Despoti e Universita’. 10 secoli di libero pensiero, da Barbarossa alla CEU

di Giovanni Costenaro.

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L’influenza del potere sulle università: uno sguardo al passato.

Il 25 aprile abbiamo celebrato il giorno della liberazione. Ma liberazione da che cosa? Dal nazifascismo, dalla guerra, dalla morte e dalla distruzione che ha portato in Italia. Da tutto questo, e da qualcos’altro. Perché il 25 aprile è anche una data simbolica, che rappresenta la liberazione da un tipo di stato che cerca di penetrare nelle menti dei suoi cittadini, rendendoli sudditi; da un tipo di regime che punta a sottomettere tutte le forme di trasmissione del sapere per perpetrare la propria ideologia, per conservarsi a discapito di persone costrette a vivere in un mondo illusorio, privo di contraddizioni e contraddittori, in apparenza più sicuro ma in realtà mendace e pericoloso. Così pericoloso da costare la vita, tra 1939 e 1945, a più di 50 milioni di persone. Ecco perché questa data è una bellissima occasione, in questo momento storico, per parlare del rapporto tra potere politico e sapere accademico. Un rapporto intricato, sempre intrecciato, a volte ambiguo e poco chiaro, ma sul cui equilibrio si basa la possibilità, per l’uomo, di acquisire nuove forme di conoscenza utili al proprio progresso «materiale e spirituale». E Ora che in Ungheria pare che questo equilibrio si stia spezzando, conviene forse riflettere un po’ sui modi in cui, in passato, la politica è intervenuta destabilizzando il mondo accademico, finendo spesso con il fare del male a se stessa e alla propria comunità di riferimento.

Come molti sapranno, il sistema universitario ha origini medievali, quando tra XI e XII sec. gruppi di studenti e professori cominciarono ad associarsi in universitates dotate di diritti collettivi garantiti dalle autorità locali con cui dovevano confrontarsi. I primi studi di questo tipo, in cui maestri riconosciuti insegnavano ai propri allievi in cambio di donazioni, erano derivati dall’insegnamento ecclesiastico, organizzato in scuole cattedrali e monastiche. Le prime università, formate da studenti provenienti da tutta Europa, divisi in Nationes (associazioni etno-linguistiche), cominciarono presto a emanciparsi dalle scuole ecclesiastiche, acquisendo autonomia e indipendenza anche dai poteri locali. Una data importante in questo senso è il 1158, quando l’imperatore Federico Barbarossa, in seguito all’apporto fornitogli da tre esperti di diritto bolognesi alla dieta di Roncaglia (mentre un quarto gli era stato sfavorevole), emanò la Constitutio Habita, con la quale l’impero si impegnava a proteggere da qualsiasi autorità politica gli scholares che viaggiavano per ragioni di studio. Oggi, tale data rappresenta l’origine della libertà accademica da qualsiasi potere costituito, tanto che, come si può leggere nel sito dell’università più antica, quella di Bologna, con la Constitutio Habita “L’università diventa per legge il luogo in cui la ricerca si sviluppa liberamente, indipendentemente da ogni altro potere”. Significativamente, nel 1988, ricordando il novecentesimo anniversario dell’Alma Mater bolognese, 430 rettori hanno ribadito questo concetto, firmando la Magna Charta Universitatum, che incoraggia le università europee e di tutto il mondo a intessere legami reciproci ed è stata fino ad ora firmata da circa 750 istituti provenienti da 80 stati.

