Ci vuole più energia per superare la crisi

di Giancarlo Abbate.

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Passano gli anni e la crisi non ci abbandona, è sempre lì a rendere difficile la vita degli italiani ma se guardiamo un po’ più lontano possiamo facilmente renderci conto che la crisi non è solo “cosa nostra”, né solo un problema dei paesi mediterranei. E’ un problema che riguarda anche i ricchi paesi del nord e centro Europa, il Giappone, perfino gli USA ed i paesi BRICS. Qualcuno ha avuto l’illusione, durante gli scorsi anni, di aver superato la crisi, di poterla considerare “affare” di altri, di aver trovato la “ricetta” giusta per il proprio paese (… e che gli altri si arrangino!). Ma oggi molti, se non tutti, incominciano ad avere dei dubbi almeno sulla stabilità e continuità dei loro successi, indipendentemente dalla grande varietà di “ricette” e strategie economiche adottate. La “abenomics” sembra affondare sotto l’onda d’urto dello tsunami, insieme con la centrale di Fukushima, e dell’immenso debito pubblico giapponese. Lo shale gas americano, che avrebbe dovuto inondare l’Europa dopo aver fatto risorgere l’economia americana, raddoppia di prezzo in sei mesi e non è più esportabile, per vari motivi sia tecnici che economici. Wall street continua a correre ma il dubbio che sia un’altra bolla inizia ad infiltrarsi anche in quegli ambienti. La dura e forte economia tedesca si sta impiccando al suo stesso rigore e tutta l’Europa frena. L’India ed il Brasile rivedono al ribasso le loro stime di crescita. Governi ed organismi intergovernativi si agitano, analizzano, pongono in atto correzioni e strategie ma lo spettro della crisi continua a farsi sentire … e non solo in Italia. Come e quando usciremo dalla crisi? Più tempo passa e più sembra che dubbi e preoccupazioni assalgano anche chi pensava di avere la ricetta buona, economisti, finanzieri, politici, tutti o quasi.
Non avendo personalmente una cultura accademica nel campo dell’economia, non ho alcuna pretesa di poter fare analisi brillanti della situazione economica italiana e mondiale, né tantomeno di proporre strategie per uscire dalla crisi attuale. Tuttavia mi piace leggere analisi e commenti altrui, farmene un’opinione e darne delle valutazioni non da esperto del campo, né da assoluto ignorante, ma da uomo di scienza e fisico, in particolare. Come redattore di iMille mi piacerebbe poi se queste considerazioni da “esterno” potessero fornire spunti di riflessione e contribuire al dibattito tra i veri e tanti esperti di economia che vi sono nella redazione e tra i lettori di questo giornale.

I motivi della crisi

La quasi totalità del PIL mondiale è prodotta in paesi ad economia capitalista ed anche la Cina segue le sue regole, anche se in modo molto peculiare ed a volte discutibile. Molti economisti recentemente sottolineano una distinzione tra (a) capitalismo “etico”, cioè io accumulo ora capitali per produrre ricchezza (per me e per altri) nel futuro, la crescita si basa sulle risorse che io ho oggi e che investo e (b) capitalismo “egoistico”, utilizzo le risorse reali e presenti per il mio benessere attuale e ipotizzo lo sviluppo sui debiti, sperando di poterli pagare in futuro. Entrambe queste forme di capitalismo prevedono e si basano su una crescita continua (o quasi), hanno dei punti positivi e possono essere criticate per altri versi. Sembra evidente però che la seconda forma è molto meno sostenibile della prima e che debba prevedere obbligatoriamente dei punti o momenti di crisi (scoppio della bolla). Negli ultimi 30 anni abbiamo assistito ad una crescita del debito, pubblico e privato, molto superiore a quella del PIL, non solo in Italia ma in quasi tutto il mondo. Questo è un segnale che dagli anni 80 la forma (b) del capitalismo ha preso decisamente il sopravvento ma anche che ci dovevamo aspettare eventi di crisi in molti paesi o addirittura una crisi globale come quella innescata in USA nel 2007 ed in cui ancora ci dibattiamo.

