie, è abituato a vincere l’attrito ed è quindi temprato a sottoporsi all’azione umana di ulteriore estrazione di energia, mentre in alta quota, abituato a muoversi senza sforzo alcuno, sarebbe sconvolto dalla presenza delle apparecchiature umane. Tutti i modelli più ragionevoli, ed i dati sperimentali disponibili, concordano però nell’accreditare l’ipotesi esattamente opposta a quella del gruppo di Jena, come confermano del resto i tentativi (molto dispendiosi) dell’eolico tradizionale di allontanarsi quanto più possibile dalle corrugazioni della superficie terrestre o costruendo torri sempre più alte o costruendole sulla superficie del mare (che è la superficie più piatta e con minore attrito si possa trovare sulla Terra). Con un po’ di malignità qualcuno potrebbe far notare che la sede di questo gruppo tedesco è a pochi chilometri dalla sede di Enercon, il quasi-monopolista mondiale dell’energia eolica con torri e turbine e che uno degli autori dell’articolo è anche l’editor della rivista su cui è stato pubblicato.

Disponibilità di territorio ovvero densità superficiale di potenza.

Questo è un punto di notevole importanza e sempre presente nelle valutazioni degli industriali e degli investitori. Di quanto territorio, di quale estensione di superficie, c’è bisogno per installare un impianto di assegnata potenza con la tecnologia in questione? Coiante ha scritto un bell’articolo dimostrando che anche tecnologie a bassa densità superficiale di potenza come il fotovoltaico (FV) e l’eolico tradizionale con torri (ET) non dovrebbero avere problemi in Italia a causa dell’esistenza di grandi estensioni di terreni abbandonati. Tuttavia egli stesso riconosce che la bassa densità è un problema serio e che difficilmente gli enti pubblici rilascerebbero concessioni per estensioni significative di territorio. Gli impianti FV ed ET hanno attualmente densità territoriali di circa 20 e 4 MW/km2, rispettivamente, da paragonare con l’occupazione inferiore ad 1 km2 per una centrale termoelettrica da 500/1000 MW. Inoltre, FV e specialmente ET richiedono siti con specifiche peculiarità, cosa che riduce drasticamente il territorio disponibile. Miglioramenti tecnologici potranno aumentare la densità territoriale per il FV ma le limitazioni della tecnologia ET sono di tipo fisico fondamentale (effetto scia del vento) e difficilmente possono cambiare: la distanza minima tra due torri eoliche deve essere tra 6 e 10 volte il diametro dell’elica della turbina. Quindi ogni torre eolica di grandi dimensioni, elica da 100-120 metri e potenza di 4-5 MW, ha bisogno di quasi 1 km2 di territorio. E’ abbastanza intuitivo notare, d’altra parte, che avendo a disposizione la terza dimensione, cioè l’altitudine o quota attuale di volo, le ali del KiteGen®  possono rispettare i limiti di distanza imposti dall’effetto scia anche se i loro rispettivi igloo sono situati sul terreno molto più vicini tra di loro: con un certo margine, igloo da 3 MW si possono piazzare a 100 m di distanza l’uno dall’altro, cioè 100 impianti ovvero 250-300 MW/km2, una densità territoriale di potenza notevolmente superiore a quella del FV e dell’ET e, sebbene inferiore, dello stesso ordine di quella delle centrali termo-elettriche.

Intermittenza, aleatorietà delle fonti rinnovabili. Necessità dell’accumulo (storage).

Coiante, nel suo dettagliato e preciso articolo pubblicato su imille un anno fa, mette chiaramente in luce qual è il più grave dei problemi che limitano l’espandersi delle FER. L’intermittenza, cioè l’alternarsi di periodi di erogazione di energia da parte degli impianti e periodi di fermo, giorno/notte o vento/aria calma, ed inoltre l’aleatorietà dell’erogazione (se possiamo prevedere quando sarà notte, non possiamo prevedere quando il cielo è nuvoloso o quando manca il vento) hanno molte conseguenze negative come il basso coefficiente di prestazione degli impianti (rapporto tra ore annuali di produzione e ore totali in un anno), quindi densità territoriale energetica ancora più bassa della rispettiva densità di potenza, costo energetico più alto, influenza negativa sulla stabilità della rete nazionale di distribuzione dell’energia elettrica. L’ultimo punto è realmente fondamentale e Coiante dimostra che allo stato attuale non è più possibile in Italia aumentare la frazione di energia elettrica da FER a meno che non si verifichi una delle seguenti condizioni:

