L’economia dell’immigrazione e la ricchezza della diversita’

di Raoul Minetti.

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Questo articolo conclude la serie di articoli pubblicati da iMille in luglio sul tema dell’immigrazione, come prosecuzione del dibattito di Milano del 6 luglio “E’ anche la mia citta’. Immigrazione e integrazione nell’Italia che cambia”.

La vulgata anti-immigrati si incentra di frequente sulla tesi che l’immigrazione sottrae risorse alle comunita’ locali, specialmente riducendo il numero di lavori disponibili per i lavoratori autoctoni e deprimendo le loro remunerazioni. Un argomento di “crowding out” ovviamente di facile presa, soprattutto in un Paese come l’Italia che sta uscendo da due decenni di stagnazione economica e da una crisi violenta che ha eroso il benessere della classe media.

In realta’ numerosi studi economici hanno mostrato nel corso degli anni che questo argomento cosi’ popolare ha dubbio fondamento scientifico. Buona parte del dibattito economico si e’ incentrata sugli effetti che l’immigrazione ha sull’offerta di lavoro nelle comunita’ locali. Vari studi hanno mostrato che l’impatto dei flussi migratori sull’offerta di lavoro e sulle remunerazioni dei lavoratori autoctoni e’ spesso quantitativamente modesto, sicuramente non tale da giustificare allarmismi xenofobi. In una nota rassegna dei lavori empirici, Friedberg e Hunt (1995) conclusero che l’impatto dell’immigrazione sui salari dei lavoratori autoctoni e’ molto contenuto (un incremento del 10% della frazione di immigrati nella popolazione ridurrebbe i salari degli autoctoni al piu’ dell’1%). Usando rigorose metodologie econometriche (tese a evitare classici problemi di endogeneita’ dei flussi migratori), David Card (2001) (economista del lavoro a Berkeley) corroboro’ successivamente le conclusioni di Friedberg e Hunt. Le sue stime suggerivano che i flussi migratori verificatisi negli Stati Uniti tra il 1985 e il 1990 produssero riduzioni nel tasso di occupazione dei lavoratori autoctoni inferiori all’1% e riduzioni dei loro salari inferiori al 3%.

Il dibattito sugli effetti dell’immigrazione tramite l’offerta di lavoro non si e’ comunque mai sopito in anni recenti. Sul fronte delle analisi piu’ pessimistiche, va annoverata una serie di analisi economiche che ha preso le mosse da George Borjas (2003), studioso della Kennedy School di Harvard. Per fissare le idee, potremmo sintetizzare il messaggio di questi lavori come “l’immigrazione va vista come un conflitto tra i lavoratori meno qualificati”. Nel suo studio del 2003, Borjas mostro’ per gli Stati Uniti che, se si guarda al segmento di lavoratori con piu’ basso livello di istruzione (i piu’ esposti alla concorrenza degli immigrati), sembrerebbero in effetti riemergere effetti negativi piu’ consistenti dei flussi migratori. Per la precisione, usando dati censuali, Borjas documento’ una contrazione (nel breve periodo) del 3% del potere d’acquisto dei salari dei lavoratori statunitensi tra il 1980 e il 2000 attribuibile alla concorrenza degli immigrati. Tuttavia, se ci si concentrava sui lavoratori autoctoni senza diploma di scuola superiore, si otteneva una piu’ consistente caduta del 9% del potere d’acquisto dei loro salari. Un effetto certamente non banale.

Sul versante degli studi piu’ ottimistici, una risposta a Borjas e’ venuta di recente da un gruppo di lavori la cui tesi si potrebbe sintetizzare come “l’immigrazione genera ricchezza grazie alla diversita’”. In un articolo pubblicato nel 2012, Giovanni Peri e Gianmarco Ottaviano sono partiti dall’osservazione che gli immigrati portano spesso nelle comunita’ locali nuove competenze e conoscenze a tutti i livelli che si rivelano complementari rispetto alle competenze dei lavori autoctoni. Questo incrementa la produttivita’ di mestieri e professioni svolte nelle comunita’ locali e di conseguenza anche le remunerazioni dei lavoratori autoctoni. In altre parole, secondo questi lavori, focalizzarsi solo su aspetti di “crowding out” (gli immigrati competono con – e spiazzano – i lavoratori autoctoni che svolgono lo stesso mestiere) porta ad ignorare importanti effetti di “fertilizzazione incrociata”: gli immigrati non hanno un profilo di competenze e culturale identico ai lavoratori autoctoni e proprio la loro diversita’ incrementa la produttivita’ dei lavoratori autoctoni. Ottaviano e Peri calcolano che, tenendo conto di questi effetti, i flussi migratori verificatisi negli Stati Uniti tra il 1990 e il 2004 hanno incrementato (non ridotto) il salario medio dei lavoratori statunitensi dell’ 1.8% (mentre il salario dei lavoratori con piu’ basso livello di istruzione si e’ si’ ridotto a causa dei flussi migratori, ma solo dell’1.1%).

