Di chi è il Mare Nostrum?

di Federico Di Benedetto.

Lampedusa by Noborder Network

Il Mediterraneo è da sempre un canale di comunicazione che ha messo in contatto i paesi europei, arabi ed africani. Tuttavia, negli ultimi anni, quest’ultimo è diventato uno scenario che ha assunto una connotazione negativa, a causa dell’incapacità delle istituzioni internazionali ed europee, cosi come dei singoli paesi che si affacciano su questa superficie marina, di trovare una soluzione idonea al problema dei flussi migratori. Di per sé, la migrazione è un fenomeno positivo. Quando delle persone si spostano da un paese ad un altro, queste portano con sé il proprio bagaglio culturale, la formazione e l’esperienza lavorativa. Tuttavia, le cifre degli sbarchi verificatesi nel nostro continente negli ultimi anni hanno fatto sì che considerazioni più pragmatiche sostituissero quelle più ideologiche. In Italia la situazione è particolarmente delicata, se si pensa che solo lo scorso anno il nostro paese ha accolto più di centottantamila immigrati. Secondo fonti ansa, preoccupazioni per gli ingenti flussi migratori sono state espresse anche dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale, in questi giorni in visita istituzionale in Canada, in un incontro con il premier Trudeau, ha dichiarato che “se il fenomeno dei flussi continuasse con questi numeri la situazione diventerebbe ingestibile anche per un Paese grande e aperto come il nostro”.

Il momento è talmente delicato che nelle ultime ore il governo starebbe pensando di chiudere i porti italiani, negando l’approdo alle imbarcazioni straniere che trasportano migranti. Eventualmente, cosa significherebbe questa decisione? Potrebbe essere considerata come un segno di chiusura o il principio per la costruzione di un nuovo muro verso chi avrebbe bisogno di essere accolto, sulla base del principio della solidarietà tra gli uomini, tanto caro anche ai trattati europei? Sebbene in questo periodo storico le divisioni siano all’ordine del giorno e i muri diventino strumenti sempre più utilizzati dai governanti per mostrare la forte debolezza delle loro posizioni, a mio avviso il governo italiano si troverebbe nel diritto di rivolgersi, in sede comunitaria, agli altri paesi europei e alle stesse istituzioni dell’unione, chiedendo: di chi è il Mare Nostrum?  I migranti e rifugiati che sbarcano in Italia provengono da numerosi paesi, tra i quali la Nigeria, il Gambia, la Somalia, l’Eritrea, la Guinea e la Costa d’Avorio. Chi tra i politici italiani ha sostenuto a priori la necessità di indirizzare altrove questi migranti, dovrebbe ricordarsi il motivo per cui queste persone cercano di arrivare in Italia, spesso per poi proseguire il loro viaggio verso altre destinazioni europee, maggiormente attrezzate in termini di welfare sociale. La Somalia, ad esempio, è oggi un paese sottoposto alle intemperie delle milizie di al-Shabaab, organizzazione terroristica di matrice islamista sunnita, che dal 2006 costituisce un fattore di vera instabilità per la sicurezza del paese, avendo provocato diverse vittime attraverso la perpetuazione di attentati verso la popolazione.

In Eritrea, il governo dittatoriale del presidente Afewerki impedisce alla popolazione di godere delle libertà civili e politiche, mentre la Nigeria è vittima della presenza di Boko Haram, organizzazione terroristica sempre di stampo jihadista, che dal 2015 ha ucciso più di 10 mila persone nel paese. In questo contesto di difficile gestione dei flussi migratori, lo scorso anno l’UE ha concluso un accordo con la Turchia, nel tentativo di arginare il numero delle persone provenienti dalla rotta greca. Tuttavia, quest’intesa turco europea non ha avuto un impatto sul versante del Mediterraneo centrale, scenario in cui è fondamentale il ruolo della Libia, quale luogo di arrivo delle persone dei paesi citati in precedenza e punto di partenza delle stesse verso le coste italiane. Circa la situazione del paese nordafricano e la conseguenza che essa ha sulle migrazioni è possibile svolgere qualche considerazione. Attualmente, la Libia è uno Stato fallito, in preda ad una guerra civile che impedisce al governo ufficialmente riconosciuto di svolgere le ordinarie funzioni, tra le quali il controllo dei confini. Questa situazione è causata dal fatto che il governo di al-Serraj, frutto dei negoziati avvenuti sotto l’egida delle Nazioni Unite, culminati con gli accordi di Skhirat (Marocco) del dicembre 2015, è attualmente messo sotto pressione dalle forze che ad esso si oppongono, con in prima linea il generale Haftar, sostenuto dall’Egitto (contrario alla presenza delle forze islamiste moderate come i Fratelli Musulmani al governo – si pensi che il golpe avvenuto nel paese cairota nel 2013 fu causato dai militari guidati dal al-Sisi, a scapito proprio dei Fratelli Musulmani capeggiati da Morsi) e dalla Russia (e tacitamente dalla Francia che formalmente appoggia il governo ufficiale di al-Serraj). L’impossibilità delle istituzioni libiche di imporsi sul caos attualmente in vigore nel paese, rende la Libia un partner meno solido su cui contare per la gestione dei flussi migratori.

