È tempo di una Unione Europea sociale: la proposta del Social Pillar

di Tommaso Grossi.

Crossing by Alessandro Capotondi

Seguendo la risoluzione del Parlamento Europeo del 19 gennaio, il 26 aprile la Commissione ha presentato la sua proposta per il nuovo pilastro sociale europeo. Il gap sociale di cui soffre l’Unione ha radici che risalgono alla sua fondazione come comunità economica e negli anni si sono fatti lenti passi in avanti in un territorio gelosamente custodito dagli Stati Membri. Gli interventi europei in materia comunque non mancano, come dimostra ad esempio la fondamentale normativa sulla sicurezza sul lavoro (a partire dalla direttiva quadro 89/391) oppure quella inerente all’orario di lavoro (2003/88).

Ciò nonostante, questo gap sociale si è fatto sempre più importante per i cittadini degli Stati Membri i quali, sia per ragioni di dumping sociale a volte quasi sostenuto dalla Corte di Giustizia (sentenze Viking e Laval), sia per la corretta sensazione che l’Unione agisce (poiché solo qui ha vero potere) soprattutto a livello di mercato unico, hanno manifestato una crescente insofferenza verso questa impostazione: insofferenza che ha contribuito a generare domande sul senso dell’Unione stessa, le quali hanno purtroppo trovato una risposta completamente sbagliata nei movimenti populisti europei. Dato questo clima di tensione, le aspettative sulla proposta della Commissione sul Pilastro Sociale europeo erano elevate.Il documento della Commissione si presenta come un insieme di principi (20) divisi in 3 sezioni.

La prima parte del pillar è dedicata alle pari opportunità di accedere al mercato del lavoro: qui si trovano enucleati il diritto all’educazione e al lifelong learning per restare occupabile sul mercato (punto 1), la parità di trattamento tra uomo e donna (punto 2), il principio di non-discriminazione (punto 3) e il diritto a ricevere supporto personalizzato nelle transizioni tra diversi lavori, nella transizione scuola lavoro e in quella dalla disoccupazione all’occupazione (punto 4). È interessante notare che riguardo alla transizione scuola-lavoro si riprende il diritto di ricevere un’offerta di lavoro, apprendistato o tirocinio “di qualità” entro quattro mesi dall’uscita dal percorso scolastico, lo stesso termine utilizzato per il programma “Garanzia Giovani”. Questo primo capitolo del pillar si caratterizza per essere composto da principi già presenti in numerose altre fonti europee, nonché per il suo tono giuridico estremamente soft, fatta eccezione per la precisa indicazione dei 4 mesi.

Il secondo capitolo è dedicato alle “giuste condizioni di lavoro”, che comprendono un lavoro che sia sicuro ma anche adattabile (punto 5), una retribuzione giusta per un decente standard di vita (punto 6), il diritto ad essere informato attraverso forma scritta dei propri doveri e diritti inerenti al rapporto di lavoro, nonché dell’avvenuto licenziamento e del diritto ad impugnare un licenziamento illegittimo (punto 7). Proseguendo oltre, il pillar favorisce e supporta il dialogo sociale e il coinvolgimento dei lavoratori (punto 8), il work life-balance attraverso il diritto di avere condizioni di lavoro flessibili e di poter richiedere periodi di permesso per la cura dei figli (punto 9), infine il diritto alla salute e sicurezza sul lavoro, ad un ambiente di lavoro adatto alle esigenze professionali nonché alla tutela dei propri dati (punto 10).

Questo secondo capitolo contiene alcuni punti sui quali le competenze dell’Unione sono maggiori e in cui è già intervenuta in passato: la fondamentale direttiva sull’orario di lavoro (2003/88), quella sul parental leave (Direttiva 2010/18) e infine quella sul diritto ad essere informato delle condizioni del proprio rapporto di lavoro (Direttiva 91/533). Le direttive sono un importante strumento legislativo di hard law che, seppur non direttamente applicabile, forza gli stati membri a convergere verso obiettivi minimi garantiti, anche grazie alle interpretazioni espansive della Corte di Giustizia in materia di effetti delle direttive.

Il pillar si propone di intervenire e aggiornare le sopra menzionate normative, sia dal punto di vista legislativo, aggiornando e rinforzando le direttive, sia con interventi maggiormente di soft law. La proposta di modifica alla direttiva sul work-life balance è quella che contiene le proposte più dettagliate ed interessanti: l’introduzione del periodo di paternità di almeno dieci giorni (pagati almeno come periodo di malattia), l’aumento della maternità a 4 mesi e la possibilità di richiedere forme di lavoro flessibili se si ha un figlio al di sotto di 12 anni (e non 8 come la vigente versione), 5 giorni all’anno per la cura di un parente particolarmente malato o dipendente di aiuto esterno. Sono tutte ottime proposte che bisogna ora impegnarsi a portare avanti onde garantire un comune livello sociale in Europa.

