Il problema del Liceo Classico

di Francesco Rocchi.

[...]ma Noto soltanto ed Euro, spiravano by yhe violin

[…]ma Noto soltanto ed Euro, spiravano by the violin

Quando si discute delle virtù e dei difetti del classico facilmente si finisce fuori bersaglio. Anzi, quasi inevitabilmente, perché il dibattito viene quasi sempre portato avanti da ex-studenti più o meno attempati che quella scuola non la vivono più da lustri o decenni. Sulla separatezza di questo liceo dal resto, più classista che classica, si è già ben espresso Corrado, ma forse anche questa situazione comincia ad essere superata: se i Classici perdono studenti vuol dire che anche le élites hanno voltato loro le spalle. Sembra proprio che gli argomenti dei difensori del Classico non facciano presa. Ma quali sono questi argomenti? In primo luogo il valore della cultura umanistica in senso lato: la bellezza delle lettere, dell’arte e dell’approfondimento storico; in senso più specifico la bellezza delle civiltà classiche, con dentro la loro letteratura, arte, storia, ecc. Quel che dicono Eco, Canfora, Dionigi e gli altri strenui difensori del classico è riassumibile all’incirca in questi termini, anche se loro ovviamente articolano e dettagliano il tutto molto meglio.

Ed hanno indiscutibilmente ragione. Però quell’errore di mira di cui dicevo prima a questo punto è già compiuto.

Il problema è che i difensori del classico non fanno riferimento alle scuole che oggi ancora insegnano il latino e il greco, ma a quella che hanno in testa loro. Tra le due cose vi è una differenza enorme. I fautori del latino e del greco difendono la cultura classica, e danno per inteso che il liceo classico ne sia la casa. È così?

Partiamo dall’elemento caratterizzante: il latino e il greco. Secondo un’indagine, gli studenti che arrivavano alla maturità con un debito in materie classiche erano nel 2008 circa il 40%. Quasi la metà. E non è che l’altro 60% esca dal classico fluente e pratico nella comprensione delle lingue classiche. Quando un paio di anni fa all’esame di maturità è stato scelto Aristotele è stato il panico. Gli studenti che escono dal classico in grado di leggere un’opera classica greca nella sua interezza sono una sparutissima minoranza, e forse non esistono del tutto. Le Indicazioni Nazionali prescrivono che all’esame si porti un’intera tragedia…ma con parti in italiano. In realtà è più esatto dire che alla maturità si arriva avendo letto la traduzione di una tragedia, con qualche passo in greco (se son 300 versi su circa 1500 è grasso che cola).

Ecco. Sarebbe un peccato, dicono i difensori del classico, se i nostri giovani non sapessero più il greco. Aggiorniamoci: gli studenti del classico già non sanno il greco. Né il latino. Lo studiano poco e male. Sperticarsi in elogi dell’insegnamento del latino e del greco come metodo formativo generale con questi risultati rischia di essere molto poco accorto.

Colpa dei ragazzi? O colpa della didattica? Alcuni che si cimentano con una didattica moderna (ad esempio con il metodo detto “Natura” di Ørberg, che è vecchio di quasi settant’anni, ma che è semplicemente un buon metodo ancora attuale) ci sono, ma chiunque sfogli la stragrande maggioranza delle grammatiche di latino e di greco in uso a scuola troverà che sono vecchie, sorpassate, didatticamente mal concepite e talora apertamente erronee. Tanto per dirne una, in esse ancora alligna il mito di vis, roboris, che avrebbe fatto strabuzzare gli occhi a Cicerone e stupisce chiunque abbia studiato latino fuori dall’Italia. Molti, forse troppi insegnanti non sembrano rendersi conto del pozzo nero metodologico che è la didattica del greco e del latino. Lingue che vengono studiate per cinque anni. Questa enormità raramente viene evidenziata.

Eppure qualcuno che si è accorto dei problemi della didattica e li ha espressi chiaramente c’è:

Si legge poco, e poco genialmente , soffocando la sentenza dello scrittore sotto la grammatica, la metrica, la linguistica. I più volenterosi si annoiano… Il giovane esce, come può, dal Liceo e getta i libri : Virgilio, Orazio, Livio, Tacito!”