Dato lo scarso interesse della Germania per il Mediterraneo, l’ambiguità della politica francese verso la Libia e l’intervento sul territorio di questi due paesi e della Gran Bretagna per motivi prettamente economici, quali l’approvvigionamento di gas e petrolio, diventa assolutamente chiara la mancanza di una comune politica europea nella gestione delle crisi internazionali riguardanti il vicinato meridionale dell’UE. Ciò, in questa fattispecie, si ripercuote negativamente sull’Italia, attualmente lasciata sola nell’accoglienza di migranti e rifugiati il cui desiderio è arrivare nel nostro continente. Di questa situazione ne risente anche l’operato delle istituzioni di Bruxelles. In sede comunitaria, i policy makers dell’Unione hanno deciso per l’adozione della missione EUNAVFOR Sophia. Quest’ultima, in vigore dal 2015, era stata programmata per migliorare la gestione delle migrazioni, sia incoraggiando la stabilizzazione e la democratizzazione della Libia sia attraverso la lotta al contrabbando. Va detto che l’operazione Sophia ha permesso il salvataggio di oltre 36000 vite umane e che il suo mandato è stato allargato, includendo ora sia l’addestramento della Guardia Costiera e della Marina Libica, sia la condivisione di informazioni e l’implementazione dell’embargo di armi contro il paese nordafricano. Tuttavia, EUNAVFOR Sophia sarebbe dovuta essere una delle due gambe sulle quali l’azione esterna europea verso il vicinato meridionale avrebbe dovuto camminare. La missione di sicurezza EUBAM Libya, finalizzata alla gestione dei confini libici, è stata lanciata nel 2013, ma a causa dell’inasprimento della guerra civile nel 2014 e della crescente presenza delle milizie dello Stato Islamico, essa è stata trasferita a Tunisi, perdendo un contatto diretto con il territorio. In questo contesto di debolezza delle politiche comunitarie e di forti contraddizioni tra gli interessi degli Stati europei, di tutto interesse è la posizione degli Stati Uniti. Da sempre interessati alle questioni del Mediterraneo, l’elezione di Donald Trump ha segnato un cambiamento importante nella politica estera del paese.

Mentre Barack Obama si era impegnato affinché le Nazioni Unite avessero il sostegno statunitense durante lo svolgimento dei negoziati guidati dal rappresentante Bernardino Léon, l’attuale presidente ha affermato, durante un incontro con il premier italiano lo scorso 20 aprile, che gli Stati Uniti non dovranno assumere alcun ruolo in Libia, se non nell’eliminazione dell’ISIS. In conclusione, ciò che sembra emergere dalla difficile gestione della questione migratoria è una totale mancanza di leadership politica a livello internazionale. Se la geografia non mente, l’Italia sarà ancora una volta chiamata a fare la sua parte di raccordo tra le due sponde del Mediterraneo. Ma da sola, non sarà in grado di risolvere la situazione. Considerata la volontà statunitense di disimpegnarsi da questo scenario, l’auspicio nel quale occorre sperare è che i recenti risultati elettorali olandesi e austriaci, ma soprattutto francesi portino una ventata d’europeismo che consenta di porre il Mediterraneo e le migrazioni al centro della politica estera europea. Solo un’efficace azione di coordinamento di tutti gli Stati membri potrà costituire una risposta significativa alla sfida globale che stiamo vivendo. Se i nostri politici sapranno capirlo, essi salveranno il futuro dell’Europa unita e di migliaia di persone che lasciano i loro paesi credendo ancora l’Europa un posto migliore.

 

Nessun commento

Puoi essere il primo a lasciare un commento su questo articolo !

Lascia un commento

Subscribe without commenting