Il terzo capitolo è infine dedicato alla protezione e inclusione sociale. Qui si trova il diritto dei bambini ad un’educazione e a ricevere supporto (punto 11), il diritto alla protezione sociale per qualsiasi rapporto di lavoro (punto 12), il diritto ad un adeguato sostegno durante la disoccupazione (punto 13), il diritto al reddito minimo per coloro che mancano di risorse finanziarie (punto 14), il diritto alla pensione (punto 15), il diritto ad un sistema sanitario accessibile e di buona qualità (punto 16), il diritto d’inclusione per le persone affette da disabilità (punto 17), il diritto ad una accessibile assistenza a lungo termine (punto 18), la promozione del supporto ai senzatetto ed infine accesso ai servizi essenziali (punto 20).
Tale capitolo è quello che contiene il core del Welfare State e per questo è anche quello dove l’Unione ha meno possibilità di intervento. Ciò nonostante, anche in virtù della grande trasformazione del lavoro e della società in atto, la Commissione ha lanciato una consultazione con i partner sociali per verificare quali interventi possano essere implementati in materia di accesso alla protezione sociale (tipicamente collegati al contratto di lavoro subordinato, escludendo le altre tipologie di rapporto di lavoro).

La proposta della Commissione contiene concetti innovativi (accesso alla protezione sociale per tutti, reddito minimo, ottime proposte nella direttiva work life balance) e pare quindi aver centrato l’obiettivo di non deludere le aspettative. Certamente il Social Pillar è al momento un documento programmatico in molte aree, ma è solo l’inizio, una sorta di sommario dei futuri interventi dell’Unione in campo sociale. Nei campi in cui l’Unione può attivarsi, il pillar si adopera per intervenire, un chiaro messaggio che l’Unione esiste anche a livello sociale, ma solo se gode di adeguate competenze, competenze che possono derivare solo dai trattati e quindi dalla volontà degli stati membri.
Il Social Pillar è stato presentato sia sotto forma di raccomandazione della Commissione, sia come proposta per una dichiarazione condivisa con il Parlamento e il Consiglio. Entrambi gli atti hanno natura di soft law, ovvero non sono vincolanti, ma entrambi si presentano come una base di principi e punti cardine che necessitano ulteriore implementazione. Ovviamente la proposta per una dichiarazione condivisa richiede necessariamente uno step ulteriore, ovvero l’adozione da parte delle altre istituzioni, la quale verrà discussa nel percorso verso il Social Summit previsto per il 17 novembre in Svezia.

Con la prossima uscita del Regno Unito dall’Europa si perde uno dei più grandi detrattori dell’Europa sociale, nonché uno dei massimi sostenitori del pacchetto economico completo a totale discapito di interventi di stampo sociale. L’uscita del Regno Unito, sebbene rappresenti in parte una sconfitta, è una grossa possibilità d’introspezione per l’Unione per la ricerca di un nocciolo duro di Stati, un nocciolo duro che deve dare l’esempio, prendere in mano i negoziati Brexit con un’unica voce e iniziare davvero a creare un’Unione per i cittadini. In tale nocciolo l’Italia può e deve giocare un ruolo importante, sebbene nulla diverrà reale se Germania e Francia non decideranno finalmente di continuare il cammino d’integrazione europea. Il neo-eletto presidente francese Macron può portare un cambiamento in tal senso rispetto ai suoi predecessori e magari la Francia, dopo essere stata la prima causa della morte del progetto costituzionale del 2005, tornerà promotrice di un’Europa unita.

Tale Unione completa non solo deve rappresentare un chiaro obiettivo sotto la minaccia dei partiti populisti, che possono aver perso la battaglia, ma se non incontreranno una forte inversione di marcia vinceranno inevitabilmente la guerra, ma anche e soprattutto per rispondere alla globalizzazione e alla sovra-nazionalizzazione dei mercati e dell’economia con una sovranità europea sociale che sia in grado di dettare norme sociale le quali meglio di qualsiasi altre incarnano i valori della nostra cultura. Tutta questa grande partita, questo grande bivio tra implosione e integrazione, ha avuto un voto di fiducia sia in Francia che nei Paesi Bassi, un voto che non deve andare sprecato. La Commissione ha presentato, nei limiti dei poteri dell’Unione, una buona proposta. Ora, come sempre, sono gli Stati Membri a doverla portare a compimento.

 

Nessun commento

Puoi essere il primo a lasciare un commento su questo articolo !

Lascia un commento

Subscribe without commenting