Si tratta di qualcuno la cui competenza di classicista non è revocabile in dubbio e che noi insegnanti abbiamo generalmente molto caro: Giovanni Pascoli, che scriveva queste note nel 1893.

Non è cambiato molto da allora. Le Indicazioni Nazionali più recenti hanno preso atto della sconfitta e propongono, oltre alla prosa, soltanto timidissime letture di poesia greca con traduzione e note, ma questo è solo un abbassamento dell’asticella qualitativa. E la filosofia e la storia? In questo il classico condivide il suo tipico approccio idealistico con gli altri licei. Si studia con lo stesso professore di storia. Quindi o la filosofia è insegnata da un professore di storia prestato alla filosofia, oppure la storia è insegnata da un professore di filosofia prestato alla storia. Storia moderna e recente, in ogni caso; quella antica, beninteso, è appannaggio dei professori di italiano, che peraltro afferiscono ad un altro dipartimento. Se si ricava da tutto ciò un’impressione di sgangheratezza e scarsa razionalità, si è completamente nel giusto. Si aggiunga a tutto questo lo studio nozionistico e trasmissivo tipico della scuola italiana (“Io insegnante dico delle cose in classe e tu studente me le ripeti all’interrogazione”) e si capirà come mai oggi nessuno dia retta ai difensori del classico: quella qualità che hanno in mente semplicemente non esiste. E che i risultati negli INVALSI siano positivi, sia detto una volta per tutte, non è un argomento: una scuola in cui vadano tutti i privilegiati che per cultura familiare e disponibilità economica possono leggere, viaggiare, approfondire, confrontarsi e coltivare le proprie curiosità, produrrà risultati migliori a prescindere da quel che proponga in classe.

D’altronde, i professori del classico hanno la stessa formazione degli altri. Anzi, spesso sono esattamente gli stessi che passano da una scuola all’altra. Non si vede quindi donde sortirebbe l’eccellenza. Modi per migliorare il classico ce ne sarebbero in realtà tanti, troppi per diffondervisi qui. L’importante è che venga bandita ogni retorica. E questo non solo per ragioni di buon gusto, ma di sostanza. Quando questa scuola è stata concepita, infatti, non si aveva difficoltà a concepirla e a propagandarla come il vertice di un’istruzione limpidamente e pacificamente classista, dedicata all’aristocrazia borghese del Paese, laddove il resto del popolo poteva semplicemente imparare un mestiere manuale e, per la cura dello spirito, dedicarsi a qualche ameno romanzetto paternalista alla Cesare Cantù, tanto per imparare a non aver grilli per la testa o troppa voglia di ricchezza. E’ allora che si formano e si incrostano quei luoghi comuni sulle virtù del latino e del greco, lingue “razionali” o “filosofiche”, pregne di altissimi valori, generalmente guerrieri. E’ allora che l’insegnamento della filosofia e della storia si blocca in un indigesto pastrocchio idealistico, pensato per mostrare allo studente lo svolgersi di uno spirito hegeliano tanto chimerico quanto pedestramente banalizzato, e che oggi non interessa più a nessuno.

Oggi la paccottiglia retorica partorita dal facile idealismo ministeriale non resiste più (pur ricomparendo qua e là), ma è rimasta l’idea dell’eccellenza del classico. In che modo viene declinata quest’eccellenza, se non si parte più da quelle premesse? Sono subentrati, almeno a livello di intenzioni, il pensiero critico, l’autonomia di giudizio, la curiosità intellettuale, il rigore metodologico, la mentalità scientifica. Ma è pensabile oggi una scuola superiore, quale che sia, che non abbia questi capisaldi? Assolutamente no. Quindi il patrimonio del classico non può e non deve essere del solo classico. Ma allora cosa rimane? Una possibilità è un liceo delle scienze dell’antichità, nel quale confrontarsi con la storia e la letteratura, ma anche con la moderna antropologia, con l’archeologia, con la logica formale, con l’etica, con la scienza e con la storia della scienza. Scuola tra le scuole, accanto ad altre forme di istruzione secondaria superiore che mettono l’accento su altre materie, ma tendono all’identico fine. Non unum est iter ad tam grande mysterium…

13 Commenti

  1. roberto de felice

    Il problema è che non si è pubblicata l’opera omnia del presidente eterno Renzi da poter far studiare ai nostri valorosi futuri precari. Missione cui potrete dedicarvi.

