L’emergenza del Liceo Marconi di San Miniato, una storia da cui imparare

di Francesco Rocchi.

Torre di Federico II : Panorama, San Miniato by Jacqueline Poggi

Torre di Federico II : Panorama, San Miniato by Jacqueline Poggi

Per la prima volta sono qui a scrivere della mia scuola, il Liceo Marconi di San Miniato, in provincia di Pisa, e dell’emergenza in cui è stata precipitata in questi giorni.

Il Liceo Marconi è una scuola della provincia di Pisa. Un po’ scientifico, un po’ Scienze Umane, è una comunità di quasi settecento persone, tra studenti e personale. Ora è chiuso, per una disposizione d’emergenza del Presidente della Provincia  di Pisa, che a seguito di un controllo dell’edificio scolastico ha trovato che i solai non erano in condizioni idonee a reggere il peso delle classi.

L’ordinanza è del 20 ottobre, con effetto già dal 21. La riapertura della scuola è stata stabilita per il 2 novembre, ma ovviamente non nella stessa sede di prima, che ora è un cantiere, bensì nell’altra scuola superiore della città, l’Istituto Cattaneo, dove gli studenti faranno turni pomeridiani finché non sarà attrezzato e messo a norma un edificio per il quale la Provincia di Pisa, nel momento in cui scrivo, sta contrattando l’affitto con la società che ne ha la proprietà. Si spera che questi lavori non durino più di tre settimane, massimo un mese, ma certezze solide non ve ne sono. Nel frattempo, la chiusura di un edificio ha sconvolto le attività di due scuole, le uniche superiori peraltro presenti nella cittadina, visto che anche il Cattaneo deve fare corpose rinunce per adattarsi ad accogliere questo ospite imprevisto.

Ora sui giornali locali non si parla d’altro. I genitori sono legittimamente preoccupati ed infuriati, mentre i docenti sono anche stupefatti, e per una ragione precisa: per il Liceo Marconi questo è un deja vu.

Il Liceo Marconi aveva infatti una sua storica sede in quello che circa otto anni fa si avviava a diventare il polo scolastico del comune e delle città circonvicine. Nel 2008 questa sede però venne trovata inidonea e bisognosa di lavori. Venne rapidamente chiusa e la scuola si trasferì armi e bagagli in una sede provvisoria in quello che sarebbe dovuto diventare l’interporto dell’industria del cuoio (la principale attività locale), se non fosse che con la crisi del 2007 era diventato un cimitero industriale.

L’edificio doveva essere una soluzione tampone, privo come era di palestra, e di aula magna, tanto che i ragazzi sono stati costretti a svolgere le assemblee d’istituto sui gradini all’aria aperta e con ambienti pensati per ospitare uffici, invece che scolaresche. La Provincia, però, evidentemente poco interessata al fatto che l’edificio sorgesse tra capannoni abbandonati in una zona industriale lontana da tutto, poco tempo dopo lo acquistò per sette milioni  e quattrocentomila di euro, e dei progetti di rinnovamento si smise di parlare, facendo diventare definitivo cioè che doveva essere provvisorio.

Con l’ordinanza del 20 ottobre oggi il ciclo ricomincia. Trattandosi di un edificio nuovo, appena costruito, nessuno si aspettava che presentasse una tale usura, ma tant’è: il Liceo Marconi è di nuovo nomade, e a poco serviranno alla ripresa delle lezioni gli esposti e le denunce che pure Comune e Provincia stanno avviando per contestare i collaudi che erano stati fatti a suo tempo.

Quali sono i danni creati da tutta questa storia? I primi a balzare agli occhi sono quelli finanziari: la Provincia ha speso milioni di euro per una soluzione che dopo neanche dieci anni risulta completamente azzerata, senza contare i 50.000 euro l’anno circa che vengono girati alla società sportiva che gestisce la palestra  (un palazzetto dello sport) presso la quale viene svolta l’educazione fisica, previo trasbordo con due pullman. Con la cifra spesa nel corso degli anni per questo servizio, sarebbe stato peraltro possibile dotare la scuola di una sua struttura, che anche in caso di trasloco sarebbe rimasta a disposizione della popolazione locale.

I danni più importanti sono però quelli inferti alla popolazione studentesca: normalizzando l’emergenza, la Provincia ha costretto per anni gli studenti a studiare in una scuola impropria, con aule di forma irregolare, ambienti talora angusti e laboratori sacrificati, per poi costringerli a migrare di nuovo, un’altra volta in una sede abborracciata.

In altre parole, la storia degli ultimi dieci anni del Marconi è quella di un lungo, inesorabile e micidiale fallimento amministrativo. A farvi da argine ci sono stati soltanto gli sforzi di quelli che la scuola poi l’hanno dovuta far vivere in concreto: i docenti, i quali non hanno mai smesso di portare avanti progetti educativi, scambi culturali, attività di orientamento e, ovviamente, attività didattiche d’aula.