Fin dalla loro nascita però, le istituzioni accademiche sono state spesso soggette alle interferenze e agli attacchi dei vari poteri con cui dovevano confrontarsi, fossero essi esercitati da attori a vocazione “universale” quali l’Impero o la Chiesa, o da potentati locali quali comuni, principati e signorie varie. Dal medioevo al rinascimento, fino alla rivoluzione scientifica, i casi di persecuzioni nei confronti di quelli che oggi sono riconosciuti come alcuni tra i più importanti pensatori che l’umanità abbia avuto la fortuna di conoscere si sprecano davvero. Da Meister Eckhart a Guglielmo di Ockham, da Giordano Bruno a Galileo, passando per Thomas Moore e von Kepler (Keplero, la cui madre era stata accusata di stregoneria), tanto per citare alcuni esempi famosi, la falce coercitiva di un potere attento a conservare la propria influenza sulle persone si è a più riprese abbattuta sulle scienze naturali e speculative, costringendo molti a ritrattare le proprie idee e mandando altri sul patibolo, martiri della propria sete di conoscenza. A onor del vero, principi, sovrani, vescovi e cardinali sapevano anche fornire un grosso aiuto alle grandi menti d’Europa, anche se spesso non disinteressato. Il caso di Lorenzo Valla, ad esempio, è oltremodo interessante. Colui che con il suo De falso credita et ementita Constantini donatione declamatio, dimostrò la falsità del documento che conferiva legittimità al potere temporale della Chiesa, infatti, dieci anni dopo la stesura del testo divenne Segretario Apostolico.

Nonostante queste eccezioni, Il danno apportato al sapere dagli attori che esercitavano la sovranità in Occidente è talmente vasto da non essere quantificabile. Con l’illuminismo e l’800 però, sembrava che finalmente il mondo accademico si potesse finalmente emancipare dal controllo su di esso esercitato. Con la Belle Époque, infatti, si era costituita una comunità internazionale di studiosi che riconoscevano l’importanza di andare oltre i confini e le barriere costituite per approfondire tematiche che andavano a beneficio di tutti. Non che il mondo universitario non fosse allora esente da influenze politiche o da idee che si sarebbero rivelate devastanti: macchia indelebile di questo periodo, ad esempio, fu sicuramente la diffusione di discipline basate su teorie della razza non solo in Italia e Germania, ma anche in Francia, Inghilterra e Stati Uniti. Eppure, si era allora allo stesso tempo convinti che la collaborazione tra studiosi di diverse nazionalità avrebbe influito positivamente anche sui rapporti internazionali, rafforzando idee di reciprocità, integrazione e solidarietà tra gli stati. Purtroppo così non fu, e la Prima Guerra Mondiale rappresenta tra le altre cose anche un momento di separazione tra gli studiosi europei, che, abbastanza comprensibilmente, si affrettarono per la maggior parte a rivendicare le pretese delle proprie nazioni fondandole su basi “scientifiche”. Emblematico, in questo senso, è il caso ad esempio di alcuni antropologi tedeschi, che avevano spiegato sulla base di una presunta superiorità razziale tedesca la vittoria della Prussia sulla Francia nel 1871.

La guerra dette quindi avvio a movimenti e sommovimenti ampiamente destabilizzanti, fornendo una notevole spinta alla presa di potere del nazismo, del fascismo, del comunismo, e di tutte le altre dittature che tra le due guerre dominavano lo scenario politico europeo. Da Est a Ovest – con l’eccezione di Francia, Inghilterra e pochi altri stati – dopo l’ascesa dei totalitarismi si assistette ad un’ulteriore stretta sulle università, che dovettero rispondere sempre di più alle esigenze del potere politico, cacciando e “gettando sulla strada” alcuni tra gli studiosi più invisi ai vari governi. L’argomento è troppo vasto per essere trattato dettagliatamente, ma vale la pena di citare qualche caso significativo: in Italia, come nota Rut Ben Ghiat, i ministri dell’educazione nazionale agirono in maniera diversa nei confronti degli istituti d’istruzione superiore; Cesare Maria De Vecchi, nominato nel 1935, diede ad esempio un duro colpo all’autonomia delle università, arrogandosi il diritto e di assunzione e trasferimento dei docenti e stabilendo curriculum prefissati ai vari corsi di studio. Il peggio arrivò poi con le leggi razziali, che esclusero dall’insegnamento all’incirca 200 professori, ovvero il 7-8% dell’intero corpo docente nazionale. Un accademico di fama mondiale come Enrico Fermi, premio Nobel nel 1938, decise dunque di emigrare negli Stati Uniti (alla Columbia University), mentre altri, come lo storico Gaetano Salvemini, se ne erano già andati da tempo (Harvard University). Pur tra molte differenze, la situazione era simile anche in altri stati europei. In Germania, l’avvento del III Reich causò, secondo quanto riporta la storico E. Y. Harthshorne, il licenziamento del 16,3 % di tutti i professori universitari nell’arco di 4 anni ( anche se il numero è forse un po’ troppo elevato), tutti per motivi razziali o politici. Uno di questi fu il fisico di origini ebree James Franck, premio Nobel nel 1925, che, per ironia della sorte, partecipò in seguito al progetto Manhattan, firmando tra l’altro una petizione di scienziati contro l’utilizzo della bomba atomica in Giappone.