    A,proposito, la sua tesi è affetta da fallacia logica. La circostanza ( analoga ) che i reparti oncologici non curino i tumori che in casi rari dovrebbe ( ragionando come Lei ) farli chiudere.

  2. Raoul Minetti Raoul Minetti

    Un commento inutilmente offensivo verso l’autore, gentile Roberto

  3. Giovanna

    http://www.ted.com/talks/ken_robinson_says_schools_kill_creativity?language=en#t-38739

    e questo mi suggerisce che il problema è un altro…a monte….e mi dispiace che il video non sia in Latino…..

  4. Valerio Bernardi

    Ho seguito e seguo sempre con molto interesse il dibattito sulla scuola secondaria superiore, perché da un ventennio vi insegno e, in particolar modo, da un decennio insegno in un liceo classico. Gli articoli di Francesco Rocchi e dei Minetti hanno degli spunti interessanti. Vorrei fare qui una serie di riflessioni a tal proposito.
    La prima domanda di fondo è: perché si ritorna sempre a discutere del classico? In fin dei conti è una scuola cui si iscrive solo il sei per cento della popolazione scolastica. Le risposte possono essere varie. Sicuramente si tratta della scuola che formato le elite italiane (forse ora non più? Anche questo è da discutere), ha un marchio classista (questo è vero, forse oggi più di qualche decennio fa paradossalmente), ma soprattutto, e questo lo ritengo importante, rimane, in una idea di scuola di tipo gentiliano (mai realmente cambiato), il vertice della stessa scuola superiore. Processando il vertice, talvolta, forse penso di risolvere il problema, ma questo probabilmente non è vero.
    Allo stesso tempo, nonostante i suoi limiti che mi paiono abbastanza ben delineati nell’articolo di F. Rocchi (un latino e greco insegnati male, una storia ed una filosofia non insegnate bene, anche se forse un po’ meglio) rimane la scuola con il curricolo più coerente. E’ coerente il curricolo dello scientifico? Vogliamo dire cosa pensiamo degli altri licei che sono venuti fuori dal riordinamento Gelmini? Sono tutti profondamente incoerenti nelle scelte curricolari e limitanti in quello che propongono. Il Classico, tutto sommato, mantiene una sua coerenza, perché, nelle varie “finte” riforme della scuola (le uniche serie, per le superiori il progetto Brocca e quella Berlinguer, non sono state mai realmente attuate) è passato piuttosto indenne.
    Tutto questo, però, non ha fatto che accentuarne i difetti. Allora cosa fare? Abolirlo? Io direi che non è questo il nucleo del problema. Il problema principale è come vengono insegnate le materie caratterizzanti dell’indirizzo classico. Ancora oggi, gli stessi docenti che insegnano nella scuola in cui io insegno, ti ripeteranno che il liceo classico “ti forma”: ma a che? Sappiamo (e qui non lo ripeto) che le materie umanistiche (prevalenti in questo indirizzo di studio) sono importanti per la formazione del cittadino (lo dicono anche gli americani oggi), ma, allo stesso tempo, bisogna capire come le si insegna. Se il latino e il greco li si insegnano con l’obsoleto metodo morfo-sintattico (le grammatiche adottate da mia figlia sono pressoché identiche a quelle che io usavo a fine anni Settanta inizi anni Ottanta) non li si rende “vivi” e applicabili servono a poco. Se la filosofia e la storia sono insegnati con metodi stantii e non si sviluppa con esse il critical thinking (come dicono gli anglo-sassoni) lo scopo del loro insegnamento sarà quello di conoscere una serie di nomi su cui inventeremo altrettanto divertenti canzoncine o filastrocche (note sono quelle su Kant ed Hegel) o una serie di date su cui noi non facciamo riflettere gli alunni.
    Se queste quattro, come afferma anche Francesco Rocchi, sono le materie caratterizzanti (e tali devono rimanere a mio parere) dell’indirizzo, i metodi e i fini con cui insegnarle vanno profondamente rivisti. Solo così si potrà avere un liceo veramente aggiornato, non tanto in ciò che di nuovo si propone come materie, ma soprattutto in come si gestiscono le discipline già esistenti.
    Allo stesso tempo, io sono assolutamente favorevole ad una “internazionalizzazione” di questo come degli altri licei. Cercare di rispettare un curricolo internazionale come il CIE o l’IBO (che sono i due più usati negli standard internazionali) facendoli collimare con le indicazioni nazionali che oggi applichiamo, porterebbe un valore aggiunto che porterebbe questa scuola ad essere ancora utile e rinomata.

