Unione Europea, leader globale su clima e energia

di Duccio Tenti e Agnese Vitale.

Bhutan: Climate Change by Asian Development Bank

Bhutan: Climate Change by Asian Development Bank

Come indicato nel Libro Bianco della Commissione Europea pubblicato pochi giorni fa, i temi della lotta al cambiamento climatico e della sicurezza energetica sono diventati priorità nell’agenda politica dell’Unione Europea, data la loro ripercussione globale in termini geopolitici, economici e sociali. Oggigiorno trattare di clima e di energia richiede agli attori nazionali ed internazionali di applicare un approccio multidimensionale alla questione, che necessita del supporto di un decision-making quanto più efficiente, di un contributo tecnico-scientifico all’avanguardia e di rapidità nell’implementazione delle decisioni politiche. La sicurezza energetica è un concetto venuto a comprendere non soltanto la certezza dei rifornimenti energetici ma un insieme olistico di misure volte all’efficienza e al risparmio, così come di azioni mirate ad arginare il cambiamento climatico. È ormai consolidato il fatto che entro il 2030 il consumo di energia a livello globale crescerà del 30% rispetto al 2010 e che la competizione per le risorse diverrà sempre più marcata. Lo sfruttamento incondizionato di queste porterà, secondo la European Strategy and Policy Analysis System, alla scarsità di cibo e acqua, la cui domanda nondimeno crescerà del 50% e del 40% rispettivamente. Il cambiamento climatico farà poi da cassa di risonanza a questi fenomeni, accentuandoli e innescando potenziali conflitti e ondate migratorie causate dal peggiorare delle condizioni di vita nelle aree più sensibili. Esiste perciò un legame sempre più stretto tra questioni energetiche e cambiamento climatico, che la Commissione Europea si è impegnata a riconoscere come orientamento di fondo delle sue politiche, rinnovando il suo meccanismo decisionale con il Trattato di Lisbona, con la creazione di una speciale DG Climate Action e da una nuova indipendente DG Energy precedentemente accorpata con la delega ai trasporti. Con la nuova Strategia Energetica l’UE definisce fra le sue priorità l’aumento dell’efficienza energetica, in particolare nei settori industriali ed edilizi, che consumano rispettivamente il 40% e il 25% dell’energia totale europea, e lo sviluppo di energie rinnovabili assieme alla produzione sostenibile di carburanti fossili e dell’energia nucleare.

Il ruolo dell’UE nella lotta al cambiamento climatico

L’UE occupa un ruolo predominante nella governance globale per la lotta al cambiamento climatico. Essa ha giocato un ruolo decisivo nello sviluppo del United Nations Frameworks Convention on Climate Change e, prima dell’Summit sulla Terra di Rio 1992, fu la sola organizzazione a richiedere coraggiosamente di adottare un orizzonte temporale per la riduzione dell’emissione di Co2. L’ UE sta già adottando misure per attuare il suo obiettivo di ridurre le emissioni almeno del 40% entro il 2030 e, a seguito della limitata partecipazione al protocollo di Kyoto e alla mancanza di un accordo a Copenaghen nel 2009, ha lavorato alla costruzione di un’ampia coalizione di paesi sviluppati e in via di sviluppo a favore di obiettivi ambiziosi che hanno determinato il risultato positivo alla COP 21 con la firma dell’Accordo di Parigi. Oggigiorno però l’affermazione della leadership europea nella lotta al cambiamento climatico incontra l’opposizione di una comunità internazionale composta in parte da attori riluttanti al proseguimento di azioni multilaterali per prevenire il cambiamento climatico. Il sistema di governance globale è minacciato dal ritorno in auge di una predilezione diplomatica per azioni unilaterali che, soprattutto riguardo temi transnazionali come clima ed energia, sono destinate al totale fallimento. Molti fra i governi che dovrebbero assumersi le principali responsabilità politche sembrano ignorare le conquiste della diplomazia multilaterale, l’unico strumento adatto ad affrontare le sfide globali del nostro tempo le quali, travalicando i confini geografici, richiedono una lungimiranza politica e una capacità progettuale attualmente non pervenute.

Dal punto di vista regionale la UE è fortemente impegnata sul tema della lotta al cambiamento climatico soprattutto nella sua dimensione mediterranea. Attraverso lo European Neighbourhood Policy, lo strumento che regola le politiche europee di vicinato, e al supporto di partner strategici quali l’Unione per il Mediterraneo, essa si è impegnata a favorire lo sviluppo economico della regione sulla base di progetti economici volti al fine di accrescere una sensibilità climatica nei paesi mediterranei che partecipano dello scenario economico della regione. L’efficacia però di queste iniziative multilaterali è indebolita dall’alta conflittualità della regione, in parte causata proprio dai cambiamenti climatici e dalle loro conseguenze sociali ed economiche catastrofiche. Citando una ricerca del Parlamento Europeo basti pensare al conflitto Siriano, acuito e in parte figlio della gravissima crisi idrica e agricola precedente al 2011, che ha visto il massiccio spostamento di parte della popolazione rurale innescando uno stravolgimento demografico nella regione con conseguente instabilità politica.

