L’Ue sta per abolire il roaming? Falso.

di Francesco Molica.

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La stampa continentale, e perfino quella internazionale, ne hanno dato unanime conto. A metà settembre la Commissione Ue ha alzato il velo su un’ambiziosa proposta di riforma del settore delle telecomunicazioni che, tra le altre misure, comanda una progressiva soppressione del roaming all’interno dei confini comunitari. Dal luglio 2014 dovrebbe dunque sparire l’odiato obolo corrisposto al proprio operatore ogni qual volta si ricevono chiamate in un altro paese membro. Meglio ancora, nel 2016 andranno anche in soffitta tutti i sovraccosti, talvolta salatissimi, addebitati sull’utilizzo del proprio telefonino dall’estero (per chiamare, inviare sms o navigare su internet).

Per l’architetto della normativa, il commissario per l’agenda digitale Neelie Kroes, non si tratta solo di rafforzare i diritti dei consumatori europei, non da ultimo attraverso un supplemento di armonizzazione regolamentare. La Kroes è anche e genuinamente persuasa che l’abbattimento delle tariffe extra sul traffico telefonico intracomunitario produrrà un indiretto ma robusto stimolo all’economia dell’Ue. Ciò premesso, la lieta novella merita di essere trattata con un bel paio di guanti bianchi. Non fosse perché, all’occorrenza, resta poco più che un roseo auspicio consegnato ad una articolatissima  bozza legislativa sulle cui chance d’emanazione pende un esercito d’incognite.

A voler scavare sotto le apparenze, la verità è infatti che un mix letale di asperità procedurali, veti politici e ambiguità regolamentari potrebbe ancora sabotare il tanto sbandierato obiettivo dello “zero roaming”. Punto primo, i tempi dell’attuale legislatura europea remano controcorrente. Il mandato dell’Europarlamento scadrà a ridosso della primavera prossima. Suppergiù tra sette mesi. Eppure, in media, il macchinoso iter di discussione e approvazione di un testo comunitario, anche il più snello, ne richiede non meno di sedici. Strasburgo dovrebbe insomma mettere il turbo per farcela. Ma è una prospettiva sulla quale sembra fare poco assegnamento. Tanto per dirne una, il Partito Popolare europeo, il gruppo più numeroso dell’emiciclo, ha già messo le mani avanti: in un recente comunicato ha deplorato “l’intempestività” della proposta Kroes lasciando indovinare che non crede molto nelle sue chance di approvazione prima del giro di boa di legislatura. E stando così le cose non è affatto detto che il testo sopravviva a quella successiva.

A ben vedere però, quand’anche si astraesse dal fattore tempo, il cammino di disamina legislativa si presenta ingombro di ostacoli politici. Le misure sul roaming, senza grandi sorprese, spiacciono ai grandi operatori telefonici europei. Ai quali non è restata altra alternativa che scatenare una violenta offensiva di lobbying per edulcorarle. La vera disgrazia è che anche laddove fallissero, potrebbero contare su molti alleati. Roaming a parte, il pacchetto sulle telecomunicazioni racchiude svariate misure giudicate di volta in volta controverse o addirittura irricevibili da un’ampia e diversificata platea di attori, istituzionali e non. Uno spezzone significativo del Parlamento europeo, in particolare afferente l’arco delle forze del centrosinistra, si prepara ad esempio a fare ostruzionismo contro le norme del pacchetto sulla net neutrality in quanto le ritiene poco efficaci o peggio controproducenti.

Per parte loro, gli stati membri, che nell’assetto decisionale europeo impersonificano l’altro ramo legislativo, coltivano forti sospetti all’indirizzo di quelle disposizioni che attribuirebbero alla Commissione più poteri di coordinamento sulle aste per l’assegnazione delle licenze. Altrettanto contrariate appaiono le potenti authority per le telecomunicazioni nazionali. In breve, sta per partire un assedio concentrico che potrebbe affossare, o alle meglio ritardare a dismisura, il varo del pacchetto. A tutto scapito delle sue nobili intenzioni sul roaming. Altro che 1 luglio 2014….

Non che il traguardo del 2016 sia per questo al riparo. Appare, al contrario, avvolto in un sudario d’incertezza. Com’è noto, la Commissione ha previsto un meccanismo d’incentivi, in forma di esenzioni ad alcuni precedenti obblighi regolamentari, per convincere gli operatori a rinunciare tout court al roaming offrendo tariffe domestiche anche all’estero. Se non lo fanno dovranno dare ai clienti l’opportunità di optare per un operatore diverso, e quindi più conveniente, quando viaggiano in Europa. Ma come ha dichiarato al quotidiano francese Le Monde Cedric Musso dell’associazione per i consumatori UFC-Que Choisir “non v’è alcuna certezza che si adeguino”. Di avviso analogo è Vincent Chavet uno degli animatori della popolare campagna “one single tariff” (“una tariffa unica”), che da anni si batte per l’azzeramento del roaming. Secondo Chauvet, “una volta di più, l’Ue sta tentando di regolare e non di abolire il roaming”. Il problema, stando ai pareri più tecnici, è che l’obiettivo del 2016 è consegnato ad un impianto di regole così arzigogolato e confuso da metterne in dubbio l’efficacia.

Senza contare che il piano Kroes non affronta da nessuna parte il ben più importante capitolo delle tariffe di roaming all’ingrosso, quelle che gli operatori si applicano tra di loro per l’accesso alle reti straniere. E che sono la vera chiave di volta per poter innescare una efficace spirale al ribasso dei prezzi praticati ai clienti. Resta ferma la volontà di Neelie Kroes di andare avanti costi quel che costi, come è tornata in più occasioni a ribadire negli ultimi giorni. Ma le quotazioni la danno sempre di più perdente. Al di là dei roboanti annunci e delle belle veline stampa.

 

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