  5. Francesco Armezzani

    Sono un insegnante del classico (ma anche di altri indirizzi: linguistico e scienze umane). La didattica del classico è fallimentare?
    Occorre distinguere. Ci sono insegnanti ottimi e altri mediocri. La didattica è fallimentare in greco e latino come può esserlo in matematica, scienze, fisica ecc.
    Il vecchio ordinamento aveva raggiunto un compromesso che non teneva più: però almeno c’erano al biennio 2 ore di storia dell’arte, 4 di matematica e 2 di fisica.
    Adesso con la pessima riforma Gelmini abbiamo 3 ore di matematica, zero di fisica, zero di storia dell’arte una in meno di storia-geografia (da 4 a 3) una in meno di italiano (da 5 a 4). Le cose peggiorano al triennio, dove ricompare la fisica ma diminuiscono le scienze naturali. Greco e latino restano incredibilmente ferme a 9 ore settimanali su 27 al biennio (un terzo!) e a 7 al triennio.
    Il tracollo delle iscrizioni segue di poco l’entrata in vigore della Gelmini.
    La coincidenza non è una dimostrazione di causa-effetto però certo l’immagine della scuola ne esce impoverita e sbilanciata. E le iscrizioni diminuiscono a precipizio.
    Per me occorre migliorare la didattica, e ridurre l’incidenza delle materie classiche sul monte ore settimanale. Questa libertà deve essere data alle singole scuole utilizzando il personale in orario funzionale. Un 25-30% del monte ore settimanale. La cosa ASSOLUTAMENTE INDISPENSABILE è il controllo di qualità fatto su docenti e dirigenti fatta da seri e preparati ispettori ministeriali. Evitiamo camarille e investiamo meglio le risorse evitando sprechi. Altrimenti chiuderemo pure il classico ma il resto non sarà meglio.

  6. Quello che non riesco a capire è questo accanimento partigiano e fazioso contro il Liceo Classico, accusato di essere inattuale, vecchio, mal concepito e mal funzionante, come se gli altri licei fossero perfetti e formativi. Se è vero che molti alunni dopo cinque anni non sanno tradurre bene il latino ed il greco, è altrettanto vero che dal liceo scientifico escono persone che non sanno matematica né fisica, ed al linguistico studiano tre lingue moderne senza arrivare a conoscerne neanche una. Non si può generalizzare in questo modo. E poi sottolineo una cosa: che se anche i miei alunni hanno difficoltà a tradurre i testi classici, ribadisco che l’obiettivo dello studio delle lingue classiche non è quello di tirar fuori traduttori esperti, ma quello di aprire la mente e formare le coscienze, obiettivo che si raggiunge anche con le letture in traduzione dei testi e lo studio della storia letteraria.
    Mi viene da pensare che il vostro cieco livore contro il Liceo Classico dipenda da pregiudizi ideologici mai superati, nemmeno dopo la caduta del muro di Berlino: quelli cioè secondo cui il classico sarebbe una scuola classista e riservata ad un’elite di borghesi che voi, nella vostra nostalgia marxista-leninista, disprezzate, senza accorgervi di essere fuori dalla storia. Nel mio Liceo Classico vengono anche figli di operai e di quelli che una volta si chiamavano “proletari”, e vi assicuro che in più di una classe questi ragazzi di umile origine hanno avuto successo scolastico molto più dei figli dei notai e dei primari ospedalieri. Purtroppo, signori Rocchi e Minetti, voi siete rimasti arretrati e avete in mente un’immagine di scuola che può applicarsi forse a quella di 50 anni fa, non certo quella attuale. Il Liceo Classico, come tutte le altre scuole, è profondamente cambiato in questi ultimi anni, ed è l’unica scuola che riesce a coniugare efficacemente la tradizione (di cui non dobbiamo mai dimenticarci) e le innovazioni; è una scuola che studia l’antico ma comprende molto bene il mondo attuale.

