L’imprenditoria immigrata. Risorsa di crescita, sviluppo ed integrazione

di Andrea Ganzaroli.*

Scuola edile - Fillea Roma e Lazio

Scuola edile – Fillea Roma e Lazio

In Italia, come in altri Paesi sviluppati, l’imprenditorialità immigrata rappresenta una realtà sempre più significativa e il cui potenziale di crescita, sviluppo ed integrazione è spesso sottovalutato. I dati pubblicati nell’ultimo rapporto (2015) sull’economia dell’immigrazione della Fondazione Leone Moressa ci danno alcune indicazioni di partenza su cui cominciare a riflettere. Il numero di imprenditori immigrati registrati alla camera di commercio nel 2014 è di 630.000, pari all’8,3% del totale ed in crescita del 3,8% rispetto al 2013 e del 21,3% rispetto a cinque anni fa. Negli ultimi 5 anni, al contrario, la popolazione di imprenditori autoctoni si è ridotta del 6,9%. Le imprese condotte da stranieri sono 524.000, pari all’8,7% del totale delle imprese registrate. La quasi totalità (94,1%) è esclusiva conduzione straniera.

La maggioranza degli imprenditori e delle imprese straniere opera nelle regioni del nord e del centro. Nello specifico le 5 regioni dove la presenza di imprenditori ed imprese straniere è maggiore, anche se con ordine diverso nei due casi, sono: Lombardia; Lazio; Emilia Romagna; Toscana; e Veneto. La maggioranza degli imprenditori immigrati sono nati rispettivamente in Marocco (69.182 pari a 10,9% del totale degli imprenditori immigrati), in Cina (62.555 pari al 9,9%), in Romania (60.868), in Albania (39.038) ed in Svizzera (36.428). I settori in cui operano con maggior frequenza gli imprenditori stranieri sono il commercio (218.170 pari al 34,5% del totale), le costruzioni (140.438), i servizi alle imprese (98.332) e la manifattura (64.074). Lo stesso vale per le imprese condotte da stranieri, che operano prevalentemente nei settori del commercio (188.038; 35,8%), delle costruzioni (127.597; 24,3%) e dei servizi (114,069; 21,7%). Infine, se si guarda alle variazioni, le regioni dove l’imprenditoria immigrata cresce maggiormente sono Campania (+8,6%), Lazio (+7,9) e Calabria (+5,5). I Paesi di nascita che hanno tassi di crescita maggiore sono: Bangladesh (+19,2%), Senegal (+7,3) e Egitto (+6,2).

I dati della Fondazione Leone Moressa confermano che l’imprenditoria immigrata in Italia è una realtà significativa e molto dinamica. Si concentra prevalentemente in alcuni regioni, dove la ricchezza e la dimensione industriale e produttiva è molto più sviluppata. Ma si sta espandendo ad altre regioni del sud, dove gli imprenditori immigrati sembrano trovare nuove opportunità imprenditoriali da cogliere. La propensione all’imprenditorialità non è eguale tra i Paesi di nascita degli imprenditori immigrati. I Paesi con un maggiore tasso di imprenditorialità calcolato rispetto al totale delle popolazione presente nel territorio italiano sono il Bangladesh (33%), Egitto (29%), Cina (28%), Marocco (16%), di molto superiore a Paesi come Romania (6%) e Albania (8%) che rappresentano la maggioranza della Popolazione residente in Italia. Infine, il confronto tra i saldi riferiti all’imprenditoria autoctona ed immigrata per settore, evidenzia che non c’è diretta competizione tra le due popolazioni imprenditoriali. Commercio e costruzioni sono i due settori, insieme all’agricoltura, dove il saldo imprese italiane iscritte e cessate è maggiormente negativo. Inoltre, il saldo positivo delle imprese immigrate, anche se entrambe i settori sono in forte contrazione, compensa solo in minima parte il vuoto di offerta generato dall’elevata mortalità delle imprese autoctone. Per cui, è difficile ipotizzare l’esistenza di un’intensa competizione tra questi due popolazioni d’imprese. L’unico settore dove si registrano saldi attivi per entrambe le popolazioni è i servizi. Anche in questo caso, però, è ipotizzabile, ma andrebbe verificato, un diverso posizionamento delle imprese italiane, più su segmenti ad elevato valore aggiunto, e delle imprese immigrate, più su servizi a basso valore aggiunto.