This time is different, è il titolo di un best-seller che fa un accurato panorama storico/geografico delle crisi economiche (sottotitolo: Ottocento anni di follia finanziaria, autori: Carmen M. Reinhart & Kenneth S. Rogoff). Gli autori sostengono che le quattro parole del titolo (questa volta è diverso) sono l’errore più grande che politici, opinion-makers ed economisti commettono durante le fasi di sviluppo in presenza di segni premonitori di crisi. Per quanto le situazioni possano essere assolutamente diverse, i segnali di crisi sono simili e facilmente distinguibili. Questi segnali però non sono (quasi) mai presi in seria considerazione per ignoranza (non riconosco i segnali) o arroganza (li riconosco ma penso di riuscire a controllare la situazione perché sono migliore dei miei predecessori, ho migliori strumenti e migliore tecnologia). Il più forte e comune di questi segnali è il superamento di un ragionevole livello di soglia del debito, pubblico o totale, di una nazione. Il debito cresce molto più rapidamente del PIL. L’economia finanziaria cresce più velocemente dell’economia reale, la mediana dei redditi, cioè il reddito della famiglia media, si allontana sempre più dal valor medio (vedi Figura 1).

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Figura 1. Il PIL (in inglese GDP) pro capite indica la ricchezza complessiva prodotta in un anno (per abitante). La mediana (curva rossa) indica il reddito annuo di una famiglia che è esattamente al centro della distribuzione. Il divaricamento tra le curve indica che l’aumento di ricchezza va a favore di un numero sempre minore di persone.

Figura 2. Mostra in maniera inequivocabile quello che è avvenuto dopo gli anni 70: il 10% più ricco cresce molto più del resto della popolazione, soprattutto in periodi di stagnazione e di recessione. La crisi fa bene ai ricchi!

Contribuisce all’aumento del debito anche il trasferimento di parte della produzione, economia reale, in zone e paesi dove il costo del lavoro è più basso, ma mantenendo i consumi nei paesi ricchi. Ciò ha un duplice effetto: lo spostamento di capitali da una nazione all’altra; l’aumento, nei paesi ricchi, della forbice tra ricchi e ceto medio, con uno spostamento di masse significative verso la povertà (Figura 2).
L’ignoranza conduce a non prendere atto in tempo del processo insostenibile che si è innescato. Ciò è anche più probabile se si mascherano i dati economici, camuffandoli e presentandoli in modo non allarmante (esempio, si può alterare il dato dell’inflazione, del tutto legalmente, sostituendo in maniera mirata i beni su cui viene calcolata; si può aumentare il dato sul PIL inserendo servizi non commercializzabili, si può abbassare il dato sulla disoccupazione spurgandolo dai cosiddetti “scoraggiati” e/o da quelli che hanno un mini-job, comunque insufficiente per sopravvivere). La conseguenza di questi comportamenti è di rinviare azioni di rimedio, necessarie per uno sviluppo “sostenibile” dell’economia, e quindi di far crescere ulteriormente la bolla, che così invece di sgonfiarsi scoppierà fragorosamente e con danni.
C’è infine un aspetto, la disponibilità di energia, che, seppur considerato importante e anche fondamentale da tutti, o quasi, gli economisti, tuttavia spesso non è riconosciuto nella sua unicità e prevalenza. L’energia è considerata una “commodity”, bene primario come il grano, il ferro, la gomma, a cui il mercato assegna un prezzo a seconda delle condizioni del momento. Ci sono però economisti, come alcuni del gruppo “Buttonwood’s Notebook” dell’Economist o Tim Morgan ex capo ricerche di Tullett-Prebon, che sostengono che la vera equazione del benessere è ricchezza=energia. La ricchezza corrisponde all’insieme di risorse che si hanno a disposizione ed in ultima analisi ogni “risorsa” (casa, automobile, vestiti, cibo, ecc.) corrisponde all’energia che è stata necessaria per ottenerla (per essere più espliciti, anche i materiali, ogni materiale, che sia un pezzo di pane, una maglietta di cotone, un mattone o un laminato plastico, hanno un valore “intrinseco” che corrisponde all’energia spesa in tutto il processo di produzione, dalla semina alla vendita al dettaglio, nel caso del pane). Giorgio Nebbia ha dedicato gran parte della sua attività di accademico e opinion-maker a questo concetto ed alcuni riferimenti storici si trovano in un suo breve articolo del 1992 (riportato online nel 2012 qui)*.