  7. Francesco Rocchi

    Caro prof. Rossi

    Quel che non capisco è perché debba ritenere “accanimento partigiano e fazioso” opinioni diverse dalle sue.

    Non è il nostro caso, ma, quand’anche qualcuno fosse realmente contrario al classico in quanto tale, la sua posizione sarebbe perfettamente legittima e meriterebbe una risposta nel merito, con argomenti e dati, non patenti di partigianeria o faziosità (quale parte, poi? Quale fazione? Questa non è una guerra civile).

    L’argomento della discussione era il classico, e quindi si è parlato del classico. Se a Torino avessero imbastito un processo contro lo scientifico o contro la scuola media, avremmo commentato anche quello.
    Lo scientifico, come anche ben evidenziato nei commenti, ha i suoi problemi. Mal comune mezzo gaudio? Non credo proprio.

    Ovviamente io ho delle idee anche sulla scuola italiana come istituzione, ma non è che ogni volta possiamo risalire ab ovo. Se volesse rileggere gli articoli in maniera più pacata potrà rendersi conto che idee come la sua sono già state espresse, e con grande civiltà.

    Nel merito: io ho citato un dato, ovvero un 40% di studenti con debito in materie classiche nel 2008. Insufficienze date, evidentemente, da professori di latino e greco, non da arcigni accusatori del Classico.

    Vogliamo prendere in considerazione questo dato? E’ sbagliato e non è vero che tanti studenti il latino e greco non lo imparano? Benissimo, dimostriamolo e dimentichiamoci di quella cifra.

    Ma se non è sbagliato, la mia reazione di professore di materie classiche è una sola: chiedersi che si può fare per migliorare. E’ fazioso porsi delle domande e darsi delle risposte?
    Oppure non ci importa?

    Io trovo difficile sostenere che studiare il latino e il greco senza impararli possa essere formativo di alcunché: se quel metodo non ti ha insegnato il proprium della materia tornerà utile per altre? Secondo quale logica?

    Se si studiano il latino e il greco per cinque anni, io, da grecista, ritengo sia giusto aspettarsi che dopo cinque anni uno studente sappia tradurre. Punto. E mi sembra una banalità.

    Anche perché lei non sembra rendersi conto del problema fondamentale: la gente al classico non ci si iscrive. Possiamo anche tacitare i nostri dubbi, continuare a dire sempre le stesse cose e accusare di arretratezza chiunque non sia d’accordo con noi, ma alla fine, un giorno non lontano, il Ministero scoprirà che i Classici sono troppo pochi e troppo piccoli e li accorperà a qualche scientifico, con i corsi in esaurimento.

    Con chi si andrà a lamentare, allora?

  8. pgc

    Continuo ad essere fermamente convinto che solo dal confronto con gli altri si possa arrivare ad una migliore scuola.

    Ora, i fatti sono questi: il latino e il greco sono imposti in queste quantità *solo* in Italia. In altri Paesi sono parte della cosiddetta “offerta formativa” solo in alcune scuole (le grammar school nei paesi anglosassoni), oppure sono da scegliere tra tante altre (moderne e vive).

    A me non sembra che questo abbia portato ad una maggiore diffusione della cultura classica nel nostro Paese. L’idea che gli italiani siano grandi cultori di Omero o Catullo mi pare grandemente infondata da quello che vedo. Nè mi sembriamo inclini ad una migliore capacità di ragionamento. Nè che le nostre scuole spicchino, tra i paesi OCSE, come percentuale di successo.

