L’America Latina non cresce più?

di Clemente Pignatti.

 ARCO DE SANTA CATALINA by  Alfredo Miguel Romero

ARCO DE SANTA CATALINA by Alfredo Miguel Romero

I paesi dell’America Latina hanno registrato notevoli progressi nell’ultimo decennio in termini di crescita economica e lotta alla povertà. Questo processo rischia però di bloccarsi, lasciando il continente nel nezzo del guado della transizione economica.

Durante l’ultimo decennio, i paesi dell’America Latina hanno rappresentato per molte economie in via di sviluppo il paradigma da seguire per coniugare crescita economica e progressi in termini sociali. Infatti, tra il 2000 e il 2014 il continente ha registrato tassi di crescita alti – in media pari al 3.3 per cento annui – ma non particolarmente elevati per paesi in via di sviluppo – nello stesso periodo ad esempio i paesi dell’Asia dell’Est sono cresciuti in media dell’8.5 per cento. Allo stesso tempo però, i progressi in termini di povertà e ineguaglianza sono stati notevoli e difficilmente pareggiati in altre regioni geografiche. Il tasso di povertà – usando il limite dei due dollari al giorno – è più che dimezzato, passando dal 15.7 per cento della forza lavoro nel 2000 al 6.5 per cento. In maniera simile, l’ineguaglianza – misurata con il coefficiente GINI – è diminuita in tutti i paesi della regione a parte il Guatemala, l’Honduras e la Costa Rica. In alcuni paesi come la Bolivia la diminuzione dell’ineguaglianza è stata impressionante, con la percentuale di reddito detenuta dal 10 per cento più ricco della popolazione passata dal 49 al 33 per cento tra il 2000 e il 2012.

Questi sviluppi sono stati accompagnati – e in molti casi favoriti – da un ruolo molto attivo dei governi della regione nel favorire lo sviluppo economico e combattere ineguaglianza e povertà. In particolare, la spesa pubblica per programmi sociali è aumentata in tutti i paesi della regione negli ultimi decenni – passando da 12.2 per cento del PIL nel 1990 al 18 per cento nel 2008. I programmi tipici di assistenza sociale che sono nati e cresciuti in molti paesi dell’America Latina sono i cosiddetti Conditional Cash Transfer (CCT), programmi che nella maggior parte dei casi mettono a disposizione delle famiglie delle somme di denaro a patto che vengano rispettate delle procedure mediche (ad esempio la vaccinazione dei figli) o educative (iscrizione dei figli alla scuola dell’obbligo). Gli esempi principali includono il programme Bolsa Familia in Brasile (la cui portata è aumentata da 3.8 millioni di individui nel 2003 a 13.8 milioni del 2012) e Oportunidades in Messico – cresciuto da 2.5 a 6.5 millioni di persone nello stesso periodo. Allo stato attuale, il 19.5 per cento della popolazione in America Latina è coperta da questi programmi di assistenza condizionata – che raggiungono quasi il 50 per cento della popolazione in casi come l’Ecuador. Questo sistema economico sembra però arrivato all’esaurimento della sua forza propulsiva. Il tasso di crescita economica è fortemente diminuito, passando dal 6 per cento del 2010 all’1.3 per cento del 2014 – per la prima volta nell’ultimo decennio un tasso di crescita inferiore a quello delle economie avanzate. Il tasso di disoccupazione è allo stesso tempo aumentato nel 2014 per la seconda volta nell’ultimo decennio – e le previsioni stimano un ulteriore aumento nei prossimi anni. In maniera simile, i salari sono pressochè stagnanti in termini reali – crescita dello 0.8 per cento nel 2013 – e le diminuzioni di ineguaglianza e povertà si sono sostanzialmente arrestate.

La questione sembra riguardare un’economia regionale fortemente esposta a shock esterni e una forza lavoro non sufficientemente specializzata per competere con le economie avanzate. In particolare, la crescita economica della regione è rallentata in maniera sostanziale negli ultimi anni in seguito del crollo dei prezzi di materie prime – metalli in primis – di cui la regione è principale esportatrice. Questo ha reso evidente la debolezza di un economia scarsamente diversificata e la cui crescita è stata trainata da pochi settori con scarzo valore aggiunto. Ma le ragioni del rallentamento economico sono anche strutturali e coinvolgono la forza lavoro. La percentuale di lavoratori in possesso solamente di un livello di educazione primario o secondario è ancora più alta che in molte regioni in via di sviluppo e la produttività del lavoro è cresciuta di solo l’1 per cento annuo in media a partire dal 2000 – lo stesso livello dei paesi nord africani e delle economie avanzate. In maniera simile, la percentuale dell’economia informale – e quindi generalmente poco innovativa e produttiva – è ancora molto alta (48 per cento della forza lavoro nel 2012) e non è diminuita significativamente nell’ultimo periodo. Anche i programmi di assistenza condizionata, mentre sono molto efficienti nello stimolare una popolazione ai margini della povertà, si sono rivelati di minore successo nello sforzo successivo di creare i giusti incentivi perchè questa parte della popolazione potesse diventare una classe media produttiva che trainasse lo sviluppo economico.

Il problema principale della regione sembra quindi risiedere nell’incapacità di competere sia con i paesi in via di sviluppo caratterizzati da più bassi costi di produzione – come gran parte del Sud dell’Asia – sia con paesi avanzati verso cui il gap tecnologico rimane ampio. In mezzo al guado, i paesi dell’America Latina rischiano di lasciare incompiuta la peculiare traiettoria di crescita economica che era riuscita a dare un posto centrale allo sviluppo sociale.

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