Come visto, buona parte del dibattito economico ha fatto perno in passato sugli effetti dell’immigrazione tramite l’offerta di lavoro. Di recente alcuni economisti hanno pero’ cominciato a chiedersi se l’immigrazione possa avere un impatto positivo sulle comunita’ locali incidendo sulla domanda di lavoro. Ancora una volta, il messaggio di questi studi puo’ essere condensato come “l’immigrazione genera ricchezza grazie alla diversita’”. Un studio pubblicato in aprile dall’ NBER ad opera di John McLaren (docente all’Universita’ della Virginia) e Gihoon Hong (Indiana University) ha appunto allargato lo sguardo oltre gli effetti sull’offerta di lavoro e investigato l’impatto che i flussi migratori hanno sulla domanda di lavoro. La tesi di fondo e’ di nuovo che l’immigrazione aumenta il grado di diversita’ nelle comunita’ locali e questa diversita’ si trasforma in ricchezza anche per i lavoratori autoctoni. Piuttosto che guardare pero’ all’ampliamento del set di competenze e conoscenze, Hong e McLaren (2015) enfatizzano che l’immigrazione produce un incremento nella richiesta dei servizi locali la cui domanda e’ strettamente legata alla dimensione della popolazione locale. I flussi migratori producono una espansione nella gamma e diversita’ dei servizi offerti e questa espansione (se sufficientemente robusta) puo’ a sua volta determinare un aumento dell’occupazione e del potere d’acquisto dei salari dei lavoratori autoctoni. Una conclusione che addirittura ribalta i termini della questione: non solo, come si e’ visto, e’ dubbio che l’immigrazione danneggi i lavoratori locali, ma potrebbe addirittura arrecare loro un beneficio, se si prendono in considerazione anche gli effetti sulla domanda di lavoro. Nelle parole di McLaren e Hong “1000 nuovi immigrati potrebbero portare alla creazione di piu’ di 1000 posti di lavoro a livello locale” (per la precisione, dalle loro stime, 1000 nuovi immigrati possono generare circa 1200 nuovi lavori nella comunita’ locale, piu’ del 60% dei quali nel settore dei servizi; e determinare anche un aumento, seppur contenuto, dei salari dei lavoratori autoctoni).

Le analisi economiche suggeriscono che gli argomenti spesso usati contro l’immigrazione nel dibattito politico (“gli immigrati ci portano via lavoro e deprimono i nostri redditi”) hanno discutibile, se non scarso, fondamento scientifico. Gli effetti dell’immigrazione su occupazione e redditi dei lavoratori autoctoni possono essere addirittura positivi. Questo sia perche’ gli immigrati ampliano lo spettro di conoscenze e competenze (incidendo positivamente sulla produttivita’ dei lavoratori autoctoni) sia perche’ l’immigrazione puo’ ampliare la gamma di servizi offerti a livello locale. La “diversita’” degli immigrati, lungi dall’essere un pericolo, puo’ essere una fonte di ricchezza e un motore del rilancio del nostro Paese.

Referenze

Borjas, G. (2003) “The Labor Demand Curve is Downward Sloping: Reexamining the Impact of Immigration on the Labor Market.” Quarterly Journal of Economics 118, pp. 1335-1374.

Card, D. (2001) “Immigrant Inflows, Native Outflows, and the Local Market Impacts of Higher Immigration.” Journal of Labor Economics 19, pp. 22-64.

Friedberg, R. M., and Hunt, J. (1995) “The Impact of Immigrants on Host Country Wages, Employment, and Growth.” Journal of Economic Perspectives 9, pp. 23-44.

Hong, G. and McLaren, J. (2015) “Are Immigrants a Shot in the Arm for the Local Economy? NBER Working Paper 21123, Boston.

Ottaviano, G. and Peri G. (2012) “Rethinking the Effects of Immigration on Wages.” Journal of the European Economic Association 10, pp. 152-197.

 

3 Commenti

  1. pgc

    Tutto giusto, Minetti, però vorrei porle una domanda.

    Tutti questi studi si basano sulla realtà americana. che tende ad assorbire un numero non indifferente di immigrati “skilled”, cioè in base alle loro competenze.

    Quanto si applicano quindi questi risultati a quella italiana, che – mi sembra – favorisce un’immigrazione generica, basata spesso sulla mancanza di particolari capacità professionali (ho scritto un altro commento in merito recentemente).

    Se le conclusioni di Borjas per esempio sono vere per il mercato americano del lavoro (calo dei salari del 9% tra i lavoratori senza diploma superiore) come vanno riviste per quello italiano? Non sarà che si ripetessero le stesse analisi in Italia ne scaturirebbe un quadro piuttosto diverso?

  2. flavio

    bene, può essere che in america “gli immigrati portano spesso nelle comunita’ locali nuove competenze e conoscenze a tutti i livelli che si rivelano complementari rispetto alle competenze dei lavori autoctoni. Questo incrementa la produttivita’ di mestieri e professioni svolte nelle comunita’ locali e di conseguenza anche le remunerazioni dei lavoratori autoctoni”, ma noi siamo pronti a questo tipo di integrazione?

    a me sembra invece che abbiamo lavori fondati sul “si è sempre fatto così”, e non abbiamo assolutamente alcuna intenzione di cambiare, men che mai se arriva un immigrato a dirci che si può lavorare meglio facendo diversamente

    se anche, invece che disperati, arrivassero grandi luminari della scienza, o top manager, o piloti d’aereo o che altro non solo i leghisti-nazisti-razzisti-omofobi-e-chi-più-ne-ha-più-ne-metta, ma anche gli Illuminati di sinistra e sindacalisti siamo sicuri la prenderebbero così bene che, in un sistema con le carriere decise dall’anzianità, per non dire dal nonnismo, scendesse uno da un barcone e andasse dritto a fare l’amministratore delegato delle ferrovie? o il giudice alla corte costituzionale? o il professore universitario? fino anche solo al capuffico/capofficina o direttore del negozietto sotto casa, scavalcando tutti quelli che si sono fatti anni leccando posteriori?

  3. Vl

    la maggioranza degli immigrati lavorano a nero o non lavorano.
    quindi qualcosa non quadra… fino a prova contraria le statistiche si possono fare con dati conosciuti e il lavoro sommerso come si può valutare chiedendo i libri contabili alle varie mafie, o mi sbaglio?

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