Il turismo è occuparsi del tempo degli altri

di Emanuela Marchiafava.

Castiglione roulotte bar_w

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Al Lingotto di Torino, dal 10 al 12 marzo, i sostenitori della candidatura alla segreteria del PD di Matteo Renzi si riuniranno per scrivere il programma della mozione. Roba noiosa? No, se hai qualcosa da dire, se hai un sapere da condividere o una competenza da mettere a disposizione. Chiunque può partecipare, chiunque poteva inviare nei giorni scorsi il suo contributo scritto. Io l’ho fatto, inviando questa nota sull’attrattività, l’identità territoriale e lo sviluppo turistico e partecipando al tavolo di lavoro su Cultura e Comunità.

Che cos’è il turismo se non occuparsi del tempo degli altri? E che cosa c’è di più politico dell’occuparsi del tempo degli altri? Una volta c’erano le vacanze, un tempo in cui sgravarsi dai pesi quotidiani. Ora invece il viaggio è un’oasi di straordinarietà, dove coltiviamo quella parte di noi stessi che non riusciamo a far crescere nella quotidianità, è un tempo identitario che ci racconta e ci definisce agli occhi degli altri (pensate a chi sceglie di viaggiare a piedi o in bici: più lentamente si attraversa un territorio e più si instaura una relazione empatica col paesaggio e i suoi abitanti).

La tradizione e l’identità territoriale sono inquadrate in una prospettiva distorta quando si lavora sulla promozione turistica, se non ci ricordassimo le parole di Mahler: “La tradizione è custodire il fuoco, non adorare la cenere”. Spesso si parte dal presupposto che l’identità sia una cosa che ha molto a che fare con il passato, poco con il presente, nulla con il futuro. Un’identità triste, un luogo abitato dal rimpianto, da convertire in un’arma ideologica, una forza centripeta che legittima chiusura e autoreferenzialità, per adorare la cenere. Come scardinare questa demagogia? Con il senso di appartenenza. L’identità, in realtà, si evolve continuamente grazie all’interazione tra le persone che scelgono di appartenere a un luogo. È l’appartenenza che custodisce il fuoco e porta nel futuro l’identità che è statica, mentre l’appartenenza è dinamica. Tutta l’Italia è percorsa, da sempre, da flussi migratori: quanti di noi possono dire di essere originari al 100% del luogo in cui vivono? Eppure, questo non ci impedisce di sentircene parte: l’identità sociale deriva proprio dal senso di comune appartenenza. Il punto è centrale, perché declina il senso di accoglienza e la capacità di un territorio di sviluppare un’autentica ospitalità turistica. Solo così si conquista uno dei requisiti fondamentali: l’attrattività. Per attrarre viaggiatori e viandanti, un luogo deve avere la capacità di aprirsi alle altre culture, dando risposte locali a bisogni universali: non basta certo distribuire depliant o pubblicare su Instagram.

Eccoci quindi alla scelta dei protagonisti del racconto del territorio, in un paese dove, come scriveva C. M. Cipolla «Gli italiani sono abituati, fin dal Medioevo, a produrre, all’ombra dei campanili, cose belle che piacciono al mondo». Dobbiamo avere il coraggio di scegliere su cosa puntare, senza abusare della definizione di “eccellenze del territorio” che spesso si usa senza a vanvera, senza che il formaggio o il museo contadino davvero superino tutti gli altri, come la vera eccellenza fa. Bisognerebbe invece studiare e selezionare le unicità, veri attrattori di un territorio, perché si trovano solo lì e solo lì devi andare per scoprirle.

Cosa manca ancora? Le competenze! Per realizzare strade e ponti lavorano gli ingegneri, ma per costruire storytelling e fare destination management ci si rivolge al mondo del no profit! Perché costa molto meno, è sufficiente accordare un contributo all’associazione X e scatta un circolo vizioso micidiale, perché in tal modo restano compresse e sottopagate tante competenze di giovani e donne. Con 200.000 euro si asfalta un solo km. Quanta strada faremmo invece fare alla cultura e al turismo?

In Italia manca la cultura della cultura: la domanda aumenta, ma perché sia un luogo di produzione e non solo di conservazione, l’industria culturale e turistica deve essere oggetto di strategie e investimenti in grado di attrarre capitali privati e produrre reddito diffuso. Cultura e turismo non muoiono mai: semplicemente, si spostano da un luogo all’altro del mondo. Se comprendessimo davvero il loro impatto economico, forse smetteremmo di sprecare tutto questo tempo.

In Italia ci sono 13.000 enti che si occupano di turismo; tutti tranne lo Stato, un’assurdità.

Gli italiani mostrano spesso una fortissima resistenza al cambiamento e lo hanno dimostrato purtroppo anche il 4 dicembre, votando no al referendum costituzionale; con quel voto non è tornata allo Stato la delega per delineare le norme di carattere generale del turismo e della cultura. Venti Regioni e venti leggi del turismo non possono garantire omogeneità e non consentono – se non con molta mediazione- una  strategia nazionale a tutto tondo. Questo però non deve essere un motivo sufficiente per imbrigliare una vera strategia di sviluppo turistico nazionale.

Confucio diceva:

“Quando fai qualcosa sappi che avrai contro quelli che volevano fare la stessa cosa.

Quelli che volevano fare il contrario.

E la stragrande maggioranza di quelli che non volevano fare niente”.

E allora dobbiamo darci anche questa nuova opportunità di cambiare, di migliorare, un passo dopo l’altro, in cammino.

 

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