Non ci si può però limitare a guardare la fotografia di un fenomeno per governarlo. Se si guarda all’esperienza di altri Paesi, che prima di noi hanno vissuto il fenomeno dell’immigrazione e dell’imprenditorialità immigrata, è evidente come quest’ultima possa rappresentare un importante volano della crescita ed integrazione. L’esperienza statunitense, ad esempio, ci insegna che una buona parte delle start up tecnologiche nella Silicon Valley sono immigrate ovvero sono state avviate da immigrati o la maggioranza delle posizioni di governo sono occupate da immigrati. In questa prospettiva, un ruolo chiave è stato svolto dalla competitività del sistema universitario, che è stato in grado di attrare immigrazione qualificata ed ad elevato potenziale di crescita.

È improponibile e sarebbe sbagliato voler imitare la Silicon Valley. Lo era quando abbiamo creduto che bastassero alcuni parchi tecnologici e incubatori per trasformare l’Italia da Paese a manifattura tradizionale a Paese hi-tech. Lo sarebbe se ci limitassimo ad aumentare l’internazionalizzazione della nostra università nella speranza di alimentare lo start up di imprese immigrate ad elevato potenziale tecnologico. Al contrario, bisogna imparare a riconoscere quali sono i propri punti di forza e fare leva su di essi per favorire una crescita virtuosa dell’imprenditoria immigrata. A questo proposito, i nostri principali punti di forza sono il gusto estetico e una superiore qualità della vita che sappiamo trasferire nei nostri prodotti che esportiamo in tutto il mondo. Il caso dell’imprenditoria cinese in Italia, al di là di tutte le sue deviazioni ampiamente documentate da media nazionali ed internazionali, può rappresentare una caso interessante a cui guardare per capire come lo sviluppo dell’imprenditoria immigrata possa contribuire a rafforzare il posizionamento competitivo dei nostri territori e delle nostre (piccole e medie) imprese. Infatti, gli imprenditori cinesi, diversamente da tutti gli altri imprenditori immigrati, sono fortemente presenti nella manifattura e più specificatamente nel settore della moda. Entrati per far fronte al vuoto di offerta di subfornitura autoctona, oggi si stanno spostando nella fasi più a valle della catena del valore operando autonomamente nei mercati internazionali. La loro presenza nei distretti italiani a favorito l’adozione di alcune innovazioni, quali quella del pronto modo, che hanno contribuito a rinnovare il successo e la competitività della moda italiana. Diversamente dalle imprese multinazionali, che inseguono le opportunità offerte dal mercato globale, le imprese immigrati cinesi hanno un forte radicamento territoriale. I distretti, per loro, rappresenta un’importante fonte di conoscenza sui trend tecnologici e di mercato. Non solo.

Com’è successo nella Silicon Valley, lo sviluppo delle imprenditoria immigrata cinese sta dando forma rete imprenditoriali transnazionali, che si sviluppano tra le comunità cinesi. Queste reti transnazionali potrebbero rappresentare un’importante risorsa per lo sviluppo dell’imprenditoria italiana, fornendo accesso a mercati internazionali a forte crescita. Il problema è che è oggi rapporto tra imprese autoctone e immigrate cinesi nel settore della moda è ai minimi termini. L’azione politica, perciò, dovrebbe essere orientata a favorire la rinascita di quelle relazioni trans-culturali che hanno favorito la collaborazione e l’innovazione tra le imprese nella fase seminale dello sviluppo dell’imprenditoria cinese. Questo significa, da una parte, saper garantire il rispetto delle regole per evitare recriminazioni sulla natura sleale delle competizione, ma anche costruire spazi di condivisione e collaborazione dove imprese cinesi e italiane possano imparare a lavorare assieme mettendo a valore comune le rispettive diversità e complementarietà.  

* Universita’ di Milano e Direttivo, Fondazione Leone Moressa

 

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