I soldi rappresentano un utile convenzione per le transazioni, come le “fiches” distribuite nei Casinò (di massima ed a lungo termine; in momenti, luoghi o per cose particolari le due valutazioni, energia e soldi, possono divergere). Per dirla con le parole di Tim Morgan, nel suo interessantissimo pamphlet “Perfect Storm”: “I problemi economici resteranno irrisolti finché i politici concentreranno la loro attenzione sui problemi monetari anziché sull’economia reale e, andando oltre in questa direzione, possiamo affermare che l’economia reale è essenzialmente un sistema di utilizzo di energia o, più precisamente, un’equazione di surplus di energia”.
Figura 1. Il PIL (in inglese GDP) pro capite indica la ricchezza complessiva prodotta in un anno (per abitante). La mediana (curva rossa) indica il reddito annuo di una famiglia che è esattamente al centro della distribuzione. Il divaricamento tra le curve indica che l’aumento di ricchezza va a favore di un numero sempre minore di persone.
Figura 2. Mostra in maniera inequivocabile quello che è avvenuto dopo gli anni 70: il 10% più ricco cresce molto più del resto della popolazione, soprattutto in periodi di stagnazione e di recessione. La crisi fa bene ai ricchi!

Ricchezza=Energia

Cos’è il surplus di energia e come possiamo misurarlo? Se tutto è energia, in senso fisico non in quello del misticismo indiano, allora anche per ottenere energia dalle fonti primarie bisogna spendere dell’energia, una parte dell’energia ricavata va investita per ottenere altra energia, la parte restante (il surplus) può essere utilizzata per le nostre esigenze, per il nostro benessere, è cioè la nostra ricchezza. Un concetto utile, formalizzato in questo articolo di C. Hall su Science del 1984, è quello di EROEI, di cui ho già parlato su iMille, qui e qui. L’EROEI, Energy Return On Energy Investment, il rapporto tra l’energia ottenuta e l’energia spesa per ottenerla, è un concetto semplice, analogo al ROI (Return On Investment) utilizzato dagli economisti, ma il suo calcolo per ogni singola fonte e/o tecnologia energetica si presta a diverse interpretazioni, in particolare per l’incertezza nella valutazione del denominatore, per cui spesso si fornisce un ventaglio di valori piuttosto che un singolo dato. E’ tuttavia uno strumento indispensabile per valutare quanta ricchezza ci può fornire una particolare fonte/tecnologia (Figura 3).

