Immigrazione, la politica della paura

di Leo Cusseau.

Lampedusa by  Noborder Network

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Qual è l’impatto dell’immigrazione sull’immaginario collettivo e come viene manipolata dalla comunicazione? Il fenomeno migratorio è noto alla stragrande maggioranza dei cittadini attraverso il filtro e la mediazione dei grandi canali comunicativi: le immagini degli sbarchi a Lampedusa le conosciamo tutti. Sedimentati nel nostro immaginario, si sovrappongono squarci di mare, barconi brulicanti di braccia, disperati allo stremo, cadaveri allineati sui moli, militari.

Poi c’è la contabilità dei morti, i racconti di chi si è salvato, di chi è nato in mare, dettagli che cercano la lacrima e la pietà. E le bare, centinaia di bare e saltuarie funzioni pubbliche alla presenza delle autorità, le volte che le tragedie son state troppo vaste, davvero troppo, anche per chi è avvezzo alle statistiche, ai flussi, ai numeri asettici dietro i quali sono nascoste le vite e le sofferenze.

L’immagine complessiva che abbiamo dell’immigrazione è quella dell’emergenza. Associamo automaticamente al fenomeno l’idea di una situazione incontrollabile, di vastissime proporzioni e pertanto pericoloso. In un recente rilevamento IPSOS emerge che il 67% dei cittadini ritiene “il fenomeno migratorio una minaccia alla sicurezza italiana” e un quarto crede che sia addirittura “la minaccia più grave per l’Italia”, un dato che è raddoppiato dal marzo 2015 ad oggi e che conferma una percezione distorta e decisamente sproporzionata rispetto alla realtà. Un’interessante indagine statistica condotta su 14 Paesi europei e pubblicata dal The Guardian nell’ottobre 2014 offre una misura della distorsione: i cittadini italiani sovrastimano l’immigrazione di ben quattro volte, ritenendo che gli immigrati costituiscano il 30% della popolazione, quando sono solo il 7%. In parallelo, ne esce una percezione pesantemente sovrastimata della quota di cittadini di fede musulmana, che gli italiani credono essere 5 volte la realtà, il 20%, mentre sono il 4%. Questi dati sono il termometro della paura; derivano direttamente dall’ignoranza della realtà dei fatti, associata alla comunicazione allarmistica cui sono sottoposti i cittadini.

Certo, nessuno intende negare che il nostro Paese si trovi in una posizione particolare, proteso in mezzo al Mediterraneo, particolarmente esposto alle conseguenze derivanti dalla destabilizzazione dell’area nordafricana a seguito delle Primavere arabe; la perdita del controllo effettivo del territorio da parte delle autorità in Libia, le difficoltà esistenti in Tunisia, Algeria, Egitto, che si intersecano con la drammatica situazione mediorientale, non possono indurre all’ottimismo. Ma quello che sarebbe opportuno rilevare è che le migrazioni sono strutturali da molti anni e se si volesse utilizzare il termine emergenza, lo si dovrebbe fare adottando il punto di vista dei migranti. Mentre invece gridiamo all’emergenza, sollecitati dalla miope politica nazionale che si preoccupa delle conseguenze interne di un fenomeno che ha, però, dimensioni continentali, solo quando i disperati arrivano a lambire le nostre coste.

Di fatto il fenomeno migratorio, fintanto che è arginato sulla costa africana, è invisibile all’opinione pubblica italiana, plasmata dal sensazionalismo mediatico che ama parlare di “emergenze” quando fa comodo: ne sentimmo parlare in abbondanza in occasione della firma del Trattato di Bengasi, nel 2008, quando l’Italia di Berlusconi si impegnò con Gheddafi ad un sostanzioso aiuto al governo libico, ai fini del controllo dell’immigrazione clandestina. Il governo cercava il plauso, e gli italiani riscoprirono l’immigrazione. E la riscopriamo ogni volta, solo quando queste maree umane sfuggono al controllo e prendono il mare, e vengono sotto le nostre coste a morire, a migliaia.