  • Siamo disposti ad accettare una drastica diminuzione della stabilità della rete (possibilità di black-out, costo sociale alto)
  • Ristrutturiamo interamente la rete elettrica secondo il concetto della smart grid (tempi lunghi, costo economico altissimo)
  • Mettiamo in atto strategie di accumulo dell’energia a breve, a medio e lungo tempo basate su opportune tecnologie, al momento inadeguate o insufficienti (alti costi, tempi lunghi o lunghissimi)

 

Il vento troposferico può introdurre un po’ di ottimismo (una ventata, direi) in questo panorama alquanto desolante. Infatti, oltrepassata la quota dell’effetto frenante dell’orografia terrestre, strato limite a circa 600 metri di altezza, il vento spira con maggiore regolarità ed omogeneità geografica, per molte più ore all’anno e con maggiore velocità: una vera manna venuta dal cielo per i produttori di energia. Le mappe del vento troposferico, oggi disponibili in buona quantità e praticamente per tutta la superficie terrestre, indicano una disponibilità media del vento, nell’intervallo di velocità utile allo sfruttamento, dalle 6500 alle 7000 ore l’anno (in un anno ci sono circa 8800 ore). Inoltre, la correlazione tra le ore di assenza di vento di due siti, posti ad una data distanza, decresce con l’aumentare della distanza. Questo significa che creando coppie ridondanti di wind farm poste a 5-600 km di distanza queste assicurerebbero la produzione per 8800 ore l’anno (il 100% del tempo) con una sovrapproduzione per un certo periodo di tempo (3-4000 ore l’anno) che può essere sfruttata per utilizzi locali fuori rete (anche per accumulo, produzione di idrogeno, ecc.). Di fatto il problema dell’accumulo a lungo termine e di grandi quantità di energia sarebbe praticamente eliminato, mentre l’accumulo a breve termine, per sopperire alla mancanza di produzione nelle fasi passive, cioè di rientro degli aquiloni del KiteGen®, è risolto con l’impiego di batterie di supercondensatori che provvedono a mantenere costante la tensione dell’energia immessa in rete.

Il problema, reale ed attuale, posto da Coiante nel suo articolo può essere quindi risolto nell’arco di pochi anni (il tempo necessario all’affermazione industriale della tecnologia KiteGen®) interamente all’interno delle FER: il traguardo del 100% di energia elettrica da FER (includendo tutte le rinnovabili) non è solo un sogno o una speranza ma diventa una prospettiva concreta da valutare con i piani industriali che una nazione (l’Italia?) può e vuole mettere in atto.

I dettagli tecnici sul mantenimento della stabilità della rete agli attuali standard (99%) si possono trovare in questo documento: Piano Energetico Nazionale con le proposte di politica energetica basate sul KiteGen.

Impatto ambientale e costi degli impianti KiteGen stem.

Se una distesa di pannelli FV non è uno spettacolo particolarmente bello da vedere (ma non fraintendetemi, io non mi scandalizzo affatto per questo), un filare di giganteschi mulini a vento sulle verdi colline della Puglia e della Basilicata lo è ancor meno. E gli impianti eolici ad alta quota che impatto visivo hanno? Probabilmente trascurabile. Magari a qualcuno potrebbe anche piacere vedere un certo numero di aquiloni volteggiare tra i 1000 ed i 2000 metri di altezza, ammesso che riesca a vederli. Gli igloo sono così bassi da essere visibili solo all’interno della wind farm. Restano gli steli da 20 metri, lunghe canne metalliche ondeggianti: non so dire se saranno spiacevoli alla vista ma di sicuro sono molto meno invasive delle torri eoliche. E poi vale il ragionamento fatto a proposito dell’occupazione di territorio: a parità di potenza installata i KiteGen stem occupano un territorio 100 volte meno esteso.