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Per ottenere ricchezza, cioè surplus di energia, è ovvio che la nostre fonte deve avere un EROEI>1 ma è anche facilmente comprensibile che il livello di benessere di una società è tanto più alto quanto maggiore è l’EROEI delle fonti di cui può disporre (naturalmente anche la tecnologia gioca un ruolo fondamentale). Morgan stima che un EROEI>10 è necessario per sostenere il benessere della nostra società post-industriale (società della conoscenza), Hall stima questa soglia in EROEI>14 (il livello dell’arte, secondo la sua valutazione). E allora un altro elemento (ignorato nel libro di Reinhart/Rogoff ma tema principale di quello di Morgan) che ci ha inesorabilmente condotto alla crisi globale attuale è il netto declino dell’EROEI medio (media pesata) di tutte le fonti energetiche negli ultimi 30 anni del secolo scorso, declino che è continuato, e forse si è accentuato, in questo secolo. Morgan conclude “This time is different” ma non nel senso ingenuamente ottimistico che questa volta non entreremo in crisi ma nel senso opposto, pessimistico, che questa volta non usciremo dalla crisi.
Molte analisi accurate delle fonti di energia, ed in particolare del loro EROEI pur con l’incertezza di cui sopra, sono disponibili in letteratura ed è quindi possibile farsi un’idea di quanto surplus poter ricavare da ognuna di esse. a) Tra le fonti fossili solo il carbone supera nettamente il livello compatibile con la crescita (per qualche studio anche il gas supera la soglia, se trasportato con metanodotti). Cina ma anche Germania e Danimarca si basano sempre più sul carbone come fonte primaria di energia (anche per costruire i pannelli fotovoltaici che improvvidi incentivi pubblici hanno disseminato sui nostri campi). b) L’idroelettrico è oggi l’unica fonte rinnovabile ad avere un altissimo EROEI. Purtroppo ci sono limitazioni geografiche per gli impianti idroelettrici ed è difficile immaginarne una significativa espansione. L’energia da turbine eoliche riesce a superare la soglia, per alcuni studi, solo in particolari aree geografiche (non in Italia). c) il nucleare ha valutazioni molto contrastanti per l’EROEI ma è altamente improbabile che possa raggiungere valori molto maggiori di 10 (in Italia questa tecnologia è bloccata dall’esito di due referendum). Gli impianti a fusione nucleare saranno (forse) una questione del prossimo secolo e non è il caso di soffermarsi oltre su di essi.
Conclusioni I

Tim Morgan e molti altri economisti sostengono che noi viviamo da oltre 30 anni al di sopra delle nostre possibilità (cioè del surplus di energia disponibile) e che non è più possibile rinviare al futuro il momento di pagare i nostri debiti. Dobbiamo quindi adattarci ad un futuro di povertà e/o tenere conto delle risorse limitate a nostra disposizione e del ritmo della loro rigenerazione, se non vogliamo arrivare ad un definitivo collasso (Jared Diamond, Collasso). Ci sono molti modi per adattarsi ad un futuro in cui l’umanità avrà minori risorse, una chiara indicazione la possiamo già avere da un’analisi, storica e geografica, del rapporto tra ricchezza e lavoratori in agricoltura.
La figura 4, ricavata da dati della Banca Mondiale, mostra l’andamento dell’occupazione nei tre settori, agricoltura, industria, servizi, in funzione del PIL pro capite.

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La percentuale di lavoratori nel primario (agricoltura) decresce, in ogni nazione ed in ogni periodo storico, con l’aumentare del PIL pro capite. La diminuzione del PIL, ovvero la recessione economica, si può leggere oltre che nelle cifre degli istituti centrali di statistica (o delle banche centrali), nelle cifre esibite da Confagricoltura. Un lavoro scientifico di A. Ferro e G. Raeli dell’Università di Verona, basato sui dati del Maddison’s Project, Università di Gottinga, dopo una lunga serie di tentativi di arrivare ad una funzione analitica per descrivere la dipendenza addetti-al-primario vs PIL, giunge ad una conclusione semplice ed interessante che mostro nel grafico sottostante.