Sul piano interno al continente, la Brexit avrà forti implicazioni sia sulla politica ambientale del Regno Unito, il quale da sempre ha partecipato attivamente alla leadership climatica esercitata dall’UE, sia sulla capacità diplomatica comunitaria. L’UE infatti subisce un forte indebolimento nell’arena internazionale rappresentato dal venir meno di un seggio dell’UE al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Da recenti studi emerge come l’uscita del Regno Unito dall’UE renderà più difficile anche per Londra giocare un ruolo di primo piano nella lotta al cambiamento e pare che il governo inglese sia fortemente motivato a aderire, seppur esternamente, al acquis comunitarie dell’UE per quello che riguarda le politiche climatiche. Detto ciò, la divisione di un blocco economico così vasto e così influente in riguardo alle questioni climatiche non farà altro che appesantire quel decision-making e rapidità nell’attuazione, la cui fluidità ed efficienza è il requisito primario per politiche incisive. La Brexit perciò con i suoi due anni di negoziati previsti rallenterà in parte l’agenda climatica globale. Analizzando l’evoluzione delle relazioni transatlantiche, l’azione europea trova però il suo maggior fattore di mutamento soprattutto nell’avvento della nuova amministrazione Trump, che sul tema non ha dimostrato dicerto sensibilità. Le relazioni tra UE e USA riguardo alla governance globale del clima sono sempre state civili ma non esaltanti, sia prima che dopo la mancata ratifica del Protocollo di Kyoto, con la conseguente decisione dell’UE , al Consiglio Europe di Gothenburg del Giugno 2001, di proseguire nella lotta al cambiamento climatico indipendentemente dalla posizione americana. Sotto questo punto di vista la leadership europea pare dunque emergere in modo distinto e soprattutto incoraggiante per tutti coloro che vedono nel cambiamento climatico una priorità del futuro. La posizione americana ha si indebolito l’efficacia della governance globale ma ha anche permesso all’UE di emergere ancor di più quale attore predominante nell’agenda climatica. Questo permetterà di aprire un nuovo dialogo con partner fondamentali, prima fra tutti la Cina, che negli ultimi anni ha mostrato un’accresciuta sensibilità per la questione, seppur con toni modesti. In tal senso la lotta al cambiamento climatico, se seguita da impegni concreti del gigante cinese, potrà fornire una piattaforma di dialogo e cooperazione con risvolti estremamente incoraggianti. La Cina del resto non è del tutto disinteressata a collaborare su tale scenario, data l’ambizione che la spinge ad ottenere un consolidato riconoscimento quale attore essenziale nell’arena internazionale non soltanto da un punto di vista economico e produttivo.

La politica energetica europea tra aspirazioni e fallimenti

Tra le ultime azioni intraprese dall’UE vi è l’inevitabile rafforzamento della dimensione esterna della politica energetica. Sia la Commissione che il Consiglio Europeo hanno più volte riconosciuto, all’interno della nuova Unione energetica annunciata nel 2015, la necessità di una vera e propria diplomazia europea in questo settore, considerando l’espansione e armonizzazione del mercato unico non sufficiente per sopperire alle incombenti sfide geopolitiche. Tutto ciò ha portato alla nascita del Piano d’Azione Europeo per la Diplomazia Energetica, approvato dal Consiglio il 20 luglio 2015. Ma i suoi risultati per il momento sollevano più di un dubbio fra gli studiosi europei e le cause sono sempre le stesse: la permanenza di interessi geopolitici e strategici diversi fra i vari paesi dell’UE e la loro incapacità di comprendere che soltanto un passo in avanti in senso sovranazionale può costituire la chiave di volta per affrontare una questione di portata globale come l’approvvigionamento energetico.

In questo contesto dunque rimane sempre più difficile individuare una politica estera europea dell’energia dalle singole politiche energetiche degli stati membri, che per interessi economici, posizioni geografiche e proprie risorse, tendono a perseguire strategie nazionali piuttosto che comunitarie. Questo perciò indebolisce il ruolo dell’UE, la quale se nella lotta al cambiamento climatico è in grado di esercitare un certo grado d’influenza, non può fare lo stesso nell’arena internazionale delle politiche energetiche in cui emerge invece la necessità di un’azione comunitaria più incisiva. Dinanzi all’emergere di nuovi colossi nazionali con ingenti risorse energetiche e conseguente potere di mercato, gli stati membri possono esercitare soltanto uniti la loro influenza.