Lo stesso rapporto vale per la quantità dei materiali necessari per l’impianto: una torre eolica impiega oltre 1600 tonnellate di materiale, quasi tutto cemento, un KG stem poco più di 10, quasi tutto costituito da dispositivi elettrici e funi. Gli igloo sono strutture leggere e montabili come un lego e necessitano di fondazioni molto leggere. Il costo dell’impianto è stimato in 550.000 €/MW, cioè poco più della metà di quello di una turbina eolica di superficie, 1.000.000 €/MW, inoltre avendo un coefficiente di prestazione molto superiore (fino a 4 volte maggiore) il costo dell’energia è corrispondentemente molto inferiore. La stima attuale, eseguita dagli ingegneri di KiteGen, è di un costo di 50 € per MWh, in Italia, da confrontare con i 90-160 € per MWh dell’ET. Va altresì sottolineato che queste stime rappresentano i costi (di costruzione impianto e produzione energia) durante i primi 2-3 anni di attività industriale, con una tecnologia non ancora completamente matura e con produzione a piccola scala. E’ prevedibile che l’ottimizzazione della produzione ed il conseguente aumento di scala, quando la tecnologia si affermerà definitivamente, porteranno a significative riduzioni dei costi. Faccio anche notare che nessuna tecnologia rinnovabile attualmente esistente, o in corso di sviluppo a breve termine, può vantare un costo dell’energia più basso o paragonabile ai 50 € per MWh promessi da KiteGen.

La scalabilità, in unità da 3 MW, e la localizzazione possibile praticamente senza vincoli, fatta eccezione per il vincolo fondamentale del divieto di sorvolo sopra l’area interessata, sono ulteriori valori aggiunti della tecnologia eolica ad alta quota: ogni area industriale e/o ogni comunità civile può dimensionare ed impiantare la propria wind farm, rendendosi praticamente indipendente dalla rete nazionale (ove ciò fosse economicamente, socialmente e politicamente conveniente).

EROEI e conseguenze economiche e finanziarie.

Ho parlato di EROEI in altri articoli (pubblicati su imille qui e qui). Questo è un parametro molto importante per valutare e paragonare la convenienza delle varie fonti e tecnologie di produzione di energia e rappresenta quante unità di energia si possono ricavare per ogni unità di energia impiegata nella produzione. E’ evidente che una tecnologia con un valore alto dell’EROEI (almeno > 20) permette di considerare quasi trascurabile il costo di produzione (ivi compreso quello di costruzione dell’impianto) ed è quindi molto vantaggiosa, corrisponde cioè ad un incremento di ricchezza che può essere dedicato all’aumento del benessere, della qualità della vita. Sul legame tra ricchezza ed energia e sull’impatto che la disponibilità di energia con alto EROEI ha sul benessere dell’umanità (e sulla crisi finanziaria del 2008) ho scritto un articolo che riprende un lungo e documentato lavoro dell’economista Tim Morgan, specializzato in analisi finanziarie dei problemi energetici. E’ d’altronde ragionevole e facilmente accettabile la tesi che l’impetuoso sviluppo della qualità della vita negli ultimi due secoli sia dovuto alla disponibilità di energia con valore di EROEI molto alto (intorno a 100). Negli ultimi decenni però si è assistito ad un progressivo declino del valore di EROEI, mediato su tutte le fonti di produzione di energia nel mondo (40 nel 1990) e questa situazione si è ulteriormente aggravata negli anni 2000 (17 nel 2010). Le previsioni per il prossimo futuro non sono migliori, anzi le stime riportate nel lavoro di Morgan parlano di EROEI medio a 11,5 nel 2020 e 7,7 nel 2030, quest’ultimo dato equivale a dire che il 15% del PIL globale è assorbito nei processi di produzione di energia (nel 1990 era il 2,4%). A tutt’oggi le sole fonti energetiche con EROEI maggiore di 20 sono l’idroelettrico (circa 100) ed il carbone (circa 80, ma escludendo il trasporto ed i costi ambientali). L’eolico tradizionale off-shore (in mare) può raggiungere un EROEI di 17, gli impianti ET in Italia hanno un EROEI intorno a 10, gli impianti FV non arrivano a 5. La tecnologia KiteGen Stem, quando sarà industrialmente produttiva, avrà un EROEI di 250, sarà cioè conveniente e apportatrice di ricchezza come il petrolio all’inizio del XX secolo, senza intaccare nessuna risorsa fossile e senza immettere gas serra nell’ambiente.

EROEI

La figura mostra i valori medi dell’EROEI per alcune tecnologie di produzione di energia, valutati dalla società britannica Tullett Prebon ed è presa dal lavoro citato sopra di Tim Morgan. La parte più scura e quella più chiara nel grafico mostrano rispettivamente la frazione di ricchezza energetica utilizzabile (profit) e quella da reinvestire nell’estrazione. Si nota subito il “ginocchio” della convenienza intorno al valore 10 di EROEI, per valori più bassi la convenienza economica crolla rapidamente.

In conclusione, con l’introduzione della tecnologia KiteGen nei prossimi anni, la produzione di energia elettrica in Italia potrebbe venire interamente da FER in tempi medio-brevi (10-15 anni), senza alcun incentivo pubblico, ed addirittura abbassando il costo industriale attuale dell’energia. Si diminuirebbero drasticamente le importazioni di gas e petrolio con ovvi vantaggi economici per la bilancia dei pagamenti e strategici (quasi eliminata la dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento energetico). L’industria nazionale guadagnerebbe in competitività e si espanderebbero tutte le attività connesse con la produzione dei componenti delle macchine KG Stem, poiché tutti i brevetti, estesi a tutti i maggior paesi del mondo, sono di proprietà dell’azienda italiana.

Tutto ciò sta per realizzarsi e nei prossimi 2 o 3 anni, anzi già a partire dal 2014, potremo verificare in situ il grado di successo di questa iniziativa poiché l’azienda ha recentemente stipulato un contratto per la realizzazione di un consistente lotto di impianti KG Stem. Purtroppo, quasi sicuramente, la prima wind farm per lo sfruttamento, su grande scala, del vento troposferico non vedrà la luce in Italia ma in Arabia Saudita, perché è un ente collegato al governo di quel paese (Sabic Ventures) ad aver firmato il contratto con l’azienda di Chieri. L’Italia, per il momento, resta a guardare: governo ed enti pubblici e privati operanti nel settore dell’energia non sono pregiudizialmente contrari, anzi a volte sembrano anche realmente interessati, ma, come troppo spesso è costume in Italia, non prendono decisioni, rinviano, dilazionano, assegnano fondi (sulla carta) poi ne cancellano o rinviano sine die l’erogazione reale (dei circa 78 M€ relativi ai bandi vinti da KiteGen® meno di 1 è entrato nelle casse dell’azienda).

Il concetto KiteGen, fin dai primi anni 2000, si è fatto strada, basandosi unicamente sulle forze di una piccola impresa tecnologica, con la spinta e guida instancabile dell’ing. Ippolito nonché grazie al sostegno di un gruppo di investitori competenti e motivati. KiteGen® ha rivolto molte domande alle istituzioni competenti nel recente passato. Oggi, più che domande ha delle opportunità da offrire non solo agli esperti del settore ma soprattutto alla collettività ed ai suoi rappresentanti.

Sarà giunto il momento in cui chi può e deve si prenda la responsabilità di dare delle risposte chiare, puntuali, tecnicamente, economicamente e politicamente motivate?

 

 

 

 

11 Commenti

  1. Solo un chiarimento: se ho capito bene, il progetto saudita è di usare l’energia prodotta con l’eolico d’alta quota del kitegen per mandare avanti macchinari per sequestrare la Co2 prodotta da una raffineria. E’ corretto?

  2. Giancarlo Abbate

    No Corrado, non e’ corretto nel termine “sequestrare”. “Sequestrare” la CO2 e’ quanto vuole fare la tecnologia CCS, direi quasi improponibile per tutta una serie di motivi, economici (costosissima), tecnologici (ancora non si ha una chiara idea di come fare), di sostenibilita’ ambientale (si immette gas a pressione nel sottosuolo), di garanzia di mantenimento a tempi lunghi (possibilita’ di leakage, perfusione).
    Gli arabi hanno dato il via ad un programma di CCU, dove la U sta per Utilization (o Use a tuo piacimento), che consiste nell’utilizzare la CO2 per realizzare prodotti industriali e poi venderli: in piccola parte CO2 alimentare, in massima parte urea e metanolo. La vendita dei prodotti renderebbe l’operazione non costosa ed anzi forse anche economicamente produttiva. Pero’ le reazioni chimiche necessarie richiedono molta energia, percio’ questa tecnologia ha realmente senso se l’energia utilizzata non e’ molto costosa e SOPRATTUTTO se non produce altra CO2. SABIC ha ritenuto che la proposta di KiteGen fosse la piu’ conveniente per realizzare il loro progetto.

    Per il resto, e’ corretto che la CO2 che si vuole “catturare” proviene dagli impianti petrolchimici della citta’ industriale di Jubail in Arabia Saudita.

  3. Giancarlo, i numeri sono senza dubbio interessanti (soprattutto l’EROI di 250), sono davvero curioso di vedere come va a finire. Speriamo mantenga le promesse e non faccia la fine del solare termodinamico, anche quella una potenziale tecnologia breakthrough ma che nel piccolo progetto Archimede in Sicilia non ha avuto molta fortuna.

  4. Giancarlo Abbate

    @energisauro. Lo spero, anzi lo “credo”, anch’io ed ovviamente prima di poter dire che è un “successo” dobbiamo aspettare i risultati della produzione dei primi impianti industriali. Tuttavia dobbiamo anche essere “realisti” (e non dico ottimisti o speranzosi). Sul KiteGen stem ci sono anni di sviluppo tecnologico e test, pur in assenza di un significativo sostegno pubblico, e la fase di industrializzazione è già iniziata mentre scrivo. Tanto per fare un paragone, in questi mesi sta per iniziare la costruzione di un impianto pilota geotermico nei Campi Flegrei vicino Napoli al termine di ispezioni geologiche che hanno stabilito l’eistenza di fluidi a 85°C (il responsabile del progetto è entusiasta ma non è un gran che dal punto di vista termodinamico). Il tutto sarà fatto con soldi pubblici di cui non conosco l’ammontare esatto ma supera i 100 milioni di euro. Se andrà male, peccato ma il responsabile non ci rimetterà una lira (e neanche il Comune di Napoli che finanzia con soldi europei). Nel caso di KiteGen invece gli investitori sono tutti privati ed hanno valutato attentamente il rischio (che ovviamente esiste).
    Riassumendo: io “spero” che il progetto geotermico a Napoli abbia successo ma sono “ragionevolmente sicuro” che il progetto KiteGen in Arabia Saudita avrà successo.

  5. Terenzio Longobardi

    Qui, http://ilblogdellasci.wordpress.com/2013/09/13/kitegen-nuova-chimica-dalleolico-troposferico/ Massimo Ippolito chiarisce bene caratteristiche e obiettivi del progetto kitegen in Arabia Saudita.

  6. giuseppe

    C’è solo un piccolo problema: il kitegen non funziona.
    Lo ha spiegato bene uno degli investitori che si è ritirato dal programma perché, appunto, erano sorti problemi insormontabili sulla realizzazione della macchina.
    Anche il sito internet non è più aggiornato, né rispondono alle domande dei curiosi.
    Tutto bloccato a … data da destinarsi.
    Il presente articolo non ha il polso della situazione.

  7. Giancarlo Abbate

    Caro Sig. Giuseppe, capisco quale possa essere l’origine del suo commento e non metto in dubbio la sua buona fede. Mi fa sorridere la chiosa finale “Il presente articolo non ha il polso della situazione”. Negli ultimi mesi sono stato molte volte nella sede di KiteGen Research Srl, ho partecipato a svariate riunioni operative, ivi compresa una con l’investitore straniero che non è affatto uno sprovveduto. L’investitore italiano che si è ritirato da KG aveva certamente i suoi buoni motivi ma non è stato fortunato perché ha fatto la scelta sbagliata ed ho i miei buoni motivi per pensare che se ne sia già accorto. Sono pronto a rispondere a tutte le sue domande (in privato e fatti salvi gli obblighi di riservatezza derivanti dall’accordo con il suddetto investitore arabo). Con i migliori saluti,
    G.A.
    Dimenticavo: abbia un po’ di pazienza e vedrà il KG “funzionare” e produrre energia (seriamente, non le piccole quantità per i test) tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015.

  8. Marco

    Fine 2015 ma non trovo aggiornamenti sulla situazione kitegen.
    A che punto siamo?

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