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La migliore curva interpolante i dati sperimentali, i dati di Maddison, è una retta, anzi due rette con pendenze entrambe negative ma drasticamente differenti. Il punto di passaggio tra le due rette corrisponde circa ad un PIL pro capite di 5000 $, raggiunto in Europa occidentale nel 1950 e negli USA nel 1934. Cosa indica questo andamento? Innanzi tutto, come è abbastanza ovvio aspettarsi, che la parte di umanità impegnata a procurare il cibo, per sé e per gli altri, diminuisce con l’aumentare dell’efficienza del loro lavoro (aumento del PIL), poi che in un certo momento storico ed in alcuni paesi del mondo è intervenuto un fatto nuovo, un qualcosa che ha permesso l’aumento dell’efficienza (del PIL pro capite) in modo estremamente rapido e fino a valori inimmaginabili prima. C’è chi riconosce in questo quid, in questo qualcosa, il prevalere dell’uso di energia esosomatica, da fonti e tecnologie esterne all’uomo, rispetto a quella endosomatica, cioè basate essenzialmente sul lavoro umano. Questa energia esosomatica non è nient’altro che quel surplus che solo fonti con EROEI > 10 sono in grado di fornirci in quantità adeguata.
Il declino dell’EROEI globale, cioè del mix energetico mondiale, è un fatto accertato da oltre 40 anni e stiamo ormai avvicinandoci alla soglia del benessere, che sia 10 o 14 non è fondamentale. Morgan e altri ritengono che questo declino sia inesorabile, che a nulla valgono le più disparate ricette economiche messe in campo per contrastare la crisi, che nulla o poco potrà la tecnologia perché se manca la ricchezza, ovvero il surplus di energia,
anche con una maggiore efficienza si potrà solo mitigare e rallentare la corsa verso la povertà e che il destino più o meno prossimo dell’umanità è che ognuno torni a procurarsi il cibo per sé stesso e la propria famiglia.
Conclusioni II

Io non sarei così drastico e catastrofico. Mi piacciono molto i concetti e le analisi di Hall, Nebbia e Morgan ma, da fisico, sono dell’opinione che le interpolazioni sono degli strumenti che possono essere accurati e molto utili per studiare i fenomeni naturali e probabilmente anche quelli umani, economici e sociali. Tuttavia assegnare lo stesso grado di attendibilità ad estrapolazioni, basate su precedenti interpolazioni, è sbagliato e può portare, come in effetti ha molte volte portato, a sviste clamorose. Dobbiamo studiare, interpretare e comprendere i fenomeni del passato e quelli presenti non per rassegnarci ed essere pronti a quello che inevitabilmente succederà ma per cercare una via di uscita realmente percorribile, avendo una lampada (la conoscenza pregressa) che ci illumina la via e non correre invece il rischio di imboccare una serie di vicoli ciechi che non ci portano da nessuna parte e fiaccano le nostre forze.
Morgan non crede nelle capacità taumaturgiche della tecnologia, in un suo passo afferma: “Mettete un gruppo di brillanti scienziati in un caveau di una banca con tanti soldi ed un supercomputer a disposizione. Bene, non saranno capaci di fare un panino al prosciutto!”. Morgan sbaglia. Sbaglia nella premessa ed il resto perciò non ha senso. Il nostro gruppo di scienziati non è chiuso in un caveau ma è sulla Terra. Se è vero che le risorse fossili sono finite, nel senso di limitate e non di terminate, è altresì vero che ci sono risorse energetiche praticamente inesauribili sulla superficie della Terra e nell’atmosfera intorno ad essa.
L’energia solare che arriva sulla Terra è di molti ordini di grandezza superiore alle necessità globali dell’umanità, è “rinnovabile” ed a costo zero. Occorre però trovare un modo per convertirla in energia utilizzabile, essenzialmente energia elettrica, spendendo solo una piccola frazione dell’energia che ne possiamo ricavare (alto EROEI). Questo modo attualmente non lo abbiamo ma non è escluso che lo si possa trovare. La presente tecnologia fotovoltaica ha un EROEI incompatibile con il nostro livello di benessere e la politica mondiale di incentivi l’ha resa conveniente in maniera artificiosa, smuovendo un’enorme massa di investimenti che, oltre a non produrre alcun beneficio economico se non agli investitori stessi, non ha neanche contribuito all’accelerazione dell’attività di ricerca di una più efficiente tecnologia. Il mio ottimismo mi porta a pensare che comunque riusciremo ad ottenere una tale tecnologia. Forse sarà basata sui semiconduttori organici, forse sul grafene o magari su qualcos’altro, ma ci arriveremo. Quando? Non in paio di anni, certamente, e comunque più risorse si investono in R&D, più alta è la probabilità di raggiungere l’obbiettivo e più breve il tempo necessario.