L’UE e i paesi membri devono perennemente far fronte al problema centrale dell’approvvigionamento energetico e soprattutto dalla dipendenza, dopo la fine della guerra fredda dalle risorse energetiche russe. Secondo fonti Eurostat in generale la dipendenza dell’UE-28 dall’importazione di energia è cresciuta, passando da meno del 40% del consumo lordo di energia negli anni ’80 al 53,5 % del 2014.L’UE-28 non ha esportatori netti di energia, il 29% di greggio e il 37,5% di gas proviene dalla Russia rendendola il primo partner energetico assieme a nuovi attori quali Nigeria, Kazakhistan e Azerbaigian che provano ad inserirsi quali partner esportatori. La volontà della Commissione Europea di forzare la Russia ad avere un atteggiamento più conciliante sul piano commerciale, anche attraverso interruzioni dei flussi di gas russo per via Ucraina o più in generale di importazioni dalla Russia, si basa sulla convinzione che la cooperazione fra paesi membri europei possa essere sufficiente per sopportare la sospensione dell’erogazione di gas fino a sei mesi e nel fatto che la Russia sia egualmente dipendente dall’Unione per via della rigidità dei gasdotti e di una limitata capacità nel trasporto di LNG (Liquefied Natural Gas). Nel frattempo, tuttavia, i mercati internazionali dell’energia si stanno muovendo e ci spingono a ricercare soluzioni di lungo periodo. Se i grandi esportatori si dirigono verso zone di prospettato maggiore profitto, l’Europa cerca la riduzione del consumo di energia tramite la promozione dell’efficienza, del risparmio e delle rinnovabili, in linea con la leadership nella lotta al cambiamento climatico e allo stesso tempo cerca la diversificazione delle fonti di approvvigionamento. Anche questa strada, tuttavia, non è priva di ostacoli. Tra le maggiori alternative che l’UE sta considerando vi sono i paesi della regione caspica, che potrebbero essere collegati all’Europa tramite la costruzione di un “corridoio meridionale”. Tuttavia, forte è l’instabilità che affligge la vita politica di questi paesi , provati da tensioni geopolitiche, fra cui l’influenza esterna esercitata da Cina, Stati Uniti, Turchia e Iran, e il continuo dibattito riguardo ai confini della regione dopo l’indipendenza dalla Russia. Come soluzione strategica si mantiene anche il Nord Africa, che tuttavia, a partire della Primavere Arabe del 2011, mostra ancora i segni delle rivolte o in certi casi, di piena crisi. Fra i paesi più preoccupanti per quanto riguarda la sicurezza vi sono Egitto e Libia. In altri paesi, invece, come Marocco e Tunisia, l’UE sta sviluppando una sinergia per la transizione verso un’economia energetica sostenibile in linea con gli obiettivi della Dichiarazione di Barcellona e dello European Neighbourhood Policy.

Nel proseguimento della realizzazione di una politica energetica comune, essenziale per il progresso della comunità e per il benessere economico e sociale dei cittadini degli stati membri, l’UE è indebolita dall’atteggiamento riottoso degli stati membri a cooperare in tale settore. Due sono i principali fattori che limitano l’azione europea, uno endogeno e l’altro esogeno. In primis il debole funzionamento del mercato interno che vede ancora attori nazionali gestire le proprie realtà con il consenso della leadership politica, senza favorire ulteriore liberalizzazione e soprattutto armonizzazione. E soprattutto l’instabilità delle regioni confinanti dell’UE che crea quindi una perdurante incertezza nell’approvvigionamento.

Obiettivo futuro, lotta al cambiamento climatico e realizzazione di una politica energetica comune.

Analizzare assieme queste due priorità nell’agenda politica europea, così enunciate dal Libro Bianco della Commissione, permette di comprendere il grado d’interdipendenza che lega la lotta al cambiamento climatico con la politica energetica. Il documento della Commissione Europea del 2014 “ Clima ed energia: obiettivi UE per un’economia competitiva , sicura e a basse emissioni di carbonio entro il 2030” indica come cruciale la questione di bilanciare le politiche energetiche e ambientali dell’Unione con le esigenze economiche degli stati membri. A livello globale, è quanto mai necessario promuovere con leadership l’esigenza del rafforzamento della dimensione multilaterale della lotta al cambiamento climatico, soprattutto in un contesto internazionale oggigiorno destabilizzato da molteplici sussulti nazionalisti e da una diplomazia quanto mai aggressiva. La leadership europea nella lotta al cambiamento climatico deve essere sostenuta da una politica energetica comunitaria che non può essere ostaggio delle singole volontà nazionali non più capaci di far fronte alle nuove sfide globali.

 

1 Commento

  1. Bell’articolo. Rende bene il nulla burocratico dell’ets europeo contro i cambiamenti climatici.

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