Eppure, se esiste davvero una quotidiana emergenza, non è qua in Europa, bensì laggiù, in Africa; non solo nel caos libico e in Tunisia, ma lungo tutta la sponda Sud del Mediterraneo. In Marocco, Paese rimasto baluardo della cosiddetta stabilità in Nordafrica, esiste una situazione drammatica (ben descritta da un documentario di un paio di anni fa, The Land Between) gestita con metodi brutali, senza rispetto alcuno per la vita dei migranti e con la complicità della polizia spagnola: attorno a Ceuta e Melilla, storiche enclaves spagnole in terra marocchina, si accampano nella boscaglia centinaia e centinaia di africani subsahariani, che cercano di entrare in questi lembi di Europa fortificati da reti ciclopiche e fili spinati. Molti marocchini li apostrofano semplicemente come “Africani” e ne parlano con i medesimi accenti dei razzisti inconsapevoli di casa nostra, perché dovunque tu viva, c’è sempre qualcuno che è più a Sud. Ci sono stati morti, nelle tendopoli improvvisate, esposte alle retate dei militari, alle violenze e agli arresti. Capita che i migranti vengano prelevati dalle forze di sicurezza marocchine e trasportati sui camion verso il deserto algerino, frontiera contesa e terra di nessuno, e lasciati là: chi riesce, riguadagnerà in qualche modo la costa, da qualche parte. E ritenterà di raggiungere l’Europa.

Ecco, questo è solo un infinitesimo frammento della realtà che non vediamo, quando i disperati in cerca di una vita più degna non riescono nemmeno a morire davanti all’obiettivo delle telecamere e guadagnarsi a prezzo della vita un titolo di Tg. Quando “il controllo dell’immigrazione” funziona e la politica interna dei Paesi come l’Italia non ha bisogno di sfruttarne le onde emotive, l’argomento scompare dai media e l’opinione pubblica non ne percepisce l’esistenza.

In breve, l’immigrazione diventa argomento politico solo quando serve: quando può essere utilizzata come elemento di mobilitazione identitaria, quale linea di frattura utile ad incanalare sentimenti collettivi di paura. Serve alla politica della paura. La paura è uno straordinario fattore di mobilitazione dell’elettorato, perché non comporta nessun tipo di investimento emotivo per i singoli e compatta le comunità di simili. La paura nasce dal sentimento di autoconservazione, di difesa, ed è quanto di più naturale ci possa essere, in un individuo che si percepisce minacciato. Perciò è facile da manipolare e accrescere, in una spirale perversa pericolosa.

Per questo, nei periodi di crisi, reale o percepita che sia, proliferano movimenti politici che fanno leva sui sentimenti di spaesamento, sulla paura appunto. Paura di ciò che è nuovo, diverso e potenzialmente destabilizzante, dato che il futuro è percepito come minaccia, il cambiamento come possibile peggioramento, ciò che si ha come qualcosa da conservare.

Gli ultimi anni hanno rappresentato, in Europa, un ottimo terreno di crescita per i movimenti che speculano sulle paure collettive allo scopo di gonfiare il proprio consenso elettorale. L’Italia in particolare è un Paese vulnerabile, che vive un collasso di fiducia verso le forme di rappresentanza politica, in fase di stagnazione economica da molti anni, che si sente vecchio e in crisi. L‘ISTAT fotografa una tendenza, dal 2004 ad oggi[1] di peggioramento costante della situazione economica percepita da parte delle famiglie italiane: ben il 40% si percepisce in grande difficoltà o in difficoltà, il 55% ha qualche difficoltà e poco più del 4% ritiene di non averne affatto. L’Italia si vede vecchia, molto più di quanto non dica il dato demografico: gli italiani stimano che la quota di coloro che hanno più di 65 anni sia quasi la metà della popolazione, il 48%, mentre è, in realtà, il 21%.[2]

 Tutti questi elementi contribuiscono ad offrire ai populismi un ambiente favorevole, nel quale è agevole costruire consenso tramite il ricorso ad un linguaggio che si fonda sulla paura e la alimenta, a partire dal termine “invasione” riferito ai flussi migratori. Questo accade anche perché le nostre classi dirigenti, i governi, lasciano ampi spazi a questo genere di deriva non riuscendo ad offrire una visione politica di lungo periodo, un orizzonte d’azione di decine di anni, e non di settimane o mesi; anch’essi utilizzano un linguaggio politico ipersemplificato e strategie elettorali di breve termine, provocando pericolose oscillazioni nelle aspettative dell’elettorato. Avviene in Italia, ma potremmo dire in Europa perché è una tendenza che accomuna le democrazie e ne rappresenta uno dei principali elementi di fragilità.

