Il mio voto di pancia al referendum? Eccolo

di Lorenzo Gasparrini.

Banchetto by famaleonis

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Per il prossimo referendum del 4 dicembre, si sono dichiarate per il NO tutte le formazioni di destra, dal M5S ai moderati conservatori, dai neofascisti e leghisti. E sono per il NO anche coloro che, a sinistra o dove altro vogliono, sono attualmente esclusi dal potere di governo: D’Alema, Fini, Vendola, Civati. Lo spettro di cosa potrebbe esserci dopo l’attuale governo è davvero pauroso. A favore del SI c’è ovviamente l’attuale governo e altri personaggi di destra: Alfano, Lupi, Tosi, Casini e gente che produce imbarazzanti manifesti rosa dove «è importante per le donne dire sì».

Due fronti inquietanti entrambi, perché li tiene insieme una cosa davvero pochissimo politica: il miraggio di sbarazzarsi di Renzi o la possibilità di stargli appresso ancora un po’. È stato il premier a mettere nel montepremi del referendum costituzionale la prosecuzione del suo governo, e tutti quelli che non sono presidenti del consiglio si stanno impegnando per vincere il premio. Dalla sua parte Mario Segni, che se n’è uscito con la battuta del «torneremmo indietro di trent’anni»: in un paese geneticamente conservatore e tradizionalista come il nostro è molto più di un autogol. E meno male che di referendum dovrebbe saperne qualcosa.

Chiudo gli occhi sulla politica nazionale e li riapro sul mio comune, sull’amministrazione della mia città. La stanno governando da mesi i più accaniti sostenitori del NO – governando per modo di dire: non stanno facendo niente, a parte intestarsi opere e progetti altrui e dire NO a qualsiasi decisione. L’unica cosa che succede è il continuo sgombero coatto di centri sociali e spazi occupati, proseguendo l’azione del prefetto che c’era prima a fare le veci di sindaco. Almeno quegli spazi qualcosa la facevano, ossia svolgere funzioni che nessuna amministrazione è riuscita a rendere un servizio a cittadini e cittadine: centri antiviolenza, consultori, spazi per culture non commerciali, spazi di discussione politica civile e locale.

Quelli che invece sarebbero per il SI sono ancora commissariati e alle prese con imbarazzanti processi – e a praticare una molto matura critica basata sullo “gne gne gne” nei confronti del loro ex sindaco, che riceverebbe oggi da solo più consensi di tutto il loro partito.

Cosa dice la mia pancia? La pancia mi dice di entrare in cabina, il 4 dicembre, e scrivere sulla scheda elettorale ciò che mi sta realmente a cuore perché è quello che mi fa sentire più sicuro e fiducioso, quello su cui baserei ogni progetto, quello che mi regala da tanto tempo ben più che una speranza nel futuro.

Disegnerei un mezzo campo di calcio e scriverei la formazione-tipo della Roma del 1983: Tancredi, Oddi, Nela; Ancelotti, Falcao, Maldera; Conti, Prohaska, Pruzzo, Di Bartolomei, Iorio. Tanto c’entrerebbe, la scheda sarà enorme.

La tentazione è forte, perché tutto sparirà nel prossimo gorgo di chiacchiere e populismo. Qualcuno esperto di trivelle è rimasto? Qualcuno se n’è fregato più degli argomenti dello scorso referendum?

A furia di fare le cose con la pancia adesso ci troviamo di fronte un referendum senza senso. Quelli che voteranno dopo aver preso le giuste informazioni per maturare una decisione (per esempio, io) saranno numericamente surclassati da quelli che andranno a fare – per i propri interessi immediati e a breve termine – un gesto di approvazione o rigetto dell’attuale governo. E questo per colpa di chi predica da anni l’uso della pancia invece del cervello, praticando demagogia spicciola e relegando al margine del dibattito politico, con ogni mezzo, chiunque provi a inserire un minimo di cultura politica, di consapevolezza, di partecipazione non passiva. Sì, perché decidere con la pancia in un referendum, come in ogni altro tipo di votazione, non è partecipare alla democrazia, ma regalare a qualcuno l’opportunità di farsi gli affari suoi.

Con la pancia ci faccio i barbecue, i picnic, le feste per i bambini. Per il resto uso cervello e mani per informarmi, per fare politica dove c’è ancora uno scambio di esperienze e competenze, con amici vecchi e nuovi che usano il loro lavoro e il loro tempo verso la comunità di appartenenza, verso gli altri, «sempre nello stesso tempo come un fine, e mai unicamente come un mezzo». Le mie scelte politiche conteranno anche dopo che sarà passato l’effetto del “voto di pancia”. È il caso di cominciare a smettere di usare organi che non sono fatti per pensare, quando c’è da decidere del futuro di tutti; e di pretendere, da chi invita a farlo, che smetta anche lui.

 

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