Ci sono delle lezioni da imparare da tutto questo, in primo luogo sulle istituzioni che governano la scuola italiana. Le province sono un ente in “via d’estinzione”, ma in realtà questo è un dettaglio che conta poco: che sia la provincia o il ministero l’autorità di riferimento, rimane che le sorti della scuola sono in mano a istituzioni per le quali il destino di una singola scuola ha un significato molto relativo.

La provincia infatti ha molti compiti e non si occupa solo di edilizia scolastica, né può seguire da vicino la vita di ogni singola scuola. E’ difficile che il disservizio in un singolo paese, pure piccolo, possa giungerle come una priorità, a meno che non scoppi qualcosa di simile ad uno scandalo, come in questo caso, quando il danno è fatto.

Il ministero, per parte sua, è una struttura centralizzata rispetto alla quale una singola scuola è un tassello davvero piccolo rispetto al quadro generale. Per di più, gli uffici regionali e di ambito territoriale non sono enti politici che rispondono direttamente all’opinione pubblica: sono organizzazioni amministrative chiuse la cui reattività ed efficienza sono note a tutti, e non da oggi: quelli che tutti continuano a chiamare “provveditorati” -ché tali sono rimasti, nonostante i cambi di nome- sono uffici pachidermici, spesso mal organizzati e poco consapevoli delle esigenze concrete della scuola: il loro obiettivo è solo tenere insieme una burocrazia di ispirazione napoleonica, ovvero vecchia nell’impostazione di duecento anni.

Di contro i Comuni, che raccolgono e rappresentano invece comunità con un fortissimo interesse nelle scuole sul proprio territorio e che hanno spesso anche un profondo sentimento identitario, sono completamente esclusi da ogni decisione in fatto di edilizia scolastica per le scuole superiori, al contrario di quanto avviene per la scuola dell’infanzia, primaria e media. I comuni, quando si parla di scuole, devono star lì e guardare quello che succede, spesso investiti dalla rabbia di cittadini che hanno poca voglia di studiarsi l’organigramma della PA e si rivolgono legittimamente all’istituzione democratica repubblicana a loro più vicina.

Buon ultimo, in tutto questo, arriva il dirigente scolastico, insieme con i docenti. Pur essendo responsabile in solido della sicurezza delle persone all’interno della scuola che dirige, un preside non ha che poteri minimi nella gestione dell’edilizia scolastica: riverniciare qualche muro e sistemare qualche cavo, al massimo. Attende, sollecita, comunica e tampona come può, ma di fatto un dirigente è solo un ospite della sua stessa scuola.

I docenti dal canto loro non possono che prendere atto delle decisioni prese altrove, spesso apprendendole dai giornali. Non è una situazione piacevole, la loro. Subiscono gli stessi disagi degli studenti, ma sono gli unici realmente sul campo. I tempi dell’amministrazione si misurano in mesi e più spesso anni, ma la giornata la devono salvare gli insegnanti, così come possono, e fondamentalmente con una buona dose di volontarismo: tra impacci burocratici, emergenze varie e regole assurde per la sorveglianza, i margini di manovra sono veramente ristretti, e l’unica cosa che possono fare è prendersi carico delle esigenze degli studenti personalmente, spesso al di là di ciò che il loro contratto di lavoro chiede loro.

La comunità scolastica, come dicevo, la fanno loro, insieme con gli studenti. Ed è perché faccio parte anche io della comunità degli insegnanti del Marconi che scrivo con orgoglio queste parole. In giorni in cui nessuno sapeva dare indicazioni chiare e mentre cominciava la buriana politica, molti docenti del Marconi -così come avrebbero fatto i loro omologhi in ogni parte d’Italia- si sono mantenuti in contatto con gli studenti con tutti gli strumenti possibili: e-mail, Whatsapp, registro elettronico; si sono riuniti a tambur battente per capire e analizzare insieme la situazione, hanno rassicurato e spiegato, e hanno difeso la continuità didattica dei loro studenti. In parole povere, non hanno fatto mancare ai ragazzi quella vicinanza psicologica ed affettiva, facendo sì che non si sentissero lasciati soli dalle istituzioni.

Insieme con la dirigenza, in questo momento stanno vagliando ogni possibile modo di attenuare i disagi, in particolare delle quinte che guardano con ansia agli esami. Non gliene verrà molto, se non il ringraziamento delle famiglie e degli studenti, ma tanto basta.

Se da questa storia infatti potesse venir fuori una lezione chiara su come funzionino oggi le scuole e su quale sia il ruolo degli insegnanti della scuola pubblica, qualcosa di utile da questa storia sarà infine venuto fuori.

 

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