    Certamente non è solo questo aspetto a determinare il sostanziale declino del sistema educativo italiano (e del paese), ci mancherebbe Ma mi chiedo se non sarebbe il caso di deporre i propri pregiudizi (tutti) e chiederci se non sia il caso di ripensare tutto il nostro modo di impostare la Scuola. Certamente – come dice Massimo Rossi – il problema è ben più vasto, ma se vogliamo discutere di Scuola, non capisco perchè si debba dare per scontato che latino e greco non possano essere toccate.

    Personalmente credo che abbiamo un grande bisogno di raziocinio, metodo scientifico, ragionamento in Italia. E non sono affatto convinto che lo studio del latino e del greco costituisca il metodo più efficiente per sopperire a queste carenze (alle quali attribuisco un ruolo fondamentale nel declino del nostro paese). Dire cambiamo tutto ma questo no non mi pare corretto metodologicamente.

  9. KDS

    Scusate, l’articolo mi sembra in alcuni punti piuttosto fuori fuoco. Primo, nessuno di noi spero abbia mai pensato che chi esce dal Classico debba sapersi esprimere fluentemente in Latino o Greco o anche leggere romanzi in queste lingue: al diplomato del Classico viene richiesto di saper tradurre il Greco o il Latino con l’ausilio del dizionario. Notiamo, cio’ non implica solo capire cosa c’e’ scritto nella versione, ma anche saperlo rendere in Italiano, compito che richiede una notevole consapevolezza nell’uso della terminologia, un gusto per la sfumatura linguistica, per l’analisi, insomma per i dettagli. Indipendentemente dal fatto che lo studente sia piu’ o meno fluente nel suo Latino o Greco, e’ questo costante esercizio di analisi e disciplina il vero valore del Classico e posso assicurarvi che la capacita’ di analisi, il rigore e la disciplina sono ben appresi da tutti. Peraltro, in molti casi, se andiamo a vedere quanti diplomati alle scuole tecniche o professionali siano in grado di svolgere il lavoro certificate dal loro diploma, temo che le percentuali siano piu’ o meno analoghe a quelle sulla competenza in Latino e Greco riportate nell’articolo. Per la cronaca, io ho fatto la maturita’ classica circa sette anni fa, e non ho portato trecento versi di Greco, ma avevo in programma la prima meta’ del Simposio di Platone, una buona parte dell’orazione di Lisia “Per la morte di Eratostene”, alcuni passi delle Storie di Tucidide e buona parte della Medea di Euripide (concedo, non tutta, ma era comunque in buona compagnia), il tutto in Greco. Si noti, sono orgogliosamente figlio di un impiegato e di una lavoratrice artigiana e nella mia scuola, sebbene vi fossero figli di avvocati, medici e imprenditori, la maggior parte era figlia di impiegati pubblici, piccoli commercianti, maestre elementari, operai, tabaccai, che, grazie alla enorme preparazione ricevuta al Classico, sono riusciti a sbaragliare con qualche mese di studio centinaia di candidati con altri diplomi ai test di ammissione a medicina, odontoiatria e altre facolta’ sia umanistiche che scientifiche. Alcuni sono poi finite a studiare a Oxford, Cambridge o Princeton. In ultimo, a chi nei commenti osserva che forse il Classico non forma piu’ l’elite culturale del Paese vorrei far notare che il Paese non ha piu’ un’elite culturale. La maggior parte dei miei compagni di scuola vive ora all’estero, come il sottoscritto, e generalmente si sta avviando alla carriera accademica in prestigiosi centri di ricerca o occupa posizioni spesso stabili in grandi multinazionali. Ricordo che vi sono diplomati al liceo Classico che ricoprono attualmente il ruolo di professore in grandi universita’ estere, presidente di banca centrale e direttore del piu’ importante centro di ricerca in fisica del mondo. Ora, se non e’ dimostrabile che queste persone abbiano tratto un giovamento determinante dagli studi classici, mi viene parimenti molto difficile dedurre che ne siano stati danneggiati. Pertanto, invece di perdere tempo a massacrare una delle poche istituzioni del nostro Paese che produce risultati tangibili da piu’ di quattrocento anni, possiamo occuparci dei veri problemi della nostra amata e maltrattata Italia? P.S.: chiedo scusa per le improprieta’ ortografiche, ma scrivo su una tastiera inglese.

