I colpi di scena del Pdl

di Manuela Sammarco.

Maurizio Lupi Vice presidente della Camera dei Deputati by Maurizio Lupi

Maurizio Lupi Vice presidente della Camera dei Deputati by Maurizio Lupi

Non c’è che dire: Berlusconi è sempre stato un gran maestro dei colpi di scena. Quello di mercoledì (2/10/2013) è solo l’ultimo, forse nemmeno quello più eclatante. Certamente il più inutile. Prodotto, sembra, più per il gusto di occupare la scena o non darla vinta ai traditori che per calcolo. Infatti, il voto della fiducia al governo Letta sembra aver sancito per la prima volta l’irrilevanza politica del fondatore di Forza Italia tra i suoi.  Appare più importante l’altro colpo di scena, risalente al giorno prima: la reazione delle cosiddette colombe – i ministri pidiellini del governo Letta – che hanno preso le distanze dal diktat berlusconiano sulla sfiducia. Un rigurgito di orgoglio da parte dei moderati o forse primo atto politico di una compagine che non si sente più garantita dal Cavaliere.

Questi colpi di scena, ma in particolare il secondo, dicono qualcosa al centrosinistra che può definitivamente dismettere un approccio fuorviante nei confronti del centrodestra, guardato senza operare alcuna distinzione tra Berlusconi e il suo movimento politico, le persone che lo circondavano, puntando tutta l’attenzione sul Presidente (che ha così raggiunto il suo obiettivo). Anche se vero è anche che i metodi poco democratici del Pdl  porgevano il fianco a queste letture. Il colpo di scena delle colombe ci dice qualcosa su quell’approccio e poi che forse non era totalmente peregrina l’idea di Matteo Renzi di rivolgersi a quell’elettorato di centrodestra deluso, visto che poi alla fine persino i vertici, non solo la base, di quel movimento politico si sono dimostrati più mobili del previsto.

Le avvisaglie che qualcosa stava cambiando nel ventennio berlusconiano ci sono state: si pensi a Fini, Frattini, Fratelli d’Italia… Ogni volta visti da una sinistra che spesso si sentiva superiore con una non celata simpatia, come simboli dell’emancipazione dal Medioevo berlusconiano, anche se i protagonisti di quelle operazioni rimanevano di destra, o diversamente di destra (avverbio ormai molto in voga). Però l’abitudine a interpretare il mondo politico sub specie “buoni” e “cattivi” non ha aiutato a leggere la complessità del movimento forzista prima e pidiellino poi e dunque a prevedere evoluzioni come quelle di questi giorni. Insomma, un Alfano che gira le spalle a Belusconi:  chi poteva immaginarlo in quella prospettiva? Il colpo di scena ce lo siamo un po’ creato da soli. Eppure esiste un fronte moderato consistente che invocava da tempo più spazio. Esiste poi la questione cattolica nel centrodestra.  Esiste un drammatico calo dei voti e dei transfughi sia verso il centro sia verso Grillo (come ci dicono le ultime elezioni). Insomma, il Pdl conosce una crisi tutta in salita che sta rivelando i problemi della sua fondazione.

Bisognerà pure riflettere sulla parabola del Pdl, anche nel confronto con il Pd. I democratici hanno sofferto, soffrono, ma mai hanno attraversato una deflagrazione simile, nonostante una spiccata inclinazione al tafazzismo (sempre le loro crisi sono sembrate gravissime e amplificate da una comunicazione poco curata). Ricordarlo è inutile ma il Pdl nacque anche perché era nato prima il Pd. I due partiti, nella transizione infinita, hanno fatto fatica a maturare per contribuire a un sistema bipolare compiuto, subendo in qualche modo le conseguenze di questa incompletezza:  ad esempio sarebbero forse stati avvantaggiati da una riforma delle istituzioni e soprattutto della legge elettorale sempre rimandata.

Ma pure nell’immobilismo istituzionale qualcosa è cambiato oggi nello scenario politico, come dimostra un elettorato sempre più mobile ma anche un altro dato: la dimensione sempre più post-ideologica dei principali soggetti partitici. Sul Pd parlano le vicende post elettorali e le principali leadership in campo – Letta e Renzi hanno un profilo politico pragmatico, non ideologico. Ma anche il Pdl sembra aver dimostrato proprio in quest’ultimo frangente  un atteggiamento simile: difficile vedere dietro il volo delle colombe un preciso progetto; piuttosto convenienza politica e forse anche comprensibile usura dei rapporti con un capo predominante e castrante. Ma perde presa la più magnetica delle sirene ideologiche del centrodestra: il berlusconismo, con il suo portato di rottura, la “rivoluzione liberale”. Semplicemente Berlusconi non può più garantire politicamente i suoi che dunque cambiano strategia.

Il confronto tra i due principali partiti in questa fase non sembri azzardato.  In genere i confronti aiutano. Bisogna riconoscere una tenuta migliore, sul lungo periodo e almeno fino a oggi, del Pd, pure al netto dei suoi evidenti limiti. Merito di strutture democratiche solide, per quanto alle volte esautorate. Quelle stesse strutture che il Pdl sembra dover rafforzare, ora che il capo, pure molto restio, si prepara a lasciare le scene dopo l’ultimo guizzo, inutilmente imprevedibile.

 

 

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