Ma c’è anche un’altra possibilità concreta e più vicina nel tempo. Una parte dell’energia solare viene convertita in energia meccanica del vento. L’energia eolica è quindi anch’essa rinnovabile, cioè inesauribile, a costo zero e con zero emissioni dannose (ove fosse provato che gli impianti possono essere prodotti con la sua stessa energia). In più, si ottiene sotto forma di energia meccanica che noi sappiamo convertire facilmente e con altissima efficienza in energia elettrica. Non resta che andare a prendere il vento dove c’è. Tra qualche polemica, che non ci facciamo mai mancare, lo si sta facendo da molti decenni con turbine eoliche su alte torri di sostegno. Di questa tecnologia conosciamo bene potenzialità, difficoltà e possibili linee di sviluppo. L’EROEI raggiungibile dall’energia eolica è compatibile con il nostro livello di benessere ma, purtroppo, solo in particolari zone geografiche (ad es. Danimarca, Olanda) dove il vento soffia forte e per una significativa frazione di tempo. L’orografia del suolo (colline e montagne) amplifica l’effetto frenante che la superficie della Terra ha sul vento per cui in generale vi sono tra le 1000 e 2000 ore di vento utile all’anno (in un anno ci sono circa 8800 ore). Ciò porta l’EROEI a livelli più bassi e spesso sotto la soglia di 10. Per superare questa difficoltà sono state proposte due soluzioni: a) costruire torri eoliche in alto mare; b) farle sempre più alte. In entrambi i casi ad un aumento dell’energia prodotta corrisponde un aumento proporzionale (o anche maggiore) dei costi, cioè dell’energia investita, senza quindi il necessario, e sperato, aumento dell’EROEI.

In un mio articolo su iMille, ho descritto un altro modo per andarsi a prendere l’energia del vento dove ce n’è tanta, cioè ad alta quota oltre i 500-600 metri di altezza dal suolo. A quelle altezze il vento non risente dell’effetto frenante del suolo, fluisce con maggiore velocità, e quindi trasporta maggiore energia, ed è più costante, rendendo possibile la produzione di energia per 5000-7000 ore l’anno in gran parte delle terre emerse. Con impianti a scala industriale, dell’ordine del MW, questa tecnologia, chiamiamola eolico troposferico, avrebbe un EROEI largamente superiore al livello del benessere. Il condizionale è dovuto al fatto che non esiste ancora un impianto a quella scala che produca energia commercialmente ma il concetto non ha niente di fantascientifico (non ha niente di paragonabile
alla follia dell’E-Cat, per intenderci) né di megalomane. Ci sono una sessantina tra piccole/medie aziende e grandi istituzioni che stanno svolgendo attività scientifiche e di sviluppo industriale sull’eolico troposferico. Una decina di esse hanno realizzato prototipi funzionanti (a scala di potenza fino a 50-100 kW o poco oltre). Una macchina industriale alla scala dei MW è in fase di sviluppo grazie ad un accordo industriale (Joint Development Agreement) firmato tra una piccola azienda torinese (KiteGen Research) ed un colosso industriale arabo (SABIC).
Questa tecnologia si pone come uno dei più promettenti candidati, se non il più promettente, anche in termini di tempo necessario per la maturità tecnologica, che la nostra società della conoscenza ha per sfuggire all’infausta predizione di Morgan e seguaci della decrescita. Tuttavia essa sembra ancora sconosciuta alla maggioranza dei policy-makers ed opinion-makers e le scarse discussioni pubbliche che genera, anche su internet, sono troppo spesso limitate ad inutili diatribe tecniche (meglio una fune o due funi? volo totalmente automatico o controllato dall’uomo?) con una diffusione che non va oltre le unità o le decine di persone. Anche i miei colleghi redattori della sezione Energia & Ambiente di iMille, dopo averla definita molto interessante, non sembrano realmente interessati ad approfondirne gli aspetti ed i dettagli più rilevanti.

