Si può finire a vivere un futuro senza vita?

di Gianmarco Capogna

Immigrati Lampedusa by Vito Manzari

Immigrati Lampedusa by Vito Manzari

Il dibattito ricco e variegato che si è svolto su iMille intorno al tema dell’immigrazione è stato uno spunto per provare ad affrontare tali questioni anche nell’ottica di una riflessione in merito alle condizioni di vita (o forse sarebbe meglio dire non-vita) che le persone migranti trovano in Italia.

Il 2014 si è chiuso con oltre 100mila sbarchi e migliaia di persone morte nel Mediterraneo. Sono persone che hanno affrontato una discesa all’inferno nella speranza di una vita diversa, rivendicando il diritto ad avere ma soprattutto a potersi costruire un futuro e che spesso, se sopravvissuti, si sono ritrovati a vivere un futuro senza vita.

Immigrati, migranti, clandestini e rifugiati finiscono in un calderone indistinto il cui fuoco viene alimentato da una progressiva radicalizzazione di alcune forze politiche che al grido di “Prima gli italiani” acuiscono una guerra tra poveri. Non è un caso che anche una parola inizialmente neutra come straniero si stia gradualmente indirizzando verso la rappresentazione di una serie di stereotipi legati alla diversità etnica e razziale in senso negativo.

Secondo gli studi realizzati dall’UNAR e pubblicati nel dossier statistico sull’immigrazione 2014, finito di stampare l’ottobre scorso, l’incidenza degli stranieri residenti in Italia è pari all’8,1% rispetto alla popolazione italiana. Un dato che è leggermente al di sopra della percentuale europea che nella sua complessità si ferma al 7%. All’interno del panorama nazionale il 52,7% sono donne e i minori sono oltre un milione rappresentando un’incidenza del 9% sulla popolazione scolastica complessiva[1]. Tutto ciò può darci i contorni del fenomeno migratorio che l’Italia si trova ad affrontare e che spesso diventa il terreno di speculazioni politiche. Un fenomeno che è sempre esistito e che è diventato un problema, una criticità, a causa di una politica che, a livello nazionale ed europeo, non ha saputo gestire tale processo.

La Bossi-Fini, varata nel 2002, ha determinato un forte limite alle politiche di accoglienza che il nostro Paese avrebbe dovuto mettere in atto di fronte alla crescita del flusso migratorio tanto che lo stesso Parlamento europeo approvò una risoluzione, nell’ottobre 2013, che chiedeva all’Italia di modificare la propria normativa, specialmente in riferimento alle sanzioni previste a chi soccorreva i migranti in mare.

Il susseguirsi nello scorso decennio di governi di centrodestra, l’esplosione della crisi economica contemporaneamente al riaccendersi di focolai di guerra nei Paesi del Sud del Mondo, con conseguenza l’aumento dei flussi migratori verso il Nord, non hanno facilitato l’approvazione di misure di accoglienza e solidarietà sociale che sono invece prassi consolidate in altri Stati. A questo si aggiunge una riflessione sulla cittadinanza e sul dibattito, la cui qualità discutibile, che molto timidamente si è messo in moto nell’ultimo periodo.

I migranti che arrivano in Italia cercano un futuro ma spesso ottengono solo un futuro senza vita, sono etichettati come diversi e a volte diventano il capro espiatorio, il nemico oggettivo, come ce lo ha presentato Hannah Arendt nel suo Le origini del Totalitarismo, rei di colpe e reati che nemmeno conoscono.

In tutto questo chi arriva in Italia incontra mille difficoltà in un Paese che è ancora soffocato dalla crisi e che ha speculato molto sulla vita dei migranti, come è apparso chiaro dalle indagini di Mafia Capitale, finendo anche a ritrovarsi in condizioni di vero e proprio sfruttamento lavorativo per pochi euro al giorno. E chi nella vita ha conosciuto la fame e la guerra, chi ha deciso di scendere all’Inferno nella speranza di non poter cadere più in basso, accetta anche queste situazioni disumane. Lo fa magari per i suoi figli, per permettergli un futuro migliore, diverso; per farli andare a scuola e farli sentire meno stranieri e più italiani. Ma italiani lo saranno solo dopo tantissimi anni e varie peripezie, perché per noi la cittadinanza è ancora qualcosa che si valuta secondo il sangue e non secondo l’appartenenza o meno alla comunità.

E allora chi di noi sarebbe disposto a vivere un futuro senza vita? Perché non è vita quella che gli stranieri spesso si trovano ad affrontare. La politica è chiamata ad un atto di responsabilità che possa riproporre anche in Italia i modelli che sono risultati vincenti nelle altre realtà per assicurare accoglienza e uguaglianza, ma soprattutto dignità. E deve farlo partendo dalla cittadinanza e dai bambini: i più giovani, italiani o stranieri che siano, rappresentano il futuro, o meglio l’investimento nel futuro che un Paese come l’Italia, che tende ad essere vecchio (in riferimento al tasso di natalità), deve assolutamente considerare e incrementare. Per questi motivi bisogna dare seguito a campagne come quella de L’Italia sono anch’io che chiedeva una riforma della cittadinanza affinchè chi nasce nel nostro Paese sia italiano sin da subito. Per azzerare le discriminazioni e le diversità negative e creare una nuova generazione melting-pot, cosmopolita, che favorisca l’arricchimento culturale ma che soprattutto getti le basi per riportare l’Italia ad essere crocevia accogliente di culture e non capitale del razzismo, come invece le indagini europee sembrano far trasparire.

Nessuno deve vivere senza possibilità di decidere del proprio futuro, l’autodeterminazione in questo senso è il diritto umano per eccellenza. Un diritto che si declina con le parole libertà, speranza e dignità.

[1] Tutti i dati percentuali sono ripresi dal Dossier Statistico Immigrazione 2014 – Rapporto UNAR dalle discriminazioni ai diritti

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