Per investire anche lo Stato ha bisogno di metodo

di Umberto Marengo.

Follow Money by 401(K) 2012

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Il successo delle forze politiche anti-sistema in Europa ha fatto emergere una singolare contraddizione. Tutto ciò che è “istituzione” viene visto come inguaribilmente corrotto ma allo stesso tempo si chiede che lo Stato intervenga nell’economia con nuovi massicci investimenti pubblici. In Francia socialisti ed estrema destra chiedono allo Stato di farsi sempre di più imprenditore. Negli Stati Uniti uno dei cavalli di battaglia della campagna di Trump era il lancio di un grande piano di investimenti infrastrutturali. In Italia, una delle richieste programmatiche della sinistra PD è rafforzare il ruolo della Cassa Depositi e Prestiti.

Scegliere gli investimenti non è facile per i privati ed è ancora più difficile per i governi. Ma dove è davvero utile che lo Stato investa? La teoria economica fornisce alcune indicazioni sugli investimenti che possono effettivamente fare la differenza. Un esempio è l’educazione, dove è stato dimostrato che investire sui primissimi anni di vita ha un forte impatto positivo sulle opportunità future. Ma come sa chiunque sia passato dall’accademia alle istituzioni, i tempi della politica sono spesso troppo stretti e i rivoli del bilancio pubblico troppo numerosi per fornire raccomandazioni praticabili.

Lezioni utili possono venire dal mondo del business. I governi hanno fama di cattivi investitori ma il loro errore principale è lo stesso dei privati e si riassume in una frase: mancanza di strategia e metodo. Per limitare gli errori serve innanzitutto definire un metodo per valutare gli investimenti. In breve, ogni intervento pubblico deve essere giudicato sulla base di due criteri: ritorno e valore aggiunto (la cosiddetta “addizionalità”).

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Per prima cosa, ogni investimento deve essere valutato sulla base dei ritorni finanziari che produce (per una impresa pubblica sono gli utili, per un prestito pubblico gli interessi) e dei benefici esterni che ne derivano (come gli utili dell’indotto o l’utilizzo di infrastrutture da parte della popolazione). Questo non significa trasformare lo Stato in una impresa e infatti i ritorni non finanziari sono altrettanto importanti. Creare innovazione, coesione sociale, competenze o imprenditorialità ha valore anche se non è immediatamente monetizzabile.

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In altre parole, non tutti gli investimenti pubblici devono produrre utili. Scuole e aziende municipalizzate hanno obiettivi diversi ma entrambi devono essere dichiarati e misurati esplicitamente. Solo così sarà poi possibile valutarne l’efficacia.

Secondo, deve essere chiaro cosa fa lo Stato in più rispetto a quanto non farebbe il mercato. L’addizionalità può essere giudicata attraverso varie lenti. Le risorse pubbliche servono a trasformare strutturalmente un settore o a traghettare aziende in crisi? Strumenti analoghi sono presenti e accessibili sul mercato? Se non sono accessibili, cosa si potrebbe fare per renderli tali? L’investimento sta creando un nuovo mercato (per esempio brevettando nuove tecnologie) o sta semplicemente facendo competizione a chi già opera in questo settore (i panettoni di Stato)?

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Rispondere a queste domande permette di concentrare le risorse là dove fanno la differenza. Per esempio, uno dei principali valori aggiunti di una banca di promozione nazionale come Cassa Depositi e Prestiti è il crowding in, ovvero la capacità di attrare co-investitori privati. Nel mondo delle energie rinnovabili, invece, uno dei criteri principali per giudicare il valore aggiunto del pubblico è la sostenibilità nel tempo. Per esempio, se dopo vari anni continua ed essere antieconomico installare un certo tipo di pannelli solari, l’incentivo non ha ottenuto l’obiettivo di rendere questa tecnologia sostenibile e quindi le risorse devono essere orientate verso altre tecnologie.

Il caso italiano dei decreti mille-proroghe rinnovati ogni anno mostra chiaramente che non solo ci manca una strategia sugli investimenti, ma mancano anche gli strumenti per chi volesse metterla in pratica. Per questo il Governo italiano dovrebbe prevedere che prima di ciascun investimento pubblico sia fatta obbligatoriamente una valutazione di impatto sul ritorno e sul valore aggiunto che si vuole creare.

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Questa valutazione deve essere pubblica e trasparente e deve lasciare alla politica l’onere della scelta. Lo scopo di questo esercizio, da applicare a tutti i livelli della pubblica amministrazione, non è deresponsabilizzare chi prende decisioni ma rendere esplicite le opzioni, le priorità e i trade-off che queste richiedono.

Affermare che ci vuole più (o meno) Stato nell’economia è una richiesta che, per se stessa, non significa molto. Non aiuta i politici che dovranno scontrarsi con la realtà del governo ed inganna i cittadini perché non spiega effettivamente per cosa vengono spesi i loro soldi. Maggiore trasparenza e chiarezza sull’utilizzo delle risorse pubbliche non è naturalmente sufficiente ad evitare sprechi ma è la base per un discorso politico più concreto e evita che gli errori siano semplicemente ignorati. Ci saranno sempre “elefanti stanza” (o nella buvette) ma almeno avremo qualche idea su come sono entrati e come farli uscire.

 

 

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