Abbiamo di fronte a noi delle importanti, fondamentali alternative e dobbiamo prendere delle decisioni, non possiamo far finta di niente e continuare a posporre il problema rinviandolo ai nostri eredi. Vogliamo continuare a sfruttare ogni risorsa limitata del nostro pianeta per altri 20, 50 o 100 anni fino al collasso? Vogliamo rassegnarci ad intraprendere una strada ragionevole verso la decrescita e la povertà? Vogliamo continuare a meravigliarci del fatto che la crisi anziché passare sembra non terminare mai? Finché posso, io cercherò un’altra strada, una crescita sostenibile, il contenimento dell’aumento demografico, la transizione economicamente fattibile dalle fonti fossili a quelle rinnovabili, privilegiare sempre le attività di ricerca e sviluppo rispetto ai sussdi, agli incentivi, spesso esagerati e controproducenti.
Si vede luce in fondo al tunnel? Solo se accendiamo una lampada e cerchiamo di indirizzare i nostri passi nella giusta direzione!

2 Commenti

  1. Mario M

    Ripropongo alcune osservazioni. In questa situazione di maggiori difficoltà nell’approvvigionamento energetico, le nazioni, paradossalmente, mettono in campo e realizzano progetti sempre più energivori, oltre che inutili e dannosi: TAV, grattacieli, opere per l’expo, le olimpiadi, MOSE, inceneritori, F35. Sembra anche che chi ha maggiori disponibilità di energia, come i paesi arabi, centrafricani e russia, sono anche quelli che presentano situazioni politico-sociali non proprio esemplari, al contrario; sembra quasi che tanta energia faccia male alla democrazia.

    A Torino hanno speso uno sproposito di energia per costruire un grattacielo che è stato bocciato, non solo da architetti o associazioni ambientaliste, ma anche da trip advisor, pensa un po’….

    http://www.tripadvisor.it/Attraction_Review-g187855-d4553101-Reviews-Renzo_Piano_Grattacielo_Intesa_Sanpaolo-Turin_Province_of_Turin_Piedmont.html

  2. Giancarlo Abbate

    Ritorno dopo un po’ di tempo sul mio articolo e ne approfitto per dare una breve risposta a Mario, sottolineando che è solo una mia opinione personale. Io penso che l’efficienza nell’uso, e negli usi, dell’energia sia un problema importante ma credo anche che sia uno dei pochi affrontato nel modo giusto e che abbia prodotto risultati apprezzabili. Il problema delle imprese e delle attività energivore non può essere semplificato e/o banalizzato dicendo che le grandi opere sono tutte sbagliate e dannose. Ogni caso deve essere valutato analiticamente e globalmernte con rapporti costi/benefici in senso lato. Per quanto riguarda la notazione sulla democrazia non varrebbe quasi la pena di commentarla: non credo che il petrolio del mar del nord abbia nuociuto alla democrazia britannica, così come non credo che gli stati elencati da Mario fossero esempi di democrazia prima di scoprire le loro risorse energetiche.

    Ma vorrei parlare di altro. Oggi c’è stato un tonfo delle borse europee dopo una settimana di ribassi continui … e c’è chi continua a meravigliarsi del perdurare della crisi economica (in pubblico nei talk show televisivi)! C’è ancora chi crede o spera che l’effetto degli 80€ si vedrà nel 2016.
    Io spero proprio che prima, ben prima, del 2016 si faccia qualcos’altro, qualcosa in più.

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