  10. Francesco Rocchi

    Caro KDS

    Sono molto contento, da professore di Greco, di vedere che qualcuno che arrivi all’esame di maturità con un buon bagaglio di letture in greco.

    Il punto, però, e vorrei non dover ritornare più sull’argomento, non è la propria esperienza: per quanto importante, l’aneddotica è ben poco probante. E come dicono gli Inglesi “data is not the plural of anecdotes”.

    La sua esperienza è biased. Se infatti anche tutti i suoi amici del classico sono all’estero, non si può concluderne ipso facto che il classico ha dato una preparazione che, più di altre, ha permesso loro di emigrare. Lei deve prendere i dati della sua scuola (non solo dei suoi amici), poi quelli del classico in genere, vedere se la sua scuola è nella norma o eccentrica, e poi fare il confronto con altri indirizzi scolastici dal background sociale simile e trarre solo allora delle conclusioni.

    Oppure pensa che dagli scientifici nessuno vada all’estero?

    Il mito della supremazia del classico semplicemente, banalmente, oggettivamente non è vero. Non perché lo dico io, ma perché lo dicono tutti i dati. Vada su Eduscopio.it e si faccia un’idea al riguardo.

    Mi si passi la frecciatina polemica, ma il classicistico “repetita iuvant” qui non vale.

    Per il greco ed il latino: quattro più cinque ore la settimana al biennio (quanto e più di italiano, attualmente) e poi quattro più tre ore alla settimana nel triennio. Un monte ore altissimo, per un lustro.

    Posso sperare che alla fine uno abbia facilità di lettura, elasticità non nel parlare (perché poi?) ma nel capire, abitudine alla lettura in lingua, e capacità di analisi storico letteraria? Secondo me posso e devo. Ma i dati, e un’esperienza quasi decennale di insegnamento, mi dicono che la mia speranza va frustrata.

    Non pretendo poi che si traduca senza vocabolario (come fanno gli anglosassoni, con una buona dose di wishful thinking, in ciò che chiamano “unseen”), ma la tremebonda capacità di tradurre a stento, in due ore, un testo mediamente facile è per me un risultato deludente.

    E lo dico da grecista, non da oppositore del classico.

    (PS: i romanzi greci sono di una facilità imbarazzante: uno dovrebbe saperli leggere alla fine del biennio, e sarebbero pure un bell’esercizio per principianti…)

  11. pgc

    L’errore di metodo che Francesco Rocchi individua nell’intervento di KDS è lampante. Ma facciamo anche il caso per cui il Classico permetta una migliore collocazione dell’italia nel contesto internazionale: questo è perchè vi si studiano latino e greco per ore ed ore o semplicemente perchè comunque vi sono risorse e docenti migliori, studenti migliori, etc.?

    Al di là di tutto questo nessuno mi ha mai presentato un solo argomento convincente che dimostri che se il tempo “sprecato” (si, sprecato, perchè poi non se ne fa più uso) a studiare due lingue morte (si, perchè SONO morte) fosse impiegato “ceteris paribus” nello studio di fisica, matematica, metodo scientifico, TOK (vedi un mio precedente intervento), statistica (tanto per fare alcuni esempi), non si otterrebbe una migliore preparazione, meno dispersione scolastica, etc.

    Che sia meglio non toccare il Classico perchè “comunque” funziona meglio degli altri istituti mi sembra alla fine l’unico argomento ragionevole. Ma è l’argomento di chi ha perso ogni speranza, di chi ha deciso di sacrificare tutto il resto pur di salvare una nicchia invece di affrontare il problema alla base. Ricordo infatti che solo il 6 – 6.5% degli studenti sceglie il Classico.

  12. Ianua 8

    Grecisti e latinisti di paesi diversi dall’Italia il classico, verosimilmente, non l’hanno fatto, per una semplice ragione: in quei paesi simile indirizzo non esiste. Eppure costoro svolgono tale professione egregiamente, surclassando ampiamente i colleghi italiani: quante edizioni di opere latine e greche vedono la cura di studiosi stranieri!

    Simile discussione comincia realmente ad assumere contorni patetici e provinciali!!

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