Noi Italia 2015. Per capire il nostro Paese

di Terenzio Longobardi.

5574525906_385b939d6c_z

 

Sul sito dell’Istat, è consultabile la pagina “Noi Italia 2015, 100 statistiche per capire il paese in cui viviamo”.

La ricerca, giunta alla settima edizione, “offre un quadro d’insieme dei diversi aspetti economici, sociali, demografici e ambientali del nostro Paese, della sua collocazione nel contesto europeo e delle differenze regionali che lo caratterizzano“.

Vale la pena fare una navigazione in tutta l’ampia messe di dati fornita dall’istituto di statistica nazionale. Io mi soffermerò a commentare alcuni dei principali parametri energetici, ambientali e territoriali analizzati, settori che costituiscono il mio principale campo d’interesse.

Cominciamo dalle emissioni di gas serra. Come avevo già discusso dettagliatamente qui, l’Italia ha conseguito nel 2012 l’importante obiettivo di riduzione delle emissioni stabilito dal protocollo di Kyoto. Però, se osserviamo il grafico allegato fornito dall’Istat, che mette a confronto la situazione dei vari paesi europei, ai fini contabili, il dato del nostro paese risulta leggermente superiore alla soglia del protocollo, calcolata come media nel periodo 2008 – 2012. I dati del 2013 e 2014 non sono ancora disponibili, ma sicuramente l’Italia sarà scesa sotto tale soglia, considerata la tendenza al forte ribasso dei consumi di energia registrata anche in questi due ultimi anni. Contrariamente a quanto affermato dagli “ottimisti tecnologici”, il ruolo giocato dall’efficienza energetica in questa dinamica è ancora marginale, rispetto a quello svolto dalla crisi economica. Rimaniamo perciò nel dubbio amletico se augurarci una ripresa sostenuta dell’economia, per i dubbi che ho espresso qui.

Confronto emissioni kyoto

Nel settore dei rifiuti, si registra un calo nazionale dei rifiuti raccolti, all’interno di una forte differenziazione tra regioni, ben visibile nella figura allegata. Come ho già spiegato in altre occasioni, i motivi di queste differenze non risiedono nella diversa propensione locale a produrre rifiuti, ma sono il frutto della diversa integrazione di tre fattori concomitanti: condizioni economiche (regioni meno ricche producono meno rifiuti), assimilazione di rifiuti non domestici (industriali, artigianali, commerciali) ai rifiuti urbani, con il conseguente inserimento nel circuito della raccolta pubblica, efficienza delle raccolte differenziate (le raccolte differenziate definite domiciliari o porta a porta, determinano una minore produzione di rifiuti). Abbiamo così che le regioni del centro superino in produzione di rifiuti quelle del nord e tra quest’ultime, alcune siano agli stessi livelli delle regioni meridionali.

Rifiuti raccolti

Per quanto riguarda la raccolta differenziata, nel 2013 c’è stata una crescita di un paio di punti percentuali, fino all’attuale 42,3%, ma anche in questo caso, con molte differenze regionali. Le regioni del Nord – Est guidano la pattuglia con il 58,8% e, aggiungo io, solo il Veneto e il Trentino hanno raggiunto gli obiettivi stabiliti dalla legislazione nazionale. I motivi di questa situazione li ho abbondantemente illustrati qui.

Al fine di approfondire meglio l’argomento, sarebbe auspicabile che Istat estendesse l’analisi anche ad altri due parametri: la produzione e smaltimento di rifiuti speciali (grosso buco nero del nostro paese) e i costi di gestione dei sistemi di raccolta degli urbani (inversamente correlati all’efficienza delle raccolte differenziate).

Per quanto riguarda l’inquinamento dell’aria, mi pare che l’Istat utilizzi un dato, quello del numero di segnalazioni dei cittadini, di fenomeni avvertiti di inquinamento atmosferico, scarsamente significativo sul piano scientifico. Sarebbe opportuno che venisse utilizzata l’ampia raccolta di dati, disponibile presso gli enti di controllo, relativa agli inquinanti misurati dalla centraline urbane, in particolare per le polveri sottili.

Il dato relativo all’acqua potabile erogata e alle dispersioni di rete è interessante, ma andrebbe integrato con quello relativo ad altri settori di consumo più significativi, come gli usi agricoli, che rappresentano circa il 65% del totale.

Nel settore dell’energia, l’Istat rileva la dinamica dei consumi pro – capite di energia elettrica, cioè il rapporto tra il totale dei consumi finali e la popolazione. Ricordiamo come sempre che i consumi di energia elettrica sono solo una parte dei consumi totali di energia (circa il 38%). Anche questo parametro conferma la tendenza al calo degli ultimi anni, da me già commentata in precedenti articoli e accentuatasi anche nel 2014. Per quanto riguarda le energie rinnovabili, si conferma il ruolo di primo piano del nostro paese, anche se le modalità di contabilizzazione della produzione da energia rinnovabile utilizzate da Istat, forniscono valori leggermente sottovalutati rispetto a quelli reali, come ho scritto qui.

Le informazioni più interessanti del capitolo “Infrastrutture e trasporti” sono a mio parere quelle relative alla perdurante ridotta estensione della rete ferroviaria in rapporto alla popolazione residente, nel contesto europeo (che determina tra l’altro la scarsa efficienza economica dei sistemi di trasporto pubblico), e quello degli incidenti stradali mortali che, pur in costante calo, assumono ancora caratteri di vera e propria emergenza nazionale (circa 3500 morti all’anno).

Per quanto riguarda le statistiche territoriali, segnalo il dato macroscopico del crollo verticale verificatosi negli ultimi anni dei permessi per costruire in nuovi fabbricati residenziali, che testimonia anche qui in maniera dicotomica, la crisi particolarmente accentuata dell’edilizia, ma anche una riduzione della pressione ambientale e paesaggistica. Interessante anche l’ottima posizione raggiunta dall’Italia in Europa per estensione delle aree protette, con circa il 20% del territorio nazionale. Che rappresenta anche un piccolo motivo di soddisfazione personale, avendo contribuito a questo risultato durante la mia esperienza di amministratore locale, con l’istituzione di alcune aree protette di interesse provinciale.

Infine, non posso che citare un’eccellenza italiana che indica la strategia della “qualità” come possibile motore di uno sviluppo peculiare al nostro territorio: l’Italia è nettamente prima nel contesto europeo per prodotti agroalimentari con marchi di qualità.

Concludo con un auspicio: che l’Istat possa nei prossimi anni assumere un ruolo sempre più importante di raccolta e divulgazione delle informazioni ambientali, attualmente frammentate tra una miriade di enti preposti alla tutela, al controllo e alla rendicontazione.

Nessun commento

Puoi essere il primo a lasciare un commento su questo articolo !

Lascia un commento

Subscribe without commenting