Il problema dell’ombrello

di Emidio Picariello.

Susanna A, by smiley 😀

 

Ho letto l’articolo de Il Post che parlava delle donne che reggevano l’ombrello per proteggere da sole e pioggia degli uomini che stavano tenendo un incontro pubblico, mentre aspettavo che cominciasse una riunione. Era una riunione con diversi livelli professionali. C’era un Direttore (donna), un Dirigente (uomo), due Capiufficio (un uomo e una donna), quattro Impiegati (due uomini e due donne). Non so se l’organigramma del posto nel quale lavoro è tutto così omogeneo, e sicuramente nella nostra struttura, quella informatica, a parte il Direttore, che è una donna, ci sono Capiufficio e Dirigenti prevalentemente uomini. Ma quella riunione era ben equilibrata da un punto di vista di genere e professionale. Se fossero serviti degli ombrelli, o del caffè, chiunque poteva andare a prenderli. Non avrebbe avuto nessuna importanza, perché era un gruppo assortito per genere ed età. Il problema di quel dibattito non era la presenza di donne che tengono gli ombrelli, per quanto sgarbato possa essere, ma l’assenza di donne al dibattito. Eppure fatico a credere che non ci siano delle donne competenti da invitare quando c’è un dibatto. Fatico a crederlo perché so che non è vero. Allora cosa trattiene gli organizzatori di questi eventi, abituati a pesare con il bilancino l’appartenenza a qualunque corrente, dal tener conto anche del genere nel comporre le serate?

Non so se c’è un nesso causale, ma Panorama di questa settimana ha in copertina una donna con un vestito da sposa e titola sul fatto che non si trova più un buon partito che le mantenga. Proprio così, a oggi ci si aspetta che le donne cerchino un partito che le mantenga. Panorama non tiene conto del fatto che molte donne sono semplicemente diventate il buon partito che 50 o 100 anni fa cercavano, perché per fortuna di tutti, hanno avuto la possibilità di studiare e di diventare i notai, i banchieri, gli avvocati che prima potevano solo sognare di sposare. C’è una relazione fra la visione arcaica dei ruoli e i panel ai quali le donne non partecipano, o ai quali partecipano tenendo l’ombrello.

Una critica, però, deve prendersela anche un certo femminismo. Attenzione, le parole sono importanti. Viva il femminismo, quanto mai necessario oggi. “Un certo” femminismo abbiamo scritto, che potremmo dire che femminismo non è, è quello che contrappone diritti diversi, che sostiene di difendere le donne però decidendo al posto loro cosa è giusto e cosa è sbagliato.

Un esempio su tutti, uno più piccolo ma fastidioso, ha coinvolto la presidente della Camera Boldrini, la quale è incappata in un inciampo: ha fatto gli auguri a una parlamentare che aveva appena partorito, le hanno fatto notare che poteva fare gli auguri anche al compagno della collega e lei invece di correggersi ha minimizzato con una battuta il ruolo del padre. Era solo una battuta, le battaglie femministe della Boldrini non scompaiono solo per questo inciampo, ma proprio perché è così sotto i riflettori non avrebbe dovuto caderci: non c’è possibilità di parità se non riusciamo a convincere gli uomini a essere femministi.

Temo che ci sia un grosso limite: da una parte è vero che ci sono più donne manager, che ci sono più donne avvocatesse o notaie, sindache e assessore, ma è anche vero che non ci sono ancora abbastanza uomini padri a tempo pieno, non ci sono ancora abbastanza uomini che si sentono liberi di rinunciare un po’ alla propria carriera per dedicarsi alla famiglia. Questa intercambiabilità del ruolo all’interno della famiglia non si è completata: è vero che le donne partoriscono, è anche vero che se gli uomini godessero del congedo parentale obbligatorio di tre mesi quando nasce loro un figlio si otterrebbero due ottimi risultati: prima di tutto sarebbero naturalmente più intercambiabili in quei ruoli che fino ad adesso sono stati esclusivamente materni. È abbastanza ovvio che se solo uno dei due genitori va al lavoro, l’altro si alzi la notte. Se nessuno va a lavoro, la cura per il figlio è più facilmente distribuibile da un punto di vista strettamente pratico. Il secondo risultato sarebbe sulle carriere delle madri: il datore di lavoro non avrebbe nessuna scusa per preferire un uomo in età fertile a una donna in età fertile, perché entrambi sarebbero obbligati a fermarsi per alcuni mesi.

I vantaggi del femminismo sono vantaggi per la società, non c’è una contrapposizione fra uomini e donne, non una contrapposizione reale, almeno. Chi ha a cuore questi temi dovrebbe darsi da fare per cancellare anche la contrapposizione percepita.

 

 

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