Per un approccio toyotista alla scuola: il Kaizen nell’istruzione italiana

di Francesco Rocchi.

Alicanto by Liceo A. Oriani OCCUPATO, (mea culpa)

Alicanto by Liceo A. Oriani OCCUPATO, (mea culpa)

 

Il mese scorso ho provato a suggerire, in maniera molto generale, un possibile percorso di ulteriore riforma dell’istruzione a valle della Buona Scuola. Un ennesimo discorso, quindi, sui massimi sistemi. Quel che vorrei fare ora, invece, è provare a ragionare su quanto si può fare direttamente nelle scuole senza dover passare da alcun decreto o legge o circolare ministeriale.

Tra i problemi della scuola italiana, infatti, non ci sono solo quelli di architettura complessiva o impostazione generale, ma anche quelli spicci e minuti della gestione della quotidianità. Problemi che possono sembrare banali o di scarsa rilevanza, ma che invece hanno conseguenze dirette e importanti nel percorso di apprendimento che viene concretamente fornito ogni giorno a scuola. Ovviamente tali problemi non nascono dal nulla, anzi, sicuramente possono essere ricondotti a quei difetti di fondo cui si accennava prima, ma possono essere in qualche misura affrontati anche “sintomaticamente”, senza risalire ogni volta ab ovo.

E’ per questo che nel titolo ho voluto richiamare il principio del Kaizen. In cosa consiste il Kaizen? La parola è di origine giapponese, ed è il termine con cui la Toyota, da una ventina di anni a questa parte, ha indicato il proprio approccio alla produzione di automobili. In soldoni, Kaizen indica la ricerca spasmodica della qualità -se si vuole, della perfezione- in ogni aspetto del processo produttivo: un’attenzione addirittura ossessiva al dettaglio, al fine di determinare un miglioramento continuo (“miglioramento continuo” in realtà altro non è che il significato letterale di Kaizen).
Per quale è la situazione attuale della scuola italiana, ci sono molti elementi di miglioramento che possono essere introdotti senza grandi sconvolgimenti. Qui di seguito conto di elencarne qualcuno, senza alcuna pretesa di completezza o di organicità, tanto per dare il senso della cosa. Dichiaro preliminarmente soltanto la logica sottostante a queste piccole migliorie: una lezione efficace è uno strumento tanto potente quanto delicato, che mal tollera smagliature e intrusioni. La lezione, qualsiasi forma le si voglia dare, deve essere protetta da tutto.

La prima smagliatura è nel comportamento della classe, che non deve essere rumoroso o distratto. Questo è ovvio ed è il cruccio di ogni insegnante. Quel che è appena meno ovvio è il fatto che distrazione e rumorosità sono direttamente proporzionali alla stanchezza. O meglio: è ovvio anche questo, ma la mia impressione è che fin troppo spesso si pensa di potervi far fronte con un’esortazione alla concentrazione o, peggio, con un rimprovero. La stanchezza, a sua volta, viene dalla mancanza di intervalli. Nella mia esperienza, di intervalli se ne fa invariabilmente uno a mattinata. Non basta, e le ultime ore sono spesso assai poco produttive. La proposta è questa: lasciare un intervallo di dieci minuti dopo la seconda o terza ora, ma inserirne anche uno di cinque minuti alla fine di ogni ora. Se questo significa passare da ore di 60 min a ore di 55, poco male: meglio 55 minuti ben fatti che sessanta sfrangiati.
Questi cinque minuti di pausa non solo offrono un importante sollievo agli studenti, ma a tutta l’organizzazione complessiva.

Con cinque intervalli in cinque ore si può imporre una regola che ad oggi nelle scuole italiane non esiste o è sistematicamente disattesa: non si può stare nei corridoi durante le lezioni. Detto in altro modo, dall’aula non si esce se non per motivi di emergenza o per specifiche necessità indicate dall’insegnante. L’abitudine di andare in bagno durante le lezioni è così radicata che non sembra quasi si faccia più caso a quanto dannosa essa sia: per chi perde facilmente un bel pezzo di lezione, per la perdita del filo della lezione, per il costante uso opportunistico che se ne fa (riposarsi di straforo, evitare interrogazioni, ecc. ecc.). Le scuole italiane rispondono a questo malcostume con la regola -che fa sorridere nella sua inettitudine ed improntitudine- dell’”uscire uno alla volta”. I presidi e i docenti italiani sembrano pensare che avere, che so, cinque studenti che vanno in bagno nei primi cinque minuti di lezione sia peggio che avere una processione di studenti che fanno avanti e indietro mentre la lezione va avanti.
Nota a margine: nell’unico intervallo ora comune nelle scuole, i bagni si intasano regolarmente: gli studenti tornano in classe in ritardo, dopo il suono della campanella, oppure chiedono di uscire non più di un quarto d’ora dopo la fine dell’intervallo, spesso generando il disappunto del docente.

Ho lavorato in scuole pubbliche, private, del centro, del nord e del sud. Non so se nelle isole hanno trovato soluzioni migliori, ma sul continente non ho trovato una scuola che in tutto questa confusione ci trovasse qualcosa di strano. Io ne sono ampiamente stufo.
Potrebbe valere la pena chiedersi come mai questa mia proposta, così banale, non sia già saltata fuori, o almeno non l’abbia mai vista in opera. Sicuramente ci sarà qualche scuola con un approccio illuminato, ma non ne conosco. Per ora mi tengo la sorpresa e la stizza di dover proporre soluzioni così banali (ma necessarie) a problemi così sciocchi.
Ma andiamo avanti. Le interruzioni alle lezioni non si limitano al bagno. Un elemento caratteristico della scuola italiana è la circolare. Le circolari circolano, invariabilmente ed inevitabilmente, in orario di lezione. Non c’è lezione o spiegazione che tenga: quando c’è una circolare, tutto si blocca, si tirano fuori i diari e ci si dedica alla comunicazione, generalmente ben poco urgente. Vorrei che fosse chiaro che interrompere una lezione per dare messaggi di altra natura è dannosissimo: distrugge la concentrazione, distrae, spezza il filo del discorso e spesso dà adito a discussioni (soprattutto se la comunicazione tocca la vita degli studenti, in qualche modo). E’ ovvio e banale? Secondo me sì, ma nei fatti sembra proprio necessario ridirselo.