I padri della Costituente in Italia o i fondatori del progetto di integrazione europeo hanno investito grandissime energie ideali, canalizzato aspettative di massa, dato risposte al bisogno di riscatto nato dalla tragedia della guerra. Lo hanno fatto immaginando un futuro, definendo dei valori fondamentali sui quali i popoli europei avrebbero costruito una società più equa, più giusta, più pacifica. Una società più umana, che apprendesse le lezioni della storia. Senza una costruzione ideale del genere, nessuna collettività è in grado di vedere al di là del tempo presente, perché ogni individuo, ridotto ad atomo, investirà energia esclusivamente nel proprio ridotto periodo di vita, massimizzando le risorse e contribuendo alla disgregazione del corpo sociale.

Le nostre classi dirigenti utilizzano strategie di gestione del consenso orientate su risultati immediati o di breve periodo, dato che una collettività atomizzata non percepisce più il valore di ciò che supera l’orizzonte individuale. Lo sfruttamento del fenomeno migratorio a fini elettorali, attraverso un linguaggio teso a procurare allarme che ossessivamente grida all’invasione in atto, alla perdita di identità, all’imbastardimento etnico, è il paradigma perfetto di questa tendenza. Ed è un pessimo segnale, perché l’unico modo sensato di affrontare la questione epocale delle migrazioni umane su scala continentale sarebbe ripensare alla radice il rapporto fra l’Europa e l’Africa, o se preferiamo, fra il centro e la periferia dello sviluppo. Un ripensamento di modelli economici, di relazioni internazionali, di strutture sociali che richiederebbe una visione e dei valori di un respiro così ampio da rimettere in discussione molte cose, a partire dall’idea del Mediterraneo come frontiera, piuttosto che come fulcro di una storia secolare e comune.

Ma le grandi dinamiche storiche richiedono, per essere accompagnate e gestite, tempi lunghi. Tempi che spesso abbracciano più generazioni e che la turbopolitica non comprende, e non vuole comprendere. Ai Salvini in felpa non interessano i destini dei popoli, i tempi del loro linguaggio politico sono nanosecondi, paragonati alla Storia. Questa forma di comunicazione politica è sintomo della mancanza di lungimiranza e della paura, dove individua il nemico da combattere nei disperati e negli ultimi, piuttosto che nelle storture che ne generano la proliferazione. E indica la “soluzione” nella guerra fra poveri, sobillata tramite la costruzione di un linguaggio retrogrado ed elementare contro l’immigrazione, utile esclusivamente allo sfruttamento in termini di consenso del conflitto immaginario fra un Paese che si percepisce impoverito e i derelitti dell’altra sponda del Mediterraneo.

Qualcuno ha detto che la politica internazionale è intrinsecamente gestione dell’emergenza. Eppure, in un sistema internazionale che tende all’aggregazione multipolare, l’Europa nel suo insieme può rappresentare uno di questi poli e avere il peso geopolitico necessario a costruire politiche di cooperazione di lungo periodo. Ma questo soltanto a patto di riuscire ad unire i popoli europei su valori alternativi alla rinascita feroce di opposti nazionalismi, nutriti dalla paura che serpeggia in un continente che si sente vecchio e sotto assedio. Perciò, o gli Stati europei scelgono di superare le chiusure e gli egoismi nazionali, costruendo un’Unione che sia capace di incarnare quei valori che abbiamo chiamato universali senza avere il coraggio noi stessi di applicarli pienamente, o andranno incontro al definitivo fallimento del progetto comunitario e all’irrilevanza geopolitica. La politica della paura, declinata in varie forme nelle nazioni europee, assecondata da molti governi timorosi di perdere consensi, funzionando da valvola di sfogo di tensioni accumulatesi in sette anni di crisi economica, rischia di essere il principale strumento della conservazione di sistemi sociali diseguali sul piano nazionale, e di rapporti internazionali sbilanciati sul piano internazionale: evitiamo questo errore, sarebbe di portata storica.

[1]              Ultimi dati disponibili, ISTAT, anno 2013

[2]              Rilevamento IPSOS MORI per The Guardian, pubblicato in ottobre 2014 – https://www.ipsos-mori.com/researchpublications/researcharchive/3466/Perceptions-are-not-reality-Things-the-world-gets-wrong.aspx

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