Nonostante questo salasso, com’era avvenuto in Italia in Germania la resistenza del mondo accademico all’intervento nazionalsocialista fu decisamente flebile, nonostante il fatto che prima del 1933 erano ben pochi i docenti iscritti alla NSDAP. Significativamente invece, la Nationalsozialistischer Deutscher Studentenbund (NSDSts) l’organo studentesco Nazista, nel 1932 raccoglieva il 49% dei voti tra i giovani studiosi tedeschi, dimostrando quanto fosse estesa l’attrattiva del partito sulle nuove generazioni. Durante il III Reich molte facoltà vennero sciolte, furono creati istituti di educazione superiore paralleli alle università e si affermarono nuovi insegnamenti, tra i quali ad esempio quello di “Scienza razziale” (Rassenkunde), “Igiene razziale” (Rassenhygiene) e quello di “Tradizioni popolari” (Volkskunde). La creazione di cattedre ideologicamente ispirate al sistema politico vigente non fu comunque una prerogativa del Nazional-Socialismo. Nei territori occupati dall’URSS dopo la Seconda Guerra Mondiale infatti, si assistette a un simile fenomeno. In Ungheria ad esempio, dopo il 1948 vennero attivati insegnamenti quali “Economia politica del capitalismo e del socialismo”, “Materialismo storico e dialettico”, “Socialismo scientifico”. Nel paese magiaro le università, discreditate dopo la loro collaborazione con le dittature fasciste, furono facile preda del regime sovietico, coadiuvato quest’ultimo anche dall’apporto di figure di spicco del mondo accademico ungherese. Eppure, durante gli anni ’50 e soprattutto dopo la morte di Stalin, le istituzioni di questo paese riuscirono a ritagliarsi discreti spazi di autonomia rispetto agli standard est-europei, comprese alcune facoltà umanistiche.
In generale dunque, la situazione degli atenei europei e le loro reazioni nei confronti dei vari regimi dittatoriali appare alquanto sfumata e svariata, difficile da inserire in categorie stabilite e per forza di cose troppo semplicistiche. Qualche conclusione, utile anche per noi, la si può però trarre: perché il concetto fondamentale che mi sembra doveroso sottolineare è che, durante il periodo tra le due guerre e poi anche successivamente, non vi fu una seria resistenza nei confronti degli interventi invasivi attuati dalle diverse dittature. Ciò non avvenne né da parte delle istituzioni accademiche nazionali, né attraverso forme di protesta e solidarietà avviate da istituzioni al di fuori delle nazioni oggetto di riforme. Oggi che l’indipendenza accademica viene minacciata da più parti, anche attraverso l’eliminazione fisica di brillanti ricercatori, occorrerebbe invece ricordare che solo un sapere libero da condizionamenti costituisce il fondamento di quel «progresso materiale e spirituale» che anche la costituzione italiana difende e favorisce.
* Per chi voglia approfondire, si veda anche Connelly, J., Grüttner, M., Universities under dictatorship, University Park The Pennsylvania State University Press, 2005

 

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