Alcune scuole hanno installato schermi e pannelli e hanno risolto così. Oppure danno le comunicazioni solo via registro elettronico. Va benissimo, ma per quelle scuole che non hanno i primi e hanno problemi col secondo, la mia proposta è di far circolare le comunicazioni in quei cinque minuti, lasciando i fogli nelle bacheche delle classi (non ci sono? Mettiamocele, costano poco).
Altro vantaggio dei cinque minuti: in mancanza di intervalli, il passaggio dei professori da una classe all’altra è una perdita di tempo. Per lo spostamento, e per il fatto di dover trasbordare e gestire materiali diversi di classe in classe alla bell’e meglio. Di solito, i professori ci mettono così tanto tempo, tra libri, fotocopie, registri cartacei (che sopperiscono a quello elettronico mal funzionante) che quei cinque minuti si perdono lo stesso, ma in maniera confusa, con gli studenti che, grazie al momento di vuoto, vanno e vengono come vogliono…venendo per questo anche rimproverati per l’uscita senza permesso, quando invece bisognerebbe lodarne l’accortezza di essere usciti dalla classe in un momento del tutto morto.

Con i cinque minuti di pausa “istituzionalizzati”, i professori andrebbero e verrebbero dalle classi senza foga e in buon ordine, e senza perdite di tempo. Avrebbero modo di andare a prendere le proprie cose dal proprio cassetto, di andare al bagno e, vivaddio, di andarsi a prendere una bottiglietta d’acqua senza per questo rallentare la lezione. Avrebbero qualche minuto per impostare la lezione. Si eviterebbero anche quei casi sgradevoli in cui un professore deve fare anticamera aspettando che quello precedente (ritardatario) gli lasci la classe, situazione che io trovo particolarmente sgradevole, insieme con quella altrettanto diffusoa di interrompere la lezione di un collega per parlargli, magari delle cose più utili e interessanti del mondo, ma non così urgenti da giustificare l’interruzione della lezione. Anche questo sarebbe risolto alla base con i cinque minuti saggiamente distribuiti: i discorsi tra di loro i docenti se li fanno negli intervalli.

Come si vede, basta poco per fare molto. Vengo ora a qualche cosa di leggermente più complesso, ma ugualmente realizzabile all’interno dei regolamenti attuali: la calendarizzazione delle valutazioni. Il sistema attuale è, diciamo pure, assai rozzo. I regolamenti lasciano grande libertà, a dire il vero, ma non pare che questa libertà venga ben utilizzata. Per una sorta di strano coordinamento trascendentale, la soluzione al problema del sovraffollamento delle interrogazioni e dei compiti trovato dalle scuole sembra essere uno solo: le interrogazioni programmate.
Un sistema ingiusto, ingenuo, inefficace, inefficiente, indifendibile. Ha un solo vantaggio: facilita e promuove comportamenti opportunistici. Gli studenti vengono interrogati in momenti diversi del corso di studi, quindi con carichi e difficoltà diverse, ed in virtù del fatto che sanno quando devono essere interrogati, tralasciano tutto il resto per l’interrogazione incombente, dopo la quale, per quella materia, non studieranno più nulla. Splendido risultato, ottenuto ovviamente dopo essersi sgolati che bisogna studiare “di volta in volta!”. Come insegnante, trovo anche molto appagante la sensazione che si prova quando, chiedendo ad uno studente di intervenire nella lezione, questi candidamente annuncia di non aver studiato nulla, perché l’ora successiva “ha un’interrogazione programmata da un mese!”.

La soluzione è semplice: ogni due mesi, o alle cadenze che si preferiscano, si inserisce una “settimana della valutazione” in cui gli studenti sanno, fin dall’inizio dell’anno, che dovranno sostenere prove e compiti in tutte le materie. E’ tanta roba? Mah. In primo luogo, è una buona preparazione allo studio universitario. Secondariamente, la concentrazione concertata di tante prove diverse impone di cadenzare e programmare lo studio in maniera efficace nel tempo. E’ un fattore di crescita individuale, di organizzazione del tempo e di equità docimologica in più. Basta che il collegio si dia delle regole in tal senso, e la cosa si fa. Se poi si vuole comunicare in anticipo il programma sui cui verteranno le verifiche, tanto meglio. Un sistema del genere non impedisce affatto, peraltro, di aggiungere anche altre verifiche in itinere (esposizioni di ricerche, flipped classroom, riassunti orali del lavoro svolto, ecc).

Ecco, basta così. Spero di aver dato un piccolo assaggio di quali e quanti piccoli cambiamenti si potrebbero introdurre per determinare un miglioramento immediato della vita scolastica quotidiana, anche senza arrivare di cose altrettanto belle, ma più complicate, e di cui magari si potrebbe parlare in altro momento. (giusto per un accenno: compresenze, continuo monitoraggio condiviso della didattica, riforma della sorveglianza alle superiori, ecc. ecc.).

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