L’Europa e il dramma dei profughi siriani

di Francesco Molica.

20130830200651 by Popicinio

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Il lungo dibattito su un ipotetico intervento militare in Siria ha messo a nudo una volta di più la sovrana evanescenza di quella che solo la lettera (morta) dei trattati si ostina ancora a definire politica estera e di difesa comune dell’Ue. Certo, dopo che la camera dei comuni britannica ha schiantato le ambizioni belliche di David Cameron, i paesi del continente si stanno via via compattando su una non meglio precisata soluzione politica al conflitto civile che infiamma Damasco. Con l’eccezione di peso della Francia. Ma è comunque troppo tardi.

La cacofonia di reazioni levatesi dalle cancellerie di Londra, Berlino, Parigi o ancora Roma non appena si sono diffuse le prime notizie sull’uso di armi chimiche da parte del regime di Bashar al-Assad, ha infatti già rinfocolato l’impietosa immagine di una diplomazia comunitaria alla deriva. Perennemente in cerca di unità. Colpevolmente priva di visione.  Nulla di stupefacente, per carità. E’ un film già visto ai tempi della Libia, e ancora in passato in una moltitudine di occasioni. E’ la parabola di un continente che quando più avrebbe bisogno di marciare a ranghi compatti per frenare quel demone dell’irrilevanza geopolitica ormai entratogli sotto pelle, al contrario non cessa di lacerarsi.

Il guaio è che, con o senza un’azione bellica per mano occidentale, il fantasma della Siria continuerà ad aggirarsi insidiosamente tra i corridoi del potere europei. E a seminare altra zizzania. In una forma però inedita. Quella dei profughi in fuga da Assad, il cui numero secondo l’ONU proprio il 3 settembre scorso avrebbe superato la soglia dei 2 milioni. Anche se la maggior parte di essi si è riversata in Turchia e Giordania, una porzione significativa è o sarà presto in marcia verso un sicuro approdo europeo. Prova ne siano i recentissimi sbarchi in Italia. Tanto da aver messo sul chi vive Enrico Letta, il quale ha giustamente chiesto che il nodo sia issato a “priorità per l’Europa”.

Per sua e nostra sfortuna, se c’è un tema su cui i paesi Ue adorano fare gli struzzi in ostaggio a mai sopite pulsioni nazionaliste, se c’è un’area in cui l’Europa fatica a dotarsi di uno straccio di politica comune: ebbene questa è proprio l’immigrazione (extraeuropea). L’Italia, che assieme a Malta e Grecia costituisce la frontiera più calda delle rotte da Nord Africa e Medioriente, lo sa benissimo. Da anni chiede di rimettere mano a quell’assurdo principio blindato dalla convenzione Dublino II che obbliga il primo paese comunitario ricevente a registrare le impronte digitali del richiedente asilo e limitarne entro i propri confini la residenza, la circolazione e il lavoro. Principio che in buona sostanza offre un sotterfugio legalizzato per sollevare la maggior parte dei nostri cugini europei da qualsiasi responsabilità sulla gestione dei flussi che si riversano sui confini meridionali del continente.

Ma non c’è verso. Non c’è emergenza che tenga. Lo ha ben illustrato la querelle esplosa tra il governo italiano e Bruxelles ai tempi della crisi in Tunisia. A fronte di una preoccupante moltiplicazione degli arrivi sulle nostre coste, l’allora ministro degli interni Maroni richiese l’attivazione della direttiva 55 del 2001 sulla protezione temporanea, la quale avrebbe autorizzato una condivisione tra tutti gli stati membri degli oneri di accoglienza. Il Consiglio europeo rispose picche a larga maggioranza.

Questo identico scenario potrebbe ora ripetersi con i profughi libici. I numeri parlano chiaro: secondo l’agenzia Frontex l’Europa ne avrebbe già ricevuti 20mila nell’ultimo anno. Per il commissario europeo Kristalina Georgieva è più realistico parlare del doppio. Gli analisti leggono in queste cifre i prodromi di una mareggiata molto più vasta. Che, da quando la Grecia ha sigillato le proprie frontiere, punta in massa verso l’Ungheria. E comincia ora ad allargarsi anche all’Italia e Malta (entrambe, sempre secondo Frontex, hanno registrato un’impennata del 180% di sbarchi nel 2013).

E’ evidente che Bruxelles non potrà lasciare il problema inevaso, né può permettersi di scaricarlo sulle spalle di un pugno di paesi meridionali già allo stremo, i cui centri di accoglienza sono stracolmi come ha avvertito il portavoce dell’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di rifugiati. Insomma, all’Ue è richiesto uno sforzo energico di solidarietà per fare fronte all’emergenza attraverso una sua gestione collettiva. Occorre assumersi quest’onere qui e ora. Immediatamente.

Eppure, considerati i precedenti, e con buona pace di Letta, la vicenda potrebbe trovare un epilogo indecoroso. Anzitutto, nonostante gli appelli all’azione lanciati dal presidente del Parlamento europeo Martin Schulz e dalla stessa Commissione Ue, la questione dei profughi siriani non sembra per ora all’ordine del giorno della maggior parte dei leader europei. Ma quando, presto o tardi, lo sarà, c’è il rischio che scateni l’abituale girandola di battibecchi, disimpegni e distinguo, che finisca per produrre tante parole e comunicati, ma nessun fatto. Così dimostrando tutta la schizofrenia di un continente che condivide le proprie frontiere interne, ma pretende di gestire su base nazionale quelle esterne.

 

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2 Commenti

  1. Giancarlo Abbate

    Appena visto il titolo, ho letto l’articolo. Ammetto la mia delusione. Più che del dramma dei profughi, vi si parla di politica europea e di come gestire l’emergenza degli sbarchi e degli arrivi dei profughi dal punto di vista dei problemi “nostri” e che noi, ed altri paesi di frontiera, ameremmo condividere con il resto d’Europa. L’attenzione verso il “dramma” dei profughi mi sembra che manchi quasi del tutto. Ma almeno compare la parola “Siria” nell’articolo. Mi sembra giustissimo sottolineare che ancora una volta, purtroppo, emerge clamorosa la mancanza di una politica estera europea, mi sarei aspettato però anche una presa di posizione (dell’autore) nel merito di quello che sta accadendo in queste settimane. Io non esito a dire che la “cacofonia di reazioni levatesi dalle cancellerie” europee sarebbe rimasta un suono sgradevole anche se avessero parlato all’unisono. Una sola voce si è levata alta e senza ambiguità ed è arrivata a tutti gli italiani ed a tanti uomini in tutto il mondo, non solo europei: quella di papa Francesco: No alla guerra (offensiva e punitiva)!

  2. francesco mo

    Giancarlo, prendo nota dei tuoi legittimi rilievi. Mi sembra tuttavia che tu abbia ben capito che l’intenzione di questo post era quella di illuminare uno dei tanti paradossi dell’Ue. Ciò detto, concordo sull’importanza di rafforzare l’attenzione sul dramma dei profughi (alcune testate, per la verità, hanno cominciato a squarciare il velo, ma si può fare di